lunedì, Agosto 2

Angelo Branduardi: l'artigiano della musica

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Un palco buio, illuminato solo per una figura esile dalla folta chioma. Sulla spalla ha un violino e lo inizia a suonare quasi fosse rapito, accompagnandosi con parole che sanno di fiaba d’altri tempi.
Le composizioni di questo artista, hanno il profumo delle vecchie botteghe dove restaurano mobili antichi o di quelle librerie dove si trovano testi polverosi e rari.
E’ un moderno cantastorie Angelo Branduardi, un artigiano della musica, un fine ricercatore di melodie e perduti racconti popolari. Un interprete amato ed apprezzato in tutta Europa e colpevolmente dimenticato in patria.

Nato sulle rive milanesi del Ticino, quando i fiumi erano ancora luoghi di vita e i campi verdi distese di brughiere, Branduardi si forma, non solo musicalmente, a Genova.
Nel capoluogo ligure, Angelo Branduardi resta colpito dai fermenti musicali ben presenti in città, si iscrive al Conservatorio e risulta uno dei più giovani ragazzi italiani a conseguire il diploma.

Nell’immaginario collettivo, viene spontaneo associarlo all’inseparabile violino ma Angelo impara presto a suonare la chitarra classica. Oltre che dalla musica, dove i suoi riferimenti sono, inizialmente, Cat Stevens e Donovan, è attratto in particolare da un poeta russo, Sergej Esenin. Proprio da queste poesie, attingerà per creare una delle sue migliori composizioni, ‘Confessioni Di Un Malandrino‘, mettendo subito in luce una vena raffinata ed originale: «Son malato di infanzia e di ricordi e di freschi crepuscoli d’Aprile, sembra quasi che l’acero si curvi per riscaldarsi e poi dormire. Dal nido di quell’albero, le uova per rubare, salivo fino in cima ma sarà la sua chioma sempre nuova e dura la sua scorza come prima».

Affascinato da tutto ciò che è ‘lontano’, Branduardi frequenta anche l’Istituto Tecnico per il Turismo e proprio qui avviene l’incontro con la compagna di una vita, Luisa Zappa. II legame tra i due diventa anche artistico; Angelo si dedica alla ricerca della musica antica, sia medioevale che rinascimentale e barocca, un lavoro impegnativo e certosino, Luisa lo supporta traducendo queste ricerche in testi.
Ed è proprio grazie a questa attitudine per la ricerca che Branduardi, piano piano, conquista un suo spazio in un contesto musicale per lui anacronistico, un momento storico nel contesto del quale i cantautori con i loro testi sono proiettati al futuro mentre lui guarda al passato.

La popolarità arriva con la riadattazione di un canto della pasqua ebraica mirabilmente musicato ed interpretato dalla particolare voce, quasi sussurrata, del cantautore milanese, ‘Alla Fiera Dell’Est‘: «e venne il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò …».  Questa geniale filastrocca è una metafora della legge del più forte che tuttavia, trattandosi di un tema religioso, afferma che tutti dobbiamo sottostare alla legge suprema: «E infine il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco…».

 

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