domenica, Ottobre 24

Angola: dal boom alla fame di libertà

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ConakryL’Angola è stato il teatro di una delle più devastanti guerre civili africane, durata 27 anni e terminata nel 2002. Nonostante le ferite il Paese dopo tredici anni sta vivendo un boom economico senza eguali e ha rovesciato il ruolo di ex colonia africana aprendo le porte ai disoccupati dell’ex madrepatria, il Portogallo, un evento unico che sta riscrivendo la storia del continente africano. Il Presidente angolano José Eduardo dos Santos che, insieme a Teodoro Obiang (Presidente della Guinea Equatoriale), è uno degli autocrati da più tempo al potere in Africa, nel 2013 ha dichiarato: «Noi abbiamo le risorse e il denaro, i portoghesi conoscono meglio di noi il mercato e le tecniche di estrazione». Infatti il boom è iniziato grazie allo sfruttamento petrolifero, le cui riserve ammontano intorno ai 10 miliardi di barili, passato da una produzione di 800.000 barili al giorno degli anni Novanta agli attuali 1.800.000, che rendono il Paese il secondo produttore africano dopo la Nigeria (sedicesimo a livello mondiale) e ora incassa 64 miliardi di dollari all’anno. Questo ha permesso al Paese di aprire le porte alle aziende straniere di ottenere anche dei progressi nel comparto manifatturiero (+8%), agricolo (+9%) e della pesca (+10%). La stabilizzazione del Paese ha permesso di aprire le porte allo sfruttamento delle sue immense risorse naturali: petrolio, diamanti e minerali di ogni genere e i dirigenti socialisti delle MPLA si sono trasformati in uomini d’affari. Tanto che il Presidente per molto tempo è stato il capo della Sonangol, una delle più importanti aziende petrolifere, e i suoi figli hanno fatto un vero e proprio shopping nel Portogallo in crisi, aggiungendo al portafoglio familiare banche e aziende portoghesi. Questo capita sovente in Angola, la ricchezza è molta ma non è ben distribuita e la classe dirigente non è capace a investirla in loco e preferisce portarla all’estero, anche per proteggersi da improvvisi rovesci politici a cui sono soggetti i regimi come quello angolano.

 Oggi in questa terra di opportunità emergono anche le contraddizioni: il 60 per cento della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà e fatica a trovare un accesso all’istruzione e alla sanità; Luanda è la seconda città più cara al mondo (dopo Tokyo), secondo il Worldwide cost of living survey, ma la maggior parte dei suoi grattacieli sono disabitati e la popolazione è costretta a vivere nelle bidonville ai margini della città. Il ‘New York Times‘ ha pubblicato un documentario per mostrare la condizione attuale di una buona parte della popolazione angolana e sopratutto sull’alto tasso della mortalità infantile che attanaglia ancora il Paese.

Il lungo conflitto in nome dell’indipendenza e della libertà non ha reso il partito particolarmente sensibile ai concetti per cui ha lottato, come la democrazia e diritti umani. Dall’indipendenza l’Angola è stato sempre governato dall’MPLA, il partito è sopravissuto prima allo scontro con i colonizzatori portoghesi e poi a quello contro l’Unita, il gruppo armato sostenuto dagli Usa e dal Sud Africa dell’apartheid durante la guerra civile. Come molti partiti di sinistra e come molti partiti autocrati dopo la caduta del muro di Berlino, anche quelli dello MPLA durante gli anni ’90 hanno abbandonato ogni pretesa socialista e hanno abbracciato il pragmatismo mercatista, ripartendo le conquiste tra una piccola élite del partito. Secondo l’indice sulla corruzione stilato dal Transparency international il Paese e al 157° posto (su 174 paesi). Diverse Ong e associazioni per i diritti hanno denunciato il Governo a causa della detenzione arbitraria di oppositori politici, intimidazioni di giornalisti e soppressione violenta di manifestazioni pacifiche e la chiusura forzata di testate giornalistiche non allineate al partito.

A turbare la tranquillità dell’élite al potere ci hanno pensato alcuni giovani ispirati dalle primavere arabe. Tra gli attivisti della società civile, negli ultmi anni ha fatto irruzione Luaty Beirao, un giovane musicista della scena hip hop angolana che è stato protagonista delle proteste contro il Presidente angolano José Eduardo dos Santos. Da diversi mesi si trova in carcere con l’accusa di ordire un colpo di Stato attraverso la traduzione in portoghese del saggio di Gene Shar ‘From dictatorship to democracy’, che propone una serie di strategie per combattere i regimi autoritari con metodi pacifici. Sharp è un noto teorico pacifista, candidato quattro volte al premio Nobel per la pace. Il tentativo di pubblicare il libro ha creato un vero e proprio terremoto tra le file del partito, perché è stato il libro che ha ispirato anche alcuni dei giovani egiziani coinvolti nelle proteste che hanno portato alla caduta di Hosni Mubarak.

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