giovedì, Agosto 5

Ancora sulla difesa del suolo, secondo una nuova ingegneria dell’ambiente

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L’incidenza delle attività umane sui sistemi che regolano la disponibilità di energia e risorse alimentari e minerali coinvolte nel ciclo dell’acqua ci riportano al cuore del concetto di ‘suolo’ e dei problemi legati al suo consumo. In proposito, il Professor Renzo Luigi Rosso, Idrologo presso il politecnico di Milano e autore di Bombe d’acqua. Alluvioni d’Italia, dall’Unità al terzo millennio (Marsilio, 2017) ha parlato a più riprese di «idrocomplessità».

L’interazione reciproca di quei sistemi complessi con il fattore umano si sono modificate con conseguenze potenzialmente dannose sull’ecologia e sulla vita stessa, toccando macro-ambiti come il clima, la salute, la qualità del cibo e della biodiversità, la sostenibilità urbana. Secondo l’Autore, pioniere dell’Ingegneria ambientale nel nostro Paese, una gestione fallimentare di queste problematiche e dei rischi che comportano è – anche – conseguenza di una mancata capacità di anticipazione da parte della scienza, auspicabile attraverso un nuovo approccio olistico di matrice leonardesca.    

Professor Rosso, in qualità di padre fondatore della disciplina, in quale contesto è nata l’Ingegneria ambientale italiana e secondo quali linee si è evoluta?

L’ingegneria ambientale nasce in Italia nel 1989 da una costola della «Ingegneria civile per la difesa del suolo» attiva nel Politecnico di Milano, dove ero stato chiamato in cattedra nel 1986 proprio per costruire questo nuovo filone culturale, e presso l’Università della Calabria, dove avevo lavorato nella seconda metà degli anni Settanta. Esordivo con i primi studenti dicendo loro che ci sono tre modi per affrontare i disastri ambientali:  cercare di evitarli studiando i sistemi ambientali per ridurre l’esposizione al rischio e la vulnerabilità;  sviluppare tecnologie di disinquinamento e di riduzione della pericolosità; affidarsi a un buon avvocato.

Con questa premessa, ho cercato di costruire una cultura che, come priorità, privilegiasse soprattutto la prima via, anche se la politica, l’industria e l’opinione pubblica italiana hanno sempre mirato alla seconda via, se intravedevano l’affare, quando non si è direttamente ricorsi alla terza.

Esistono tensioni nei rapporti tra ingegneri ambientali, «Commissione Grandi Rischi» della Protezione Civile e movimenti ambientalisti?

Non esistono tensioni particolari nei rapporti tra ingegneri ambientali – quelli ‘veri’, che seguono le priorità di cui parlavo – e la «Commissione Grandi Rischi», anche se questo organismo ha subito una evoluzione complicata e difficile da esaminare qui in breve. Per quanto riguarda i movimenti ambientalisti, dipende dal grado di consapevolezza: la maggioranza ha ormai acquisito grande consapevolezza e buone conoscenze. C’è un dialogo fruttuoso con costoro, che hanno un prezioso radicamento territoriale. Con coloro che «sono fedeli a un archetipo del tutto ideale, fatto di nuotate nelle chiare, fresche et dolci acque dei fiumi, di galli cedroni che becchettano garbatamente il dorso dei cinghiali, di montagne incantate lambite dal bosco Atro, di contadini zelanti che cantano all’aratro trainato dal pio bove e, cantando, presidiano il territorio» – e qui cito il mio ultimo libro – il dialogo diventa un po’ povero.

Il «suolo», inteso come bene comune, è stato ed è tuttora oggetto di pesanti aggressioni, che una politica di deregulation – avviata a partire dalla L. 326/2003 sul condono edilizio – ha alimentato a favore delle imprese di costruzione. Quali sono secondo Lei le principali criticità e i fattori – di origine pubblica e privata – che contrastano una difesa del suolo capace di limitarne il consumo (lacune del nostro ordinamento giuridico, prassi in violazione della normativa vigente, gruppi di pressione…)? Potrebbe citare in proposito un esempio significativo tratto dalla casistica giurisprudenziale?

Il culto del denaro a breve termine, motore primo di ogni azione privata e pubblica. Tutto viene fatto risalire ai soldi, che nei confronti dell’ambiente non sono tutto, ma spesso sono addirittura un fattore marginale. Lo spiego diffusamente nel libro.

Il caso più clamoroso è forse il piccolo bacino del Rio Fereggiano a Genova, dove nel 2011 ci sono state sei vittime da alluvione e si è appena concluso un processo che potrebbe segnare una svolta della giurisprudenza in Italia, anche se siamo soltanto alla sentenza di primo grado (sentenza di condanna per omicidio colposo aggravato e disastro ambientale emessa lo scorso 28 novembre dalla Corte d’Assise presso il Tribunale di Genova). Dal 1805, sulla base delle accuratissime carte napoleoniche, ad oggi, secondo una cartografia tematica molto dettagliata, si vede come l’urbanizzazione sia passata da meno del 3 a più del 20 % del territorio. Ma il dolo sta soprattutto nelle opere idrauliche mal progettate, come la copertura del tratto terminale di quel torrente.

Tenendo a mente la definizione giuridica ‘integrata’ di ‘suolo’ proposta nel 2006 dalla Commissione Europea e inserita, dal 2014, nell’Enciclopedia Treccani, ritiene che le grandi opere di interesse strategico (finalizzate ad aumentare la competitività dell’Italia nell’area euro-mediterranea) si muovano, a livello nazionale ed europeo, in un’ottica di garanzia rispetto al consumo del suolo e al potenziale danno ambientale che potrebbero produrre?

Credo che il consumo di suolo sia legato in parte modesta alle infrastrutture, almeno come superfici, e sia imputabile soprattutto a una dissennata politica edilizia. Penso invece che alcune opere, come il TAV da Torino a Lione, si muovano su logiche anzitutto economiche totalmente superate e frutto di modelli obsoleti.

Si può dire lo stesso per il Terzo Valico dei Giovi, la linea ad alta velocità di 53 km progettata per collegare il porto di Genova con la rete padana, inserendosi nel c.d. ‘Corridoio Reno-Alpi’?

Il Terzo Valico è una necessità reale da tempo immemore, ma la sua progettazione poteva prendere vie diverse e meno impattanti, come dimostrò qualche anno fa il gruppo di lavoro dell’Architetto e urbanista Paolo Rigamonti, abbandonato all’oblio dalla politica genovese che pure lo aveva usato in campagna elettorale per acquisire consensi.

Con gli effetti ulteriori di migliorare il rapporto tra costi e benefici e di aumentare l’importanza del porto di Sampierdarena, secondo il disegno già promosso dall’Autorità Portuale, Rigamonti proponeva soluzioni alternative. Prendendo a esempio il modello svizzero, la sua idea di fondo era spostare il traforo già esistente alla base dei rilievi, diminuendo la pendenza delle linee percorse. Tramite l’auspicato abbassamento del Valico dei Giovi, poco utilizzato per l’andamento e la pendenza (fino al 35%), si sarebbe ottenuto un tracciato molto più lineare, con un terzo delle gallerie necessarie a realizzare il Terzo Valico.

Resta, poi, il problema ‘endemico’ dei tempi di realizzazione…

Non c’è politico peggiore di chi afferma che bisogna comunque andare avanti su un progetto mediocre perché ‘perdiamo i soldi’, quando le opere pubbliche in Italia si fanno con tempi ridicolmente lunghi. Per fare un altro esempio ligure, l’ «Aurelia Bis», a Savona, è un cantiere aperto da anni: paradossalmente, se percorriamo a ritroso i tempi della «Autosole» degli anni Cinquanta, ci accorgiamo che sarebbe stato un lavoro da 21 giorni. E l’«Autosole»  aveva due corsie per senso di marcia, mentre  l’«Aurelia Bis» solo una.

A proposito della «idrocomplessità», Lei ha più volte fatto riferimento all’importanza di prevedere modelli olistici, capaci di fondarsi su osservazioni diffuse a più livelli. Da dove dovrebbe partire una consapevolezza dell’incidenza delle attività umane sugli equilibri naturali in grado di aumentare il livello di prevenzione e percezione del pericolo? I cambiamenti in atto coinvolgono solo la comunità scientifica?

Le faccio solo un esempio, tratto sempre dal mio libro. Molte vittime delle alluvioni sono state uccise per aver affrontato la furia dell’acqua in automobile, che non è un mezzo anfibio né progettato per reggere la forza della corrente: le statistiche dicono che, nei paesi sviluppati, più del 90% dei morti da alluvione è coinvolto dall’automobile.  Nei paesi sviluppati, questo mezzo assume il significato di ricchezza e progresso, potere e sicurezza. La pubblicità pervasiva delle case automobilistiche alimenta un archetipo di veicoli che fendono la pioggia e planano sulle pozze quando non sfrecciano, come volando miracolosamente, sulle acque: tutto il contrario di un sano principio di precauzione nella guida di tutti i giorni. Ebbene, per mitigare il rischio di mortalità da alluvione bisogna quindi considerare non solo l’idrologia e l’idraulica, ma anche altri aspetti disciplinari dello studio della società: l’educazione, l’informazione, il consumo, i big data, la psicologia. Forse ricostruendo percorsi transdisciplinari, non solo interdisciplinari.

Tutto oggi è ‘smart’, ma questo è spesso soltanto uno slogan. Inoltre, è essenziale una divulgazione onesta e competente, non sempre apprezzata in Italia, dove i media presentano come massimi esperti individui scientificamente imbarazzanti. Purtroppo, molti bravi studiosi non si applicano alla divulgazione, non ne sentono la necessità personale.

Il Ddl giacente in Senato, «Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato» potrebbe facilitare, una volta approvato, questo processo di sensibilizzazione?

In materia di consumo di suolo, ho visto con grande piacere che ha citato Paolo Pileri, uno dei miei allievi nel primo anno di insegnamento nel Politenico. Era il 1986. L’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo è stato definito a livello europeo già con la «Strategia tematica per la protezione del suolo» del 2006. Nel 2020, l’Europa dovrebbe raggiungere questo obiettivo, ulteriormente rafforzato dal Parlamento Europeo con l’approvazione del «Settimo Programma di Azione Ambientale». Lo si legge anche sul sito dell’Agenzia governativa per l’ambiente, l’ISPRA.

Esistono in proposito soluzioni virtuose in ambito UE o proveniente da un Paese membro dell’Unione?

Con il 7% di suolo consumato (anno 2012) l’Italia è terza in Europa assieme alla Germania, dopo Olanda, Belgio, Lussemburgo e Lichtenstein. Non sono un pedologo, anche se ho lavorato per tre anni con Fiorenzo Mancini a Firenze, il padre della pedologia italiana, ma pur sempre da idrologo. So che ci sarà un convegno a breve proprio in Politecnico su questo tema, ‘Italia ed Europa’. A braccio, potrei azzardare che, nel nuovo Millennio e lasciando perdere gli anni del dopoguerra, in Italia non si è soltanto consumato il suolo in modo insensato, ma lo si è anche spesso orrendamente sprecato.

Quando sento parlare di «Horizon 2020», con meno di due anni e mezzo davanti a noi, realizzo quanto indietro sia l’Italia, dove i distretti idrografici sono solo sulla carta.

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