lunedì, Ottobre 25

Andrej Tarkovskij: 30 anni dopo

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A 30 anni di distanza dalla sua scomparsa Firenze ricorda con una serie di iniziative Andrej Tarkovskij. Aveva 54 anni e nove mesi quando, nella notte tra il 28 e 29 dicembre dell’86,  in una clinica di Neully-sur-Seine, vicino Parigi, il grande regista russo lasciò la vita terrena. Perché Firenze lo ricorda forse per prima?  Perché qui aveva ricevuto nell’84 la cittadinanza onoraria e  qui ha  la sua casa, concessagli dal Sindaco di allora, il compianto Lando Conti, ucciso nel febbraio dell’ 86 dalle brigate rosse.

Questa era la sua città, la città che amava, come tutta la Toscana,  e  che custodisce a Palazzo Vegni,  in S.Niccolò, l’archivio storico, che  contiene la più grande raccolta esistente di scritti, pellicole, documenti, sceneggiature, note, lettere, disegni, sulla sua vita e sulla sua opera di regista, scrittore, pittore, poeta”. Così, mi dice il figlio, Andrej, che è Presidente dell’ Istituto  Internazionale che porta il nome di suo padre.  L’altra sede  è a Parigi.

Con Andrej ci conosciamo da anni, da quando lavorammo insieme alla produzione di un documentario dedicato all’esecuzione della partitura  inedita per quartetto d’archi, dedicata al Beato Angelico, scritta  dall’amico comune che ci ha improvvisamente lasciato: Manuel  De Sica. Ma  in realtà  una chiacchierata su suo padre, sul loro rapporto  personale, d’affetto, d’amore e di stima fra  padre e figlio vissuto anche come Maestro di vita,  e sui progetti dell’Istituto fiorentino, non l’avevamo ancora fatta. Ci proviamo ora,  seduti ad un tavolo di  quello storico caffè Letterario che porta il nome di Giubbe Rosse.

 Dunque, Andrej, la Mediateca regionale toscana ha reso omaggio, con tre incontri-lezione,   a tuo padre.  Incontri affollatissimi, accompagnati da proiezioni di film e letture di pagine scelte dei Diari da te stesso curati. Incontri  ai quali hai dato il tuo contributo. Noto che l’interesse verso le figura e l’opera di Andrej Tarkowskij è ancora vivo. E’ sempre cosi? 

Sì, l’interesse è  molto vivo ed è aumentato  negli ultimi anni  anche da parte dei giovani. Motivo? Forse la crisi del cinema, forse il desiderio di conoscere e approfondire le tematiche a lui care, che riguardano il senso dell’esistenza, la ricerca di una dimensione spirituale  intesa come nutrimento dell’uomo. Son cambiati i tempi, ma i comportamenti degli esseri umani  non sembrano mutati. Noto proprio questo: che i suoi film non hanno subito il danno del tempo.

Gli incontri-lezione fiorentini sono stati organizzati in collaborazione con l’Istituto A.Tarkovskij nell’ambito del Maggio dei Libri e della campagna nazionale del Mibact. Ad essi   hanno preso parte Stefano Socci, docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, critico cinematografico e saggista e Andrea Ulivi, docente di editoria, editore e fotografo. Tema:  biografia e genealogia di un artista.  Un’occasione per  meglio conoscere la sua filmografia e anche il privato che  ha fatto irruzione sullo schermo, come testimoniato dal film Lo specchio.

Tema, questo del privato, che tu stesso hai arricchito con la tua preziosa testimonianza.

 Certo, ma non solo Lo Specchio ( che è del ’75), contiene elementi autobiografici. In tutti i suoi lavori sono presenti in forma più o meno oscura, momenti che appartengono alla sua vita. Il suo cinema contiene scene,    riflessioni,  aspetti di vita reale o immaginaria molto spesso indecifrabili.

Lui, come Fellini, ha girato pochi film, soltanto sette, due mediometraggi  e un corto, entrando comunque a far parte dei classici del cinema, tanto da essere considerato il più grande della filmografia russa. C’è qualche altra analogia  con Fellini   oltre alla comune amicizia e collaborazione con Tonino Guerra ed alla limitata produzione filmica?

 Penso che mio padre fosse più vicino, cinematograficamente parlando, ad Antonioni, ma era amico di entrambi, vi era  fra loro una  grande ammirazione,   stima reciproca e un rapporto di amicizia. Avevano a cuore il destino del cinema. Per loro il cinema era una missione.

 Sai che fu proprio Fellini ad indicare a Tonino Guerra quel luogo magico che è Bagno Vignoni, nelle cui  acque si andava a bagnare Caterina da Siena? Luogo  che tuo padre scelse per Nostalghia chiedendosi: “perché queste cose meravigliose non le vedono i miei amici, mia moglie, i miei figli?”

Certi luoghi gli ricordavano la Russia. In particolare la piscina naturale di Bagno Vignoni, con i suoi vapori, l’aria brumosa del mattino, il silenzio, le voci del passato. Del resto, nella campagna toscana, a Roccalbegna, ai piedi dell’Amiata aveva preso un terreno per costruirsi una casa, rudimentale, essenziale, contadina, così  come aveva fatto nella triste campagna russa, a 300 chilometri da Mosca, dove lui stesso costruì la casa, presto Museo, a lui particolarmente cara e dove aleggia lo spirito della natura.

L’Amiata, un luogo in cui si avverte l’ eco della presenza di Davide Lazzeretti, il visionario predicatore ottocentesco che cercò di concretizzare nell’esperienza  comunitaria quotidiana il Vangelo, come sostenne padre Ernesto Balducci, anch’egli nativo di quelle parti.

E’ un luogo di grande spiritualità, che mio padre amava. Poi  quella casa l’abbiamo dovuta vendere. Avevamo un progetto importante, rimasto sulla carta. Ogni tanto torno anch’io in quei luoghi.

L’ultimo dei tre incontri-lezione, si è incentrato proprio sulla visione del mediometraggio girato dallo stesso regista, dal titolo: tempo di viaggio, che documenta la sua ricerca, compiuta assieme a Tonino Guerra,dei   luoghi per   ambientare  Nostalghia  (1983), il suo primo film girato in Italia, in buona parte in Toscana, a Abbadia San Salvatore e nei suggestivi scorci di Bagno Vignoni e all’Abbazia di San Galgano.

Mio padre amava l’Italia e in particolare Firenze e la Toscana, certo anche Venezia, Roma, ma qui aveva scelto di vivere. Qui, in Italia aveva chiesto e ottenuto, nell’84, asilo politico.

Ma la contrarietà  del potere sovietico si era manifestata già dall’apparizione  del primo lungometraggio L’Infanzia di Ivan, Leone d’Oro nel ’63 al Festival di Venezia, ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini. Un film che racconta la storia di un bambino durante la seconda guerra mondiale e che si discosta dal realismo socialista per calarsi in un’atmosfera onirica, simbolica, poetica. Allora Tarkovskij aveva 31 anni, il giovane regista,  quando subentrò alla direzione del film, cambiò tutto, sceneggiatura, attori, significato dell’opera. Ne nacque un “caso” internazionale,  a suo favore si schierò anche Jean Paul Sartre. Ma l’ostilità del regime  si fece più netta  quando uscì il suo capolavoro, Andrej Rublev che racconta le vicende del pittore di icone  Rublev, vissuto nel Quattrocento. E attraverso lui, il regista rintraccia nella storia della Russia l’anima antica del suo popolo, il suo spirito comunitario intriso di misticismo, immerso nella fede, dominato dal sentimento religioso. Nonostante  le pressioni politiche e istituzionali contrarie, il film ottenne il premio internazionale della critica al Festival di Cannes del ’69, ma solo nel ’71 fu proiettato in Russia, boicottato dalle autorità. Fu sul set del Rublev che Tarkovskij conobbe Larisa Pavlovna Egorkina, sposata in seconde nozze nel ’69 (in prime nozze aveva sposato Irma, un’attrice conosciuta alla Scuola Superiore di Cinematografia, da cui era nato Arsenij Andreevic, primo figlio del regista).

Tu sei nato nel ’70, in un periodo non facile per tuo padre. Che cosa ricordi della tua infanzia, dell’infanzia di Andrej jr?

Di quand’ero piccolo ricordo le lunghe passeggiate nei boschi in campagna   con il babbo e la mamma, il fervore  creativo che c’era in casa: tutti eravamo immersi nel cinema,  e anche nel teatro. La mamma  era la sua assistente. Lui scriveva i copioni, la sceneggiatura, pensava ogni fotogramma, disegnava.  Spesso mi conducevano sul set dov’erano impegnati ore ed ore. Avevo quattro anni quando girò Lo Specchio, film in cui passato e presente si fondono. Due  anni prima era uscito Solaris. Poi, dopo un periodo di impedimenti a realizzare  film, nel ’79 riuscì a nell’impresa di portare a termine Stalker: anche questo incontrò l’ostacolo delle autorità, come  già era accaduto a Lo Specchio, al quale era stata  vietata la partecipazione a qualsiasi Festival e che in Russia fu proiettato per poche settimane.

Quali erano i motivi di questo ostracismo, che costringerà tuo padre all’esilio?

Il contrasto era ideologico, il suo cinema non seguiva  i canoni del realismo socialista, secondo i quali  il cinema come l’arte dovevano sostanzialmente avere un carattere apologetico,  al contrario il suo cinema si nutriva di spiritualità, di poesia, di valori religiosi. Aveva un’anima.  Il tema religioso non era accettato dagli apparati di potere. Oltre a questo contrasto di fondo, un peso enorme ha giocato anche l’invidia dei colleghi, forse per il suo successo internazionale. Questa è stata una delle cose più dolorose da mandar giù.  Come la rottura con Sergij Bondarchuk.

Bondarchk, allora il più autorevole regista sovietico, lo conobbi sul set di Messico in Fiamme, con Franco Nero, del quale furono girate stranamente alcune scene a Firenze…

Le ostilità dei colleghi ( ma non solo la sua),  furono assai dolorose, come il vuoto che si era creato intorno a noi. Soprattutto  quando mio  padre, dopo  le riprese del film Nostalghia a Roma, una coprudozione italo-sovietica, ostacolata a Cannes dallo stesso Bondarchuk nell’84, decide di non fare più ritorno in patria per poter lavorare e portare a termini i progetti dei film che non aveva potuto realizzare in Russia. Così, dal 1982, la data della partenza dei miei genitori in Italia (mia madre ha sempre lavorato con mio padre come aiuto regista), mi sono ritrovato trattenuto in Urss come garanzia per il loro ritorno.

Diciamo in ostaggio…

In quel periodo nessuno ci faceva più visita, poche le telefonate almeno per chiedere: come state?

Anche da parte dei   tuoi compagni di scuola incontrasti distacco? 

No, loro non cambiarono atteggiamento nei miei riguardi, mantenendo un rapporto amichevole. Ma la mia residenza è qui a Firenze, dove vivo da trent’anni ormai, alternandomi con Parigi. Questa è la mia città, che anche i miei genitori amavano.

In ostaggio il giovane Andrej rimase  fino all’86, anno in cui grazie all’intervento di Mitterand su Gorbacev poté ricongiungersi a Parigi con i suoi genitori e  assumere la cittadinanza francese.  Già dall’84  il grande regista aveva chiesto ed ottenuto asilo politico in Italia.

Sai che già nel ’79 l’Amministrazione comunale (Sindaco Gabbuggiani PCI,  vicesindaco Colzi, PSI)  aveva tenuto un convegno internazionale  proprio sul Dissenso nei Paesi dell’Est  e già un altro Andrej, il fisico  Sakharov aveva ottenuto la cittadinanza onoraria?

Sì, certo, so dello spirito di libertà di Firenze della sua vocazione internazionale e della sua capacità di accoglienza.

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