mercoledì, Aprile 14

Andrea Bollino: il Signore dell'Energia field_506ffbaa4a8d4

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Nei primi giorni di freddo vero, il pensiero grato va a Franz Karlovich San Galli
San Galli, chi era costui? Era il geniale imprenditore di origine italiana che, grazie alla sua creatività, al proprio bagaglio tecnico e a una serie di viaggi in Europa, per apprendere tutti i segreti della lavorazione della ghisa, nel 1855 creò il calorifero ad acqua, che fu, in prima battuta, destinato … ai fiori.
L’idea iniziale, infatti, riguardò le serre reali; dopodiché, passato qualche anno, la tecnologia venne impiegata per riscaldare la residenze dello zar e della nobiltà di San Pietroburgo e, poi, di tutta Europa.
Ascoltando il telegiornale, in questi giorni, apprendiamo che, le bollette non ci manderanno in tilt per l’alto prezzo del petrolio, che sul mercato sta attraversanto un momento di ribasso.
Il che ispira, come protagonista di questo ritratto di guru in un interno (stavolta una splendida casa in via delle Coppelle a Roma), il professor Carlo Andrea Bollino, considerato ‘l’autorità’ a livello nazionale e internazionale in materia.
Ordinario di Economia Politica all’Università di Perugia e di Economia dell’Energia alla LUISS, ha ricoperto ruoli-chiave nel settore dell’energia (e non solo!) e, in più, ha avuto il dono di un carattere aperto e sorridente che rende una conversazione al tempo stesso interessante e piacevole. E’ persino così generoso da non bacchettarmi di fronte ad una prima domanda da dilettante allo sbaraglio.

 

Le quotazioni del petrolio in caduta libera possono mettersi in relazione con l’embargo occidentale contro la Russia?
In questo momento, si verifica la contingenza di una scarsa domanda petrolifera da parte del mondo industriale occidentale a causa della crisi economica che ha rallentato la produzione.
Se vogliamo, invece, assumere l’ottica geopolitica, la futura grande disponibilità di gas e di petrolio non convenzionale USA, quello che in gergo si chiama ‘shale oil’, (ovvero il petrolio di scisto, prodotto da frammenti di scisto bituminoso, mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica…) provoca un grande mutamento dei rapporti di forza fra produttori petroliferi, fortificando la posizione degli Stati Uniti rispetto ai Paesi Arabi e rendendoli fornitori concorrenziali per i Paesi industrializzati.
La possibile perdita di potere contrattuale dell’Arabia Saudita che, invece, finora, è stata colei che ha retto il gioco dei prezzi, l’ha spinta a tenerli bassi – cosa consentitale da un costo di produzione minimo – per reimpadronirsi dei mercati.
Il nostro embargo alla Russia, invece, non sembra essere significativo rispetto alle quotazioni petrolifere e, a mio avviso, si potrebbe rivelare una vittoria di Pirro, laddove entrambe le aree coinvolte, la Russia e i Paesi ‘punitori’, vedranno contrarsi il proprio benessere, a causa di una brusca frenata degli scambi del commercio estero.

Bravo, professor Bollino, un’analisi che dovrebbero leggere i decisori internazionali, prima di fare i guerrafondai!
Non sempre il personale politico ha una visione chiara di un panorama ampio e dei rapporti di causa e effetto dello proprie decisioni. Forse non è supportato dagli esperti ‘giusti’?
Il fatto è che la scelta dei personaggi da avviare in politica segue la logica della cooptazione nella cerchia di amici, conoscenti, compagni di asilo (e di merenda), ovvero di un elemento che garantisce la fedeltà, ma non sempre la competenza, perché non tutti abbiamo amici bravi… oppure la familiarità obnubila circa le reali capacità e cognizioni di causa.
Per riuscire a fare scelte obiettive, invece, occorrerebbe usare i criteri di selezione delle squadre di calcio, dai ‘pulcini’ in su.
I selezionatori visionano centinaia di ragazzini in campo, alle prese col gioco e gli avversari, identificandone i più talentuosi, da avviare nei vivai, senza subire condizionamenti di sorta.
Per questo motivo, nelle squadre maggiori accedono alle Primavere di ciascuna i migliori in assoluto, quelli che hanno i numeri per diventare campioni.
Un metodo, questo, che garantisce una selezione meritocratica, concetto del tutto oscuro al fresco Sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone (NdR, la nomina risale allo scorso ottobre, come ‘riserva’ di Roberto Reggi, andato a ricoprire il ruolo di grande capo del Demanio) che evoca come criterio d’identificazione della classe dirigente la circostanza di aver preso parte alle occupazioni ai tempi del Liceo, quando si era ancora acerbi minorenni.
Una sorta di nastrino da combattente e reduce che darebbe una corsia preferenziale alla carriera pubblica.
La cosa mi pare un po’ buffa: anch’io, ai miei tempi di studente del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano, ho partecipato all’occupazione e all’autogestione dei corsi alternativi, ma non per questo pensavo all’epoca di essere un apprendista per la classe dirigente del mio Paese.

Quando hai avuto la percezione di volerne far parte?
Questa consapevolezza, forse, non l’ho avuta percettibilmente neanche ai tempi dell’Università, pur frequentando un Ateneo selettivo e d’elite come la Bocconi.
E’ stato successivamente, ai tempi del dottorato, che mi ha portato all’Università di Pennsylvania, una delle otto dell’Ivy League, (NdR: sono le più prestigiose e elitarie Università private statunitensi) ho compreso che dovevo studiare tanto e bene per contribuire alla crescita del mio Paese.
Quattordici ore di studio al giorno, senza respiro e feste comandate: avevo il privilegio, avendo vinto una Borsa di Studio Fulbright, di poter studiare con il Premio Nobel per l’Economia Lawrence Klein, proprio nel periodo in concomitanza del quale questo valente studioso l’aveva vinto.
Sono stati cinque anni durissimi, che mi hanno cambiato, dandomi tanto e costruendo in me una visione del mondo che prima non avevo (e che, forse, mai avrei avuto rimanendo in Italia).
Pur consapevole di avere aperta dinanzi a me una carriera in terra americana, decisi consapevolmente di tornare nel mio Paese, dove entrai a far parte del Servizio Studi della Banca d’Italia, istituzione autorevole, in cui ebbi la fortuna di avere come mio primo capufficio il giovane e brillante Ignazio Visco. Era il 1983.

Abbiamo ripercorso i primordi della tua carriera. Ma a 16 anni cosa avresti voluto fare?
Ricordo vividamente che a 6 anni, da ‘grande’ avrei voluto diventare ciclista e vincere il Giro d’Italia. Forse funzionava su di me la mitologia dell’uomo solo al comando, rappresentata dal Campionissimo, Fausto Coppi.
A 16 anni, leggevo ‘L’interpretazione dei sogni’ di Sigmund Freud e volevo fare lo psicologo.
Una volta presa la maturità, a 18 anni, però, seguii le orme paterne nel campo dell’economia, ma fino a un certo punto: iscrittomi all’Università milanese Luigi Bocconi, ero convinto di specializzarmi in economia aziendale, ma poi rimasi fulminato dall’economia teorica…

Sette anni in Banca d’Italia, poi, a partire dal 1990, l’ENI. Come avvenne il cambiamento?
Si prospettava come un’opportunità di carriera. Non ero più soltanto il componente di uno staff di ricerche economiche, peraltro molto importante, ma andavo a dirigere io stesso un rinomato Ufficio Studi.
All’epoca l’ENI era ancora un Ente pubblico economico della costellazione delle Partecipazioni Statali, presieduto dal professor Franco Reviglio il quale, come avveniva per i presidenti di tutti gli organismi ‘omologhi’, aveva compiti esecutivi, non essendo ancora stata introdotta la figura dell’amministratore delegato.
Nel dirigere quell’Ufficio Studi, applicai un metodo appreso in Banca d’Italia, ovvero che, a prevalere su tutto, dovesse essere l’etica professionale.
Appena assunto il mio ruolo dirigenziale, poiché l’Ufficio Studi ricopriva il compito, delicato e precipuo per l’Azienda, di formulare le previsioni del prezzo del petrolio sui mercati, ovvero quelle che influivano direttamente sul nostro core business, un alto dirigente mi chiese se avessi intenzione di sottoporre al Presidente, in bozza, tali previsioni, prima che diventassero pubbliche all’interno dell’ENI.
Risposi: ‘Il mio compito è quello di fare le migliori previsioni possibili, sulla base delle mie competenze. Se al Presidente piacciono, mi terrà al mio posto; altrimenti, mi licenzierà. Non faccio previsioni su misura, concordate.’ Questo è uno dei tratti più negativi del mio carattere, che spiega come mai io abbia cambiato spesso posto di lavoro. Oggi, come docente universitario, continuo a cercare di dare ai miei studenti il meglio di me stesso, delle mie conoscenze e delle mie ricerche. Non bisogna mai fermarsi, appagati di saperne abbastanza.

Non mi inganni… mi stai tacendo un sacco e una sporta di incarichi ed esperienze…
Non mi sottraggo, ma solo perché me li chiedi esplicitamente. Sono abituato a guardare più al futuro che al passato, temendo di scivolare nell’autocelebrativo.
Nel 1996 ero già nel Nucleo di Valutazione degli investimenti pubblici del Ministero del Tesoro, allorché a via XX Settembre approdò come Ministro del Governo Prodi Carlo Azeglio Ciampi.
Discutemmo appassionatamente sulle nuove idee per il rilancio del Mezzogiorno (NdR: area del Paese rimasta indietro, malgrado le politiche d’intervento straordinario, divenute sostitutive di quello ordinario e venute a mancare per la brusca conclusione delle stesse qualche anno prima del ‘96) e, alla fine, gli dissi, rispettoso, ma sereno, che, così come voleva indirizzare l’azione politica per il Sud, il divario di reddito fra le due aree che ancora il Paese mostrava, non si sarebbe mai colmato. Le statistiche di oggi, trascorsi 18 anni, mi danno ragione: quel 20% permane, invariato.

Cambia scenario politico ove andasti successivamente ad agire: un ritorno al settore dell’Energia….
D’altronde, la specializzazione dei miei studi era proprio quella di Economista dell’Energia…, tant’è che sono stato Presidente sia dell’IAEE (International Association for Energy Economics), consesso mondiale degli specialisti del settore, sia della sua affiliata italiana, l’AIEE (Associazione Italiana degli Economisti dell’Energia).
Per tale specifica competenza, l’allora Ministro per le Attività Produttive del Governo Berlusconi, Antonio Marzano, mi affidò il compito di studiare e proporre soluzioni per le politiche energetiche, nel solco della deregulation europea.
Anche qui, mi attenni ai miei principi etico-professionali. Infatti, scoprendo una piccola norma, un codicillo normativo, che rischiava d’inquinare la formazione del prezzo sulla Borsa Elettrica, dissi al Ministro: ‘Preferisci adottare un meccanismo distorsivo, che apparentemente riduce i prezzi, ma favorisce la permanenza di un monopolio del settore, oppure un meccanismo equo, che tiene i prezzi magari più alti, ma permette l’ingresso di nuovi concorrenti sul mercato? Se scegli il primo, ritieniti presentate le mie dimissioni.’ Rimasi ancora a lungo con lui.

In un posto sei rimasto a lungo, ovvero come Presidente della Rete Elettrica Nazionale, GRTN, poi GSE, oggi Terna…
Sono stati sei anni entusiasmanti, in cui mi sono impegnato al servizio della comunità nazionale per la sicurezza del sistema elettrico e per lo sviluppo delle fonti rinnovabili per il nostro Paese.
Fui nominato dal Ministro Marzano e riconfermato dal Ministro Pier Luigi Bersani: sono un tecnico e la competenza non ha colore politico. In un settore nevralgico per il Paese quello ha contato.

Dunque, eri al timone del GRTN quel 28 settembre 2003, quando qui a Roma eravamo tutti presi dalla prima ‘Notte bianca’ veltroniana e fummo colpiti dall’inedito black out…
Ero al timone, sì, e ricordo con orgoglio che tutte, ma proprio tutte, le indagini che scattarono per identificare i responsabili di quella ‘domenica di passione’ portarono a individuare le colpe nella gestione svizzera, onorando la grande professionalità e competenza degli ingegneri e dei tecnici della GRTN che lavorarono indefessamente per restituire l’energia elettrica alla vita del Paese.
Conclusasi quell’esperienza, il sindaco di Perugia, Walter Boccali mi chiese di presiedere la piccola azienda comunale di distribuzione elettrica e del gas. Lo feci a patto di poter rinunciare ad ogni emolumento.
Oggi sono in partenza verso una nuova sfida, che mi porterà a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita, come visiting expert presso il prestigioso Centro nazionale di studi economici sull’energia, finanziato dal Governo, il KAPSARC (King Abdullah Petroleum Studies and Research) per studiare lo sviluppo delle energie rinnovabili nei Paesi del Golfo. Una sfida anche per loro …

Le energie rinnovabili segnano il passo in Italia?
Assolutamente no. Stiamo rilanciando nuove produzioni e nuove tecnologie made in Italy nel settore. C’è, ad esempio, un imprenditore italiano che ha rilevato da una multinazionale statunitense, la quale voleva smobilitare licenziando 200 addetti, un’azienda per la produzione di silicio policristallino, componente essenziale per il fotovoltaico.
In Umbria, un altro imprenditore sta costruendo un impianto per produrre la tecnologia per il solare a concentrazione, basato sul principio degli specchi di Archimede.

Una carriera molto ‘movimentata’. In quale degli incarichi ti sei sentito più realizzato?
In tutti. Ma ce n’è uno di cui sono molto fiero in assoluto: ho prestato, nei miei anni da universitario, servizio notturno come volontario della Croce d’Oro di Milano, prima da barelliere, poi anche da autista delle ambulanze.
Qualche vita penso di aver contribuito a salvarla…

 

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