venerdì, Dicembre 3

Andare su Marte non è necessario: è indispensabile Partecipare ai programmi di abbordaggio marziano sembra indispensabile per evitare che una sola o anche due potenze si spartiscano autonomamente il possesso di un nuovo pianeta

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Per secoli Marte, per la gran quantità di ossido di ferro diffusa sulla sua superficie è stato associato al colore di sangue e di cruenza, con un’analogia alla guerra praticamente perfetta. Solo Galileo Galilei nel 1609 potè osservarne ampie zone con i mezzi a sua disposizione e negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo una visione più dettagliata la diede Giovanni Schiaparelli con una mappatura accurata di molte delle sue regioni.

Terra e Marte viaggiano entrambi su orbite ellittiche intorno al Sole, ma a distanza, velocità ed eccentricità differenti, con l’anno marziano che è quasi il doppio del nostro. Ragionando per estremi sappiamo che la distanza minima è circa 54 milioni di km. e la massima supera i 400 milioni di km.

Noi adesso escludiamo qualsiasi presenza di vita evoluta su Marte anche se c’è qualche convinzione che diversi miliardi di anni fa la sua atmosfera fosse più consistente. Che esistessero laghi o fiumi è probabile e che in quelle acque si sia sviluppata una vita primordiale è plausibile ma non ancora dimostrato. Anzi, fu la sonda Mariner 4 che a partire da 15 luglio 1965, da quota 9.844 km, con i suoi scatti fugò ogni dubbio di civiltà intelligente e nel 1976, con le missioni Viking 1 e 2, si escluse che alcuni reperti esaminati fossero composti organici assimilabili alla vita così come la concepiamo sulla Terra.

Ora, pur essendo ragionevolmente sicuri che su Marte non ci sia stato nessun esserino verde o turchese che costruisse canali o che studiasse astronavi capaci di venir a far visita a noi abitanti del pianeta terrestre, dopo circa 20 anni di sonnolenza, all’inizio del terzo millennio un bel po’ di traffico dal terzo al quarto corpo del sistema solare. Una distanza che cambia di un ordine di grandezza (ovvero che aggiunge uno zero ai suoi milioni di chilometri) è sicuramente uno spartiacque temporale. Su Marte si va solo quando è più vicino alla Terra, ovvero circa ogni due anni. Un tempo assai lungo se un equipaggio, dopo aver volato sei o sette mesi lungo una traiettoria che tenga conto che i due pianeti orbitano intorno alla nostra stella a velocità differenti, quindi con un giro molto largo, deve poi soggiornare per almeno 24 mesi prima di far ritorno a casa, tempo lungo ma industrialmente troppo rapido per la messa a punto di nuovi programmi.

La vita dei lanci su Marte è un mosaico di successi e missioni mal riuscite. Attualmente un po’ di sonde scorrazza lungo i pendii dei vulcani e cercano affannosamente informazioni per qualunque cosa possa accrescere la conoscenza. Dove ci sia acqua è stato scientificamente appurato e lo ha provato il radar italiano Marsis della sonda Mars Express: un grande lago sotterraneo che potrebbe far pensare a una nicchia biologica e che ha fatto dichiarare all’astrofisico dell’Inaf Roberto Orosei, primo autore dello studio pubblicato da Science: «Se si trova la vita su Marte si dovrà concludere che c’è vita nell’Universo». Che però quell’acqua sia piena di sali, troppo profonda e dannatamente composita per poter essere utilizzata senza i necessari trattamenti al momento non ci sono dubbi.

Non solo rover su Marte, naturalmente. InSight per esempio è una stazione scientifica fissa della Nasa, adagiata sulla spianata di Elysium Planitia e si aggiunge a diverse altre missioni in cui gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere i migliori, anche se l’etichetta “faster-cheaper-better” del 1997 con Pathfinder non ha scatenato grande entusiasmo tra gli scienziati che hanno spesso approfittato delle ambizioni governative per impegnare risorse importanti per i loro studi. Nella grande corsa non sono stati ai nastri solo le Cinquanta Stelle americane e la Falce e Martello dell’ormai antico impero sovietico: Giappone, Cina, India, Europa e addirittura gli Emirati con la sonda Al-Amal partita dalla base giapponese di Tanegashima hanno voluto sottoscrivere un’attenzione su Marte quasi a certificare un ipotetico quanto inammissibile ma non inevitabile atto di proprietà verso il nostro vicino di orbita. Cosa interessa di un pianeta grande quanto le sole aree emerse della Terra con una massa di circa un decimo rispetto a noi merita la necessaria attenzione.

Prelevare dal mantello del pianeta i silicati o più in profondità ferro, nichel e zolfo, per adesso è inattuabile anche se non si esclude che presto le tecnologie rendano possibili tutte quelle cose che al momento sono impensabili.

Il resto può sfociare rapidamente in un torrente incontenibile di fantascienza. Al momento questi materiali presenti in abbondanza su Marte non sono attrattivi per aumentare la ricchezza sulla Terra. Né sono sufficienti per adeguare Marte ad un ambiente ecosostenibile per la specie terrestre. Considerando poi che nel 1967 alle Nazioni Unite fu firmato un trattato tutt’ora valido sui principi che governano l’attività degli Stati nell’esplorazione ed uso dello spazio extra-atmosferico, nell’art. 2 si esplicita il divieto alle nazioni di occupare risorse e di rivendicare in qualsiasi forma i corpi celesti; questo dovrebbe tutelare i nostri corpi orbitanti da qualsiasi ingordigia colonialista e però il 20 dicembre 2019 -non va dimenticato- negli Stati Uniti è stata fondata la United States Space Force (USSF) che certamente non lascia ben sperare in un proposito di pace oltre la nostra atmosfera, anche se dalla Casa Bianca i portavoce presidenziali si sono affrettati a assicurare che il corpo militare serve a tutelare i loro progetti satellitari. Onestamente, questa mossa del governo americano, seguita a ruota dall’amministrazione francese, fa riflettere sulle opportunità di quello che si trova oltre i confini del nostro pianeta e sulle norme che regolano lo spazio, ma anche che nel prossimo futuro il suo valore potrebbe diventare il nuovo palcoscenico del diritto internazionale.

La posizione europea è ovviamente debole a causa della sua frammentazione politica, degli egoismi nazionalistici e delle assurde quanto inconcepibili derive sovraniste alimentate da ignoranza e attori estranei al contesto politico dell’Unione. Per quanto vi siano programmi di alto contenuto tecnologico, quali ExoMars che presumibilmente prenderà il via nel settembre 2022, secondo fonti di Asi, con un proposito di penetrazione e analisi del sottosuolo, difficilmente il Vecchio Continente potrà tenere testa a chi ha fatto dei lanciatori e dell’accesso extra-atmosferico il cardine principale della propria politica spaziale. E industriale.

Eppure, che siano attualmente in forme automatiche e in futuro con equipaggi umani, partecipare ai programmi di abbordaggio marziano ci sembra indispensabile per evitare che una sola o anche due potenze si spartiscano autonomamente il possesso di un nuovo pianeta.

Alcune nazioni dotate di forti risorse potranno muoversi più autonomamente. Altre, come l’Italia dovranno seguire la inevitabile via delle alleanze internazionali ma saranno necessarie anche le condivisioni delle ricerche all’interno dei suoi territori: apparati industriali e istituzioni di alta tecnologia che fino ad ora hanno avuto pochi contatti tra loro dovranno riunire le proprie forze a muoversi con vigore verso obiettivi sinergici.

Uscire da questa logica significa accettare uno stato di subalternità che presto potrebbe diventare sottomissione o schiavitù. Già oggi con la propria tecnologia una nazione può bloccare il campo tecnologico mondiale disponendo di brevetti e know-how essenziali, difficili da acquisire o addirittura raggiungendo una massa critica di produzione, una sola entità può rendere insostenibile l’avvio di una produzione esterna. A titolo indicativo e proprio in materia dei componenti spaziali, il dominio americano nel campo dei microprocessori è di tre quarti dei brevetti e dei progetti di microelettronica del mondo e quindi l’ex colonia britannica ha la capacità di controllare l’uso che qualsiasi azienda o stato può fare di una vasta gamma di microprocessori. E per questo la ricerca spaziale ha la sua dimensione e una precisa connotazione di politica e strategia internazionale. E dunque, insieme appuntamento a Marte!

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