lunedì, Novembre 29

Andare su Marte non sarà mai una passeggiata Marte è e sarà un grosso programma in cui investire, ma non un posto dove andare a villeggiare, non una seconda casa dove trascorrere un paio di mesi all’anno

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Quando nel 1924 la sua vicina di casa gli chiese perché volesse scalare il Monte Everest George Mallory, esploratore della contea del Cheshire -Inghilterra- rispose semplicemente: «Perché è lì». Questo episodio, riportato da Ted Sorensen, consigliere speciale e speechwriter di John Fitzgerald Kennedy, fece molto effetto alla fine del discorso che il presidente degli Stati Uniti declamò nel 1962 agli studenti della Rice University di Houston, in Texas presentando il suo progetto politico di una spedizione umana sulla Luna entro le fine di quel decennio.

Che Marte possa essere l’Everest del XXI secolo ormai cominciamo a convincercene tutti. Appena la scorsa settimana da queste pagine abbiamo appuntato alcune considerazioni sulla indispensabilità di partecipare a un piano così importante, per evitare che siano una potenza o un’impresa a impadronirsi senza concorrenti degli appezzamenti marziani e trarne i benefici economici e politici che sicuramente ricadranno da eventuali utilizzi.

Ma quale è il conto, non tanto e non solo in termini monetari e tecnologici, o più significativamente nei fattori umani e sociali che debba essere addebitato a chi se ne farà carico?

Su un’idea iniziale di Cristina Baldetti e Ida Dell’Arciprete –ambedue professioniste raffinate del settore spazio- un panel qualificato di scienziati ha presentato in una tavola rotonda, moderata da chi scrive, un bouquetdi idee per raffigurare uno scenario variopinto e legato da un unico fil rouge: Barbara Negri, responsabile del volo umano e strumentazioni scientifiche dell’Agenzia Spaziale Italiana,Gianluca Bruti, neurologo e presidente di EurekAcademy (Centro Studi Internazionali di Neuroscienze Cognitive e Medicina Integrata), Luigi De Dominiciscoordinatore del progetto europeo INCLUDING e Enrico Flamini, già chief scientist di Asi e presidente di IRSPS (International Research School of Planetary Sciences) hanno proiettato una visione complessiva e poco aggredita sulle cattedre istituzionali dove si va a caccia di soldi e di notorietà e nemmeno nei talk show autocelebrativi che in questi giorni stanno accalcando le tematiche aerospaziali. Specie italiane.

Che messaggi e considerazioni trarre da un tavolo così eterogeneo?

I saltelli della pattuglia dei 12 astronauti del programma Apollo sulla Luna, sicuramente gravidi di grandi incertezze sono un ricordo evanescente; raccattare pietre a caso sul nostro satellite naturale, piantare bandiere o lanciare palle da golf per dimostrare gli effetti della mancata resistenza dell’aria fa sorridere perchè nello sfondo di una ricerca per raggiungere un qualsiasi corpo celeste a costo illimitato è cambiata radicalmente la matrice: Marcello Coradini in suo articolo su Scienze di quest’estate dice giustamente che la corsa allo spazio di oggi non ha nulla a che spartire con quella degli anni Sessanta. Ed è vero. Ai due soli ciclopi che si confrontavano per raggiungere obiettivi sempre più lontani per mostrare i distingui della propria capacità da anni si stanno aggiungendo attori privati che puntano a mete molto costose ma che con le industrie, con la scienza, con i grandi cluster stanno riportando a terra quei dinamismi che sembrava dovessero prosperare solo oltre la cuffia dell’atmosfera terrestre. Che sia la space economy nella sua interezza è ancora presto dirlo ma sicuramente il balzo in avanti che stanno per compiere le attività spaziali dei nuovi imprenditori è molto lungo. Già tuttavia le imprese principali stanno accumulando risorse ingentissime con fondi immensi che possono trovare sbocco solo in grossi programmi.

Marte è e sarà un grosso programma in cui investire ma non un posto dove andare a villeggiare, non una seconda casa dove trascorrere un paio di mesi all’anno. Forse sarà una soluzione alternativa quando la Terra diventerà troppo piccola per il suo numero di abitanti o definitivamente inospitale per l’esaurimento delle sue risorse. Per adesso però Marte non è idoneo per la vita degli esseri umani e prima ancora, è assai lungo e difficoltoso arrivarci.

Soffermarsi sulle necessità di proteggere le donne e gli uomini che affronteranno questo viaggio è uno dei primi argomenti da affrontare. Neil Armstrong poco prima di imbarcarsi sul Saturn su cui era ancorata la sua capsula che divise con Collins e Aldrin disse a un gruppo di giornalisti:«Ci sono solo due problemi da risolvere quando si va sulla Luna: primo, come arrivarci; e secondo, come tornare indietro. La chiave sta nel non partire prima di averli risolti entrambi».

Ma per andare su Marte il viaggio non è paragonabile ai trasferimenti sulla Luna o ancor meno ai tempi per recarsi sulla Stazione Spaziale Internazionale e non si possono immaginare sostanziali riduzioni dei sei o sette mesi stimati. Per quanto la tecnologia possa evolversi, va rimarcato che il percorso tra i due pianeti non sarà rettilineo e il vettore dovrà sempre tener conto di tutte le manovre di orbitazione e di cattura nella gravità del corpo su cui si deve approdare. Nello spazio non esistono “freni a mano” e poi la resistenza fisiologica umana sia nelle accelerazioni che nelle fasi di rallentamento è chiusa in limiti invalicabili.

Qual è poi lo stato mentale di donne e uomini -presumibilmente non ancora nati- in un mezzo che li costringerà a restare in un abitacolo ristretto, a gravità quasi zero, senza possibilità di grandi movimenti e sottoposti alla coabitazione forzata mentre vedranno la Terra sempre più lontana, ridursi come una piccola stella inavvicinabile?

In una missione così lunga non sono solo gli aspetti psicologici che devono impensierire: un’astronave che naviga nello spazio subisce un bombardamento continuo di particelle provenienti dal Sole e dalle altre stelle.Sono radiazioni ionizzanti che vanno a lambire le superfici dei mezzi e senza una solida schermatura, penetrano i sottili rivestimenti e poi colpiscono senza esclusione i corpi degli equipaggi. Particelle killer che limitano i loro effetti disastrosi sulla Terra protetta dallo spessore atmosferico ma che al di fuori, accumulate per lungo tempo, potrebbero avere effetti micidiali per qualsiasi organismo evoluto. Il condizionale è d’obbligo perché il fenomeno è stokastico ovvero probabilistico, per cui l’unico modello di indagine attuabile è il campionamento dei casi accertati. Il che significa che siamo ancora lontani da una soluzione scientificamente apprezzabile.

Quanto poi a una futura vita su Marte sono necessarie altre considerazioni. Le prospettive di uscita dalla Terra per recarsi in nuovi mondi sono sempre state un obiettivo per gli scienziati. Che sia sete di conoscenza o necessità di indagare in piani prefiguranti un successivo insediamento umano è dibattuto nella grossa bibliografia della fantascienza quanto dalla letteratura tecnico-scientifica che trabocca dagli scaffali di librerie private e biblioteche pubbliche. Comprendere quali possano essere le dinamiche su cui più insiste la scienza può essere un relais per tesaurizzare i risultati ottenuti e riportarli come beneficio della vita quotidiana: i propositi di sostenibilità e di recupero delle sostanze indispensabili alla sopravvivenza, per fare un esempio, potranno essere replicati con minori difficoltà a bordo del nostro pianeta imparando a minimizzare gli sprechi utilizzando tutto quanto più disponibile. Se sarà fattibile su Marte, dove è imprescindibile, perché non sulla Terra?

E da ultimo, non è mancata una riflessione storica che potrebbe essere una guida per il divenire: l’opinione ormai diffusa della geologia più avanzata è che Marte sia invecchiato prima della Terra e il suo stato attuale potrebbe essere dovuto a fenomeni naturali o morfologici avvenuti in qualche passato. Capire se e come si sono succeduti dei meccanismi distruttivi servirà ad effettuare delle solide prevenzioni sul nostro pianeta. E quindi una migliore speranza del proseguimento della vita per l’umanità.

L’intenzione degli scienziati, nelle loro indubbiamente dissertazioni non è stata come si evince la volontà di fornire responsi o sentenze conclusive quanto di alimentare e stimolare una serie di domande importanti che apriranno la porta ad altri dibattiti, forse con nuove problematiche da affrontare e in altri scenari.

Noi ripetiamo di essere convinti che per quanto sia molto complicato, la razza umana riuscirà nel suo intento di emigrare verso nuovi pianeti abitabili e per adesso l’unica meta plausibile potrà essere solo Marte, quarto pianeta del sistema solare, unico a quel che sappiamo dove è immaginabile riprodurre una sorta di vita affine a quella terrestre. Venere e Mercurio sono scientificamente invivibili. Giove e Saturno sono creazioni presumibilmente gassose e dimensionalmente senza alcuna possibilità di sopravvivenza nemmeno nella più folle delle menti fantasiose.

Se un giorno qualche abitante del pianeta Terra si spingerà su Marte, lo farà perché l’umanità è fatta di persone che sono pronte ad esplorare. Questa è la sua storia e il suo futuro. Accadrà quando la nostra Terra diventerà insufficiente, oppure inadatta. Chi sa! Lo sforzo in ogni caso sarà gigantesco e molto costoso. Nessuna nazione al mondo, nessun magnate, da soli riusciranno a farcela senza alleanze e cooperazioni che vedranno ricerca, scienza e tecnologia in necessaria e inevitabile condivisione. Potrebbe essere un messaggio: la Terra unita per andare su Marte. Allora, quel pianeta rosso che la storia e la mitologia, dato il suo colore sanguigno ha sempre identificato con le divinità della guerra, potrà rappresentare un destino di pace per l’intera collettività mondiale. E quello che tutti dobbiamo auspicare.

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