martedì, Maggio 18

Angola: pianificazione della Dinastia presidenziale Dos Santos? Le possibili conseguenze dopo il ritiro del Presidente

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Venerdì 11 marzo il presidente angolano Josè Eduardo Dos Santos ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica che avverrà nel 2018. La notizia è stata diffusa dai principali media internazionali e confermata dalla Agencia Angola Press anche nel suo sito in lingua francese. L’annuncio a sorpresa è stato fatto dal leader del MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola)  durante l’undicesima sessione ordinaria del Comitato Centrale MPLA, svoltasi a Luanda in preparazione del settimo congresso previsto il prossimo agosto.  Dos Santos ha informato che la decisione è stata presa nel luglio 2015 e annunciata solo ora dopo attenta riflessione. Ha invitato il Comitato Centrale del MPLA a preparare la successione individuando un candidato del partito da presentare alle elezioni del 2018.

Il presidente Dos Santos iniziò la sua militanza presso il MPLA nel 1961 quando si trovava in Congo Brazzaville. Al rientro dei suoi studi universitari in Unione Sovietica partecipò alla guerra di liberazione contro il colonialismo portoghese ricoprendo importanti posti all’interno del MPLA sia in Angola e come rappresentante della guerriglia  marxista in Zaire, Jugoslavia e Repubblica Popolare della Cina. La sua capacità di promuovere a livello internazionale il MPLA, raccogliere appoggi politici e finanziamenti, gli fece guadagnare la posizione di Ministro degli Affari Esteri dopo l’indipendenza. La nomina ministeriale rese facile la sua ascesa all’interno del Comitato Centrale. Successivamente ricopri’ le cariche di Vice Primo Ministro e Ministro della Pianificazione Economica. Alla morte del primo presidente dell’Angola Agostinho Neto, avvenuta il 10 settembre 1979, Dos Santo venne eletto Presidente della Repubblica e Capo Supremo delle Forze Armate. Nel 1980 ottenne il pieno controllo del Comitato Centrale e del Parlamento.

Fu l’eroe nazionale capace di fronteggiare la guerriglia fascista della UNITA(Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), (sostenuta da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) fino a giungere a durevoli accordi di pace resi possibili grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio (secondo la storiografia occidentale).  In realtà gli accordi di pace furono possibili solo dal constato che la UNITA aveva militarmente perso la guerra civile. Secondo vari analisti politici africani l’operato della Comunità di Sant’Egidio fu teso a salvaguardare la sopravvivenza del movimento fascista responsabile di inauditi crimini di guerra con l’obiettivo di trasformarlo in un movimento politico legalizzato. Stesso tentativo è stato attuato (senza successo) dalla Comunità di Sant’Egidio nel 2005 e nel 2013 per favorire il gruppo terroristico ruandese FDLR (Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda) autore del genocidio in Rwanda nel 1994.

L’opportunità offerta alla formazione fascista UNITA non fu sfruttata dal suo leader Jonas Savimbi che, dopo aver constatato la mancanza del supporto popolare in varie elezioni presidenziali ed amministrative, riprese le ostilità contro il governo. L’UNITA perse anche il supporto di Francia e Stati Uniti che considerarono l’apertura al capitalismo del MPLA, voluta da Dos Santos, come una garanzia sufficiente per appoggiare un regime che godeva dell’appoggio popolare, considerando l’appoggio alla UNITA come una perdita di tempo e denaro. Per rafforzare la posizione del presidente Dos Santos gli Stati Uniti organizzarono l’assassinio di Jonas Savimbi nel febbraio 2002 (ufficialmente morto durante la battaglia di Moxico) rendendo impossibile una vittoria militare della UNITA e la conseguente presa del potere. Durante le elezioni del 2012 il presidente Dos Santos fu riconfermato alla guida del Paese.

L’annuncio del ritiro politico di Dos Santos è stato salutato positivamente dalle Nazioni Unite e dai principali media internazionali e preso come esempio di rigore nel Continente. Nelle elezioni presidenziali degli ultimi due anni solo due presidenti non hanno presentato la loro candidatura permettendo una vera alternanza democratica: il tanzaniano  Jakaya Kikwete e il presidente del Benin Thomas Boni Yayi. Il mantenere a tutti i costi il potere sembra l’ossessione della maggioranza dei presidenti africani. Una ossessione basata spesso sulla necessità di mantenere in vita il network mafioso creato negli anni con l’appoggio degli eserciti nazionali in grado di controllare le risorse del Paese a favore della famiglia presidenziale e di ristretti gruppi di interesse. All’interno del network mafioso è il presidente che decide la percentuale di ricchezze da accumulare e quella da destinare allo sviluppo della Nazione. Nel caso dell’Uganda la percentuale destinata allo sviluppo del Paese è stimata al 60%. Nel caso della Repubblica Democratica del Congo la percentuale fatica ad arrivare al 30%.

L’ossessione del potere eterno genera casi estremi come in Burundi, dove l’ex presidente Pierre Nkurunziza ha ottenuto illegalmente il terzo mandato presidenziale, ha fatto ricorso a mercenari regionali, tra cui i terroristi ruandesi FDLR e scatenato un piano genocidario contro la minoranza tutsi in Burundi.  In rari casi il terzo mandato è l’espressione democratica della popolazione, come è successo in Rwanda. Anche in questi casi non sono però risparmiati i sospetti di manipolazioni mediatiche da parte dei pariti al potere. Dos Santos, 73 anni, governa l’Angola dal 1979 è il secondo presidente che ha regnato più a lungo in un paese africano dopo il tiranno della Guinea Equatoriale Obiang Nguema Mbasogo, attualmente sotto il mirino delle magistrature europee per riciclaggio di denaro depositato in conti bancari in Svizzera alcuni di essi controllati dal Vaticano, come denuncia il collega Andrea Spinelli Barrile sul quotidiano IBTimes Italia.

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