martedì, Agosto 3

Andar per trincee sul Carso Intervista a Lucio Fabi sulla guerra di trincea nella Grande Guerra, trincee ora protagoniste di un turismo della storia

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Il prossimo luglio ricorre il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale. Il conflitto che cambiò il volto all’Europa. Occasione, il centenario perparlare più consapevolmente di tutti quei soldati che combatterono questa guerra”, ma anche per portare al grande pubblico i ‘luoghi’ protagonisti di quella guerra terribile. “Sono più di vent’anni che questi luoghi vengono periodicamente ripuliti e riportati alla luce”, dice Lucio Fabi, autore di ‘Andar per trincee sul Carso della Grande Guerra’, edito dalla Transalpina Editrice di Trieste.  Si fa questo lavoro di gestione dei luoghi della grande guerra, lavoro che coinvolge tante persone e tante associazioni “e si scrivono libri come il mio soprattutto per aiutare l’escursionista, il visitatore poco attento, che sicuramente in questa ricorrenza del centenario arriverà in queste zone, a rendersi conto che la Grande Guerra non è stata soltanto proclami, bollettini e bandiere, ma anche soprattutto la vita sofferta e trascorsa dai soldati in queste buche”, le trincee, le grandi protagoniste della prima guerra mondiale. “Credo che questo modo di raccontare la storia riesca ad arrivare prima e più vicino alle persone e ai giovani, rispetto ad un approccio più retorico e tradizionale”.

Il libro di Lucio Fabi è ambientato nei luoghi di quella Grande Guerra, protagonisti di un ‘turismo consapevole’ che vede visitatori provenienti da tutta Europa e non solo, che seguitano a tornare sul Carso.

Il territorio conserva, infatti, ancora le trincee e alcuni appostamenti di guerra in luoghi come: Redipuglia, Dolina dei Bersaglieri, Sei Busi, San Martino, San Michele, Brestovec, Trincea della Frasche, Doberdò, Vallone, Quote di guerra, Nad Logem, Kremenjak. Si ricordano anche i cimiteri di guerra italiani e austro-ungarici (distinti per nazionalità), grotte e caverne di guerra da Doberdò a Štanjel, Cerje, Komenski Kras, Temnica, Monfalcone, Quota Toti, e il Parco tematico della Grande Guerra. Vengono menzionate anche le spiagge armate da Punta Sdobba a Grado. Il tutto è arricchito anche dalle testimonianze di protagonisti noti e meno noti come: Tirel, Ungaretti, Schalek, Oreffice, Bussi, Piccolini, Liebman Modiano, Weber. È insomma un’agile guida, tutta a colori, di facili e aggiornati itinerari di guerra con relative mappe, narrazione storica e pratiche osservazioni escursionistiche per riscoprire i resti delle trincee della prima guerra mondiale sul Carso. Le mappe degli itinerari sono basate sulla carta topografica ‘Carso Triestino, Goriziano e Sloveno 1:25.000’di Transalpina Editrice.

La dura guerra di trincea, un conflitto di posizione nella quale la linea del fronte consisteva in una serie di scassi in profondità lungo un tracciato ideale dove i soldati si appostavano per controllare e sparare al nemico, perdurò dalla prima guerra mondiale fino alla seconda, anche se in quest’ultima i fronti si allargano nello spazio e vi si affiancano le rivoluzioni tecnologiche dei carri armati e degli aerei. È però nella Grande Guerra che la guerra di trincea conobbe il suo apice e solamente nella battaglia di Verdun (1916) 700.000 soldati vennero feriti ed uccisi senza che la linea del fronte mutasse in maniera sostanziale. La tipologia delle trincee cambiava sui diversi fronti di guerra. Sul fronte dolomitico e carsico tra Italia e Austria, ad esempio, il tipo di terreno non rendeva possibile lo scavo di fossati profondi, cosicché si utilizzavano come fortificazioni ammassi rocciosi, mucchi di sassi e a volte bassi muretti costruiti a secco oppure in cemento sul posto. La mortalità dei soldati che presero parte alla prima guerra mondiale nelle trincee si aggira attorno al 10%, mentre nella seconda è del 4,5%. La strategia di questo tipo di guerra è quella di logoramento, che impone al nemico un consumo di risorse tale da non consentirgli il proseguimento del conflitto. L’immagine classica di un attacco di fanteria durante la prima guerra mondiale consiste in grandi masse di soldati che si gettano sulle trincee nemiche, contrastati dal fuoco delle mitragliatrici e dell’artiglieria. Ma essa risponde alla realtà solo per i primi mesi della guerra, infatti poche volte attacchi del genere furono coronati dal successo. Generalmente un attacco partiva da trincee di avvicinamento preparate durante la notte, eliminando nel frattempo gli ostacoli principali che si frapponevano all’avvicinamento alle trincee avversarie.

La prima guerra mondiale, combattuta secondo questo sistema, secondo gli storici, ha favorito la dissoluzione dei grandi imperi ottocenteschi dell’Europa, ma non ha aiutato la costruzione di una nuova forma politico-istituzionale nel continente, che difatti pochi anni dopo si è nuovamente spaccato in un secondo conflitto generale, propagatosi anche all’Asia e poi all’America, facendo milioni di vittime e guadagnando al XX secolo la nomea di secolo delle guerre.

 

Fabi, in cosa consisteva la guerra in trincea della Grande Guerra?
È una situazione che coinvolge nel primo conflitto mondiale la totalità dei militari che ne facevano parte, ossia circa 70 mila soldati, distribuiti su tutti gli Eserciti che combattevano prevalentemente in queste trincee. Queste sono delle buche scavate nel terreno, anzi delle gallerie che servivano a contrastare l’avversario, praticamente su tutto il fronte dell’Italia, il fronte occidentale e anche in Russia; nei luoghi dove si combatte si costruisce un fronte formato da due trincee contrapposte: da una parte ci sono i ‘nostri’, dall’altra ‘il nemico’. Per quattro anni, ossia per tutta la durata della guerra, si combatte cercando, più che di conquistare il territorio avversario, di logorare il più possibile il nemico, inducendolo appunto a combattere. La trincea nasce come concetto universale nella prima guerra mondiale, ma era sempre esistita, ovviamente. Essa è il posto dove tra il 1914 e il 1918 milioni di uomini combattono, vivono, muoiono. È uno scavo che va da 2 metri ad un metro di profondità, larghezza un metro o un metro e mezzo, che si estende per chilometri e chilometri, su più linee.

Cosa differenzia il suo libro ‘Andar per trinceesul Carso della Grande Guerra’ da quello ‘Andare per trincee sul Carso triestino, goriziano e sloveno’ che ha scritto insieme con Roberto Todero?
Tra i due libri sono passati sostanzialmente dieci anni, in cui c’è stato un grosso lavoro di valorizzazione sul territorio. Parlo dell’area che interessa il libro, il Carso triestino dalla parte italiana e quello sloveno oltre confine. Negli ultimi dieci anni vari luoghi sono stati ripuliti e ne sono riemerse le trincee, e si sono ricostruiti spazi e grandi musei, come quello di Cerje in Slovenia, ma anche altri più piccoli nell’area triestina. Bisognava quindi aggiornare sia i percorsi, sia le informazioni, sia le immagini, e a questo serve il nuovo libro.

In che modo lei descrive i luoghi della Grande Guerra sul Carso e quali sono questi luoghi descritti?
Sono sostanzialmente i luoghi in cui si combatterono le undici offensive dell’Isonzo, cioè dall’estate del 1915 alla tarda estate del 1917, e ruotano intorno ad alcuni siti cardine. Tra questi sono da ricordare sicuramente il Sacrario di Redipuglia, le trincee e le doline che lo circondano, il paese di San Martino del Carso e il Monte San Michele che è patrimonio della umanità collettiva, non soltanto italiana, grazie alle poesie del soldato e letterato Giuseppe Ungaretti, mentre per la parte slovena le alture di Cerje, dove sorge questo nuovo museo sloveno dedicato a tutte le battaglie del popolo sloveno, sia del 1914-18, sia del 1940-45, e ancora del 1991, ossia la guerra di liberazione. Attorno a questo museo i comuni sloveni e le associazioni locali e italiane hanno ricostruito luoghi e percorsi dove è possibile visitare trincee e monumenti di guerra. Ciò senza dimenticare la novità del parco tematico di Monfalcone, il percorso costiero che punta alla scoperta delle postazioni di artiglieria italiana che da Grado e da Monfalcone sparavano sul Carso.

Lei racconta la guerra di trincea attraverso personaggi noti e meno noti. Quale è stato il lavoro di ricerca storica che c’è dietro a questo libro?
Dietro questo libro c’è il mio percorso personale di storico e di ‘raccoglitore’ di questi materiali. Sono più di vent’anni che utilizzo le autobiografie dei soldati noti e meno noti, da Ungaretti al fante sconosciuto. Questi dati li utilizzo nei miei libri di carattere storiografico, come anche nell’allestimento dei musei di guerra che ho portato a termine in giro per l’Italia.

Quale è la caratteristica comune e le differenze nei racconti di questi testimoni?
Dobbiamo dividere le testimonianze a seconda della provenienza sociale e della classe di istruzione dei combattenti. La stragrande maggioranza dei soldati e dei graduati che scrivevano della loro esperienza di guerra, la descriveva come una ‘tragedia che non si poteva evitare’ e quindi narravano la loro sopportazione e la regola dell’obbedienza. Scrivevano soprattutto del desiderio di superare la prova, cioè di riuscire a tornare a casa e a non morire in guerra. Diverse invece sono le memorie e i testi degli ufficiali più istruiti, che all’epoca costituivano la classe dirigente dell’Italia di inizio secolo ed erano maggiormente consapevoli delle necessità di fare quella guerra, soprattutto per spirito irredentista, ma anche per altre ragioni. Dai i loro scritti emerge una maggiore conoscenza dei fatti storici, in quanto erano gli ufficiali che poi gestivano, controllavano i soldati e i loro reparti.

C’è un capitolo del libro intitolato ‘Il Carso di Giuseppe Ungaretti’.
Si. Ungaretti diventa poeta sulle trincee del Carso. Vi arriva a 27 anni, era già un intellettuale con sogni e desideri precisi e in guerra scopre un modo più diretto, più scarno, estremamente più sincero, di raccontare la sua esperienza. È proprio dalle trincee di Monte San Michele, attorno a San Martino del Carso, che Ungaretti inizia quel percorso letterario, pubblicando nel 1916 ad Udine il suo primo libro di poesie di guerra, intitolato ‘Porto sepolto’, che lo renderà famoso in tutto il mondo.

Lei parla dei cimiteri di guerra dimenticati. Dove si collocano questi nel Carso?
Nel Carso si collocano un po’ da per tutto: sia nella parte italiana sia in quella slovena. Per quanto riguarda i cimiteri di guerra italiani, nel corso del dopoguerra tutti vennero dismessi e le salme raccolte nei grandi sacrari, tipo Redipuglia o altri, mentre nella parte slovena i cimiteri austroungarici continuano ad ospitare le salme dei caduti ungheresi e di tutte le nazionalità dell’impero, che giacciono in posti dimenticati o anche molto belli dal punto di vista naturalistico, e che ritengo valga la pena elencare.

Si parla spesso delle figure di rilievo della Grande Guerra e poco dei semplici soldati impegnati sul fronte. Con questo libro Lei vuole in parte contribuire a ricordarli?
Certo. Io penso che per il centenario, ma già si stanno vedendo i primi esempi, sarà l’occasione per parlare più consapevolmente di tutti quei soldati che combatterono in guerra, cioè gli italiani, gli austriaci, gli ungheresi, gli sloveni, i tedeschi, ecc. cercando di capire che quel conflitto fu una grande tragedia collettiva dalla quale non venne fuori niente di buono, perché soltanto dopo pochi anni si ebbe un’altra guerra mondiale, ancora più cruenta e terribile.

Come ha cambiato la Grande Guerra il mondo occidentale?
Secondo me lo ha cambiato eliminando, dissolvendo imperi come quello tedesco e austroungarico e facendo emergere vari stati nazionali come il regno della Yugoslavia, la Polonia, la Russia rivoluzionaria, ma allo stesso tempo, proprio perché il conflitto non si è concluso in maniera adeguata, ovvero non avendo i Paesi vittoriosi ben compreso la situazione della Germania perdente e della Ungheria, sono state poste le basi per il conflitto successivo. Le due guerre mondiali sono considerate dagli storici come un unico grande conflitto civile europeo, che parte dal 1914 e termina nel 1945. Il Novecento è il secolo delle guerre anche per questo motivo.

Cosa ha rappresentato la Grande Guerra nella politica del tempo?
Nella politica del tempo ha rappresentato il primo momento di conflitto tra vari schieramenti irredentisti nazionali. L’impero della Gran Bretagna era minacciato dalla Germania, in fase di crescente espansione industriale. Questo conflitto ha poi accelerato la carneficina di 10 milioni di soldati, e di 20 milioni di civili morti per cause di guerra, oltre a un numero incalcolabile di feriti e di dispersi.

Quanto ha pesato la Grande Guerra nella demografia del secondo ventennio del Novecento?
Qui gli storici sono discordi. Certamente per i primi anni del dopoguerra, 1919-20, c’è stato un rallentamento dello sviluppo demografico, indotto ovviamente da questa morte di massa, tuttavia altri demografi individuano la ripresa proprio negli anni venti, perché in pochi anni si ristabilisce quel trend demografico positivo che porterà a perdite ancora più grandi nella seconda guerra mondiale, durante la quale ancora più popolazione civile verrà uccisa o ferita per gli avvenimenti bellici.

La guerra di trincea come ha cambiato il modo di combattere?
Non è cambiato molto dalla prima alla seconda guerra mondiale, ma la diversità sta nell’innovazione tecnologica legata agli aerei e ai carri armati. Nella prima guerra mondiale aerei e carri armati non riescono ancora ad essere prevalenti rispetto alle armi tradizionali, come i cannoni o le mitragliatrici e le stesse trincee diventano ostacoli passivi. Nel secondo conflitto mondiale con il perfezionamento tecnologico assistiamo ad una guerra combattuta molto di più nei cieli con gli aerei, e a terra con i carri armati e le truppe corazzate. Questo fa sì che da un lato ci siano ancora le trincee, ma i fronti siano molto più fluidi, ossia ci si spinga in avanti e indietro per molti più chilometri, e dall’altro che i civili subiscano i terrificanti bombardamenti aerei, da Pearl Harbour alle bombe su Londra per arrivare alla bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki, soffrendo perdite molto più alte dei militari in guerra.

Crede che con la Grande Guerra le classi sociali più basse abbiano dato un apporto maggiore che non i ceti più elevati?
Le classi sociali più basse hanno dato un apporto maggiore, nel numero di partecipanti e di morti, anche perché erano assolutamente prevalenti. Dalla Grande Guerra nascono le grandi rivoluzioni e le grandi dittature, cioè in Russia assistiamo all’inizio del Comunismo, mentre in Germania e in Italia dalle trincee della guerra escono gli stimoli fascisti e nazisti, con Mussolini prima che scopre come applicare la sua dittatura in Italia, e poi Hitler che avrà ben altri nefasti interventi.

Nel centesimo anniversario cosa insegna questa guerra al mondo e in particolare all’Europa di oggi?
Questa guerra, insieme a tutto il Novecento, insegna, a chi lo vuol capire, che una guerra non è mai il modo migliore per risolvere i conflitti istituzionali. Quei milioni di morti ci devono far comprendere che dovremmo essere capaci, anche oggi in cui sono più di 130 le guerre e i conflitti in atto nel mondo, di riuscire a non replicare le norme che, 100 anni fa, hanno fatto vincere chi uccideva più avversari, chi più li affamava, chi più li distruggeva. Non ci dovrebbero più essere nemici nel mondo utopistico di domani.

 

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