sabato, Maggio 15

Andrew Cuomo, un successo con tante ombre Il rischio è che la sua vittoria finisca per accentuare ancora di più le divisioni interne al partito

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Come da tradizione, il voto statunitense del prossimo 6 novembre non interesserà solo i seggi del Senato e della Camera dei Rappresentanti (‘midterm election’) ma anche un certo numero di seggi governatoriali. In particolare, in quest’occasione sono coinvolti trentasei Stati su tutto il territorio nazionale (Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Hawaii, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nevada, Nebraska, New Hampshire, New Mexico, New York, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Vermont, Wisconsin, Wyoming) e tre Territori (Guam, Isole Vergini e Marianne settentrionali). Il voto avrà, quindi, anche un considerevole peso politico, sia se si tiene conto della rappresentatività del campione, sia del fatto che proprio agli Stati spetta il compito di delineare i confini dei distretti elettorali per il voto (compreso quello presidenziale) del 2020. Non stupisce, dunque, né che la campagna elettorale sia combattuta, né che i suoi risultati siano seguiti con attenzione da partiti e osservatori. Il fatto che, dei trentasei Stati chiamati al voto, solo dodici siano considerati ‘sicuri’ per uno dei due partiti aggiunge interesse alla cosa.

Uno degli Stati ‘sicuri’ per il Partito democratico è New York (gli altri due sono California e Hawaii). Qui, le primarie di partito hanno candidato alla rielezione il governatore uscente, Andrew Cuomo. Eletto per la prima volta nel 2011 e confermato nel 2014, Andrew è figlio di Mario Cuomo, a suo volta Governatore dello Stato di New York fra il 1983 e il 1994 e, fino alla morte (avvenuta nel gennaio 2015), figura di peso dell’establishment democratico. Cuomo è stato inoltre marito, dal 1990 al 2005, di Kerry Kennedy, figlia di Robert, figura carismatica di una dinastia che anche dopo la morte del ‘patriarca’ Ted (avvenuta nel 2009), continua a svolgere una parte importante all’interno del partito dell’asinello. Assurto alla ribalta politica come Assistant Secretary for Community Planning and Development nell’amministrazione Clinton (incarico che ha mantenuto dal 1993 al 1997), Cuomo ha, in seguito, percorso un regolare ‘cursus honorum’ sia a livello nazionale che locale, diventando dapprima Segretario di Stato per l’Housing and Urban Development (1997-2001), quindi Procuratore generale dello Stato di New York (2007-10), incarico che ha lasciato per candidarsi alla poltrona di Governatore nelle elezioni del 2011.

Proveniente da una famiglia di solide posizioni ‘liberal’, negli anni del suo mandato Cuomo si è distinto per un approccio definito da molti ‘muscolare’ alle questioni che si è trovato a trattare. Non sono inoltre mancate le critiche ‘bipartisan’ alla sua azione e punti di frizione con il Partito repubblicano. Tuttavia, nel complesso, la posizione del Governatore appare — sia all’interno del partito, sia agli occhi dell’opinione pubblica — quella di un candidato mainstream, bene inserito nella ‘macchina’ democratica e poco incline agli avventurismi. Sono queste le ragioni della sua riconferma contro un rivale (l’attrice Cynthia Nixon), che, al contrario, ha fatto la sua campagna accentuando le posizioni ‘di sinistra’ e ‘libertarie’, in particolare per quanto concerne i temi razziali e quelli legati al consumo di droghe leggere. E’ significativo, inoltre, che la candidatura delle Nixon, appoggiata dal New York Working Families Party (WFP), abbia portato allo scoppio di tensioni con importanti gruppi di pressione interni (come alcune frange delle Trade Unions), che hanno minacciato di ritirare il loro tradizionale sostegno al WFP nel caso in cui il successo della rivale avesse precluso a Cuomo la possibilità di correre per il seggio governatoriale.

Anche se, alla fine, il successo del Governatore uscente è stato schiacciante (Cuomo ha sconfitto la Nixon con oltre il 30% di scarto nelle preferenze), i segnali che questo invia riguardo alla compattezza e alla tenuta del Partito democratico non appaiono univoci. Se da una parte la candidatura del Governatore uscente rappresenta la conferma della forza del ‘mainstream’, dall’altra i contrasti che l’hanno accompagnata dimostrano, infatti, la frattura che continua a separare quest’ultimo da una ‘sinistra’ sempre più arrembante. Le modalità, poi, che hanno portato alla vittoria di Cuomo, in particolare il ruolo svolto dal voto organizzato e dai gruppi di pressione interni, mettono in luce come i fattori che, negli scorsi anni, hanno alimentato le critiche dell’opposizione, continuino ad essere un aspetto importante nella vita del Partito democratico. E’ improbabile che Cuomo perda l’occasione per un terzo mandato governatoriale; i sondaggi sono, infatti, concordi nel dare lo sfidante repubblicano, Marcus Molinaro, alle spalle del Governatore uscente, in molte occasioni con uno scarto rilevante. Il rischio è, tuttavia, che la sua vittoria finisca per accentuare ancora di più le divisioni interne al partito e per impattare negativamente sul voto del 2020, portando al riproporsi dello scontro fratricida che tanta parte ha avuto nell’esito delle elezioni presidenziali del 2016.

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