giovedì, Aprile 22

Ancora Palestina

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Lo scorso 14 Gennaio 2015, il procuratore presso la Corte penale internazionale dell’Aja, dava notizia della apertura di indagini preliminari sulle denunce di eventuali e presunte violazioni delle norme del relativo statuto, avvenute in Gerusalemme est.

Ciò, precisa il procuratore con puntigliosa acribia, sulla base del fatto che, allo stato degli atti è possibile considerare la Palestina (che è l’autrice delle denunce) uno Stato abilitato a riferirsi alla Corte a norma dell’art. 12.3 dello Statuto della Corte medesima, sulla base del fatto che il 6 Gennaio 2015, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha comunicato alla Corte, che la Palestina ha depositato il proprio strumento di accessione dello Stato di Palestina allo statuto, a norma dell’art. 126.2 del medesimo. Lo Statuto, pertanto, precisa il Segretario Generale, entra in vigore per lo stato di Palestina a far data dal 1 Aprile 2015, del che la Corte prende atto il 7 Gennaio.

Detto così, in giuridichese stretto, il lettore, superata la violenta fitta di dolore al cervello, sarebbe tentato di smettere di leggere. E invece, se avrà un po’ di pazienza, cerco di spiegare il senso di tutto ciò e qualcuna delle possibili conseguenze.

Come noto, infatti, la situazione della Palestina, e più precisamente di quella parte del territorio della Palestina tradizionale, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ritenne (nel 1947) dovesse costituire il territorio di uno stati arabo di Palestina, è estremamente complessa e tormentata.

Nonostante le molte raccomandazioni in tal senso, la pace tra Israele e una non meglio identificata Palestina è ben lontana dal manifestarsi. Mentre i negoziati languono in diatribe inutili e defatiganti, gli scontri sono quotidiani, la repressione di ogni protesta da parte israeliana è durissima, gran parte del territorio destinato alla futura Palestina è occupato dai cosiddetti “coloni” israeliani che periodicamente si appropriano delle terre palestinesi (anche espropriandole, come se facessero parte di Israele), dalla striscia di Gaza, chiusa in una morsa ferrea da Israele, che impedisce ai palestinesi che vi abitano perfino di pescare, partono missili più o meno pericolosi contro il territorio di Israele, che reagisce con bombardamenti e quant’altro.

Tutto ciò è ben noto ed è oggetto di attenzione internazionale solo quando accade qualcosa di particolarmente grave, per poi cadere nella disattenzione generale.

Che il popolo palestinese abbia una legittima aspirazione alla autodeterminazione, e quindi alla costituzione di uno stato indipendente, è cosa nota a tutti, accettata da tutti, ma finora mai realizzata. Israele stessa non la nega, ma rifiuta di trattare se prima ogni attentato nei suoi confronti non cessi e si garantiscano ad Israele confini sicuri. Cosa tutto ciò significhi e implichi non vuole essere oggetto di queste brevi righe, salvo per dire che la controversia è in atto con metodi sempre violenti a dir poco dal 1948 (ma in realtà da molto prima: almeno dal 1917 e dai cosiddetti accordi Sikes-Picot del 1916) e che i morti si contano ormai a centinaia di migliaia.

Finora, però, la controversia continuava a trascinarsi sul piano di una incomprensione politica insanabile. Lo stato di Palestina, pur voluto (almeno a parole) da tutti, non nasceva, dato che, chiede Israele, fin tanto che non siano “risolti” i problemi territoriali di indipendenza non è nemmeno da parlare, tanto più che la Palestina non è, dicono alcuni, uno stato: manca un territorio definito, manca una popolazione chiara, mancano strutture di governo autonome (Israele entra con le proprie forze armate, in Palestina quando vuole e, se crede, acquisisce territori per i propri cittadini).

L’obiezione è speciosa, ma forte, politicamente molto forte: se la Palestina non è uno Stato, non può essere membro delle NU, né di altre Organizzazioni internazionali e quindi nemmeno della Corte penale internazionale. Inoltre, specie secondo Israele, un non stato non può trattare da pari a pari con uno stato e quindi gli accordi con la Palestina non sono veri accordi, e così via: un gatto che si morde la coda, grazie anche a cavilli giuridici di dubbia validità.

A partire, dunque, dal 2012 la Palestina cambia completamente la propria politica e decide di cercare di “violare il blocco”, utilizzando strumenti giuridici, anche notevolmente raffinati e non più strumenti violenti.

Il primo passo fu quello di chiedere l’ammissione alla Nazioni Unite, delle quali, a norma dell’art. 4 della Carta, fanno parte solo “Stati”. In verità non è proprio così, dato che quando le NU furono fondate tra i membri fondatori vi erano almeno due stati che stati non erano (Ucraina e Bielorussia). Ma il discorso è complicato: sta in fatto che la mancata “natura” di Stato è un ostacolo quasi insormontabile. Tanto che la richiesta palestinese di adesione alle NU resta nei cassetti del Consiglio di Sicurezza, cui compete la decisione definitiva.

E qui sta il primo successo della nuova politica palestinese: in attesa che il Consiglio di Sicurezza si pronunci sulla ammissione, l’Assemblea Generale, con una risoluzione a larga maggioranza, decide di riconoscere alla Palestina lo status di “Stato non membro”. Non è membro delle NU, ma … è uno Stato.

Finalmente, la parola è stata pronunciata e scritta in un consesso internazionale importante, molto importante. E dunque, forte di questa affermazione, la Palestina chiede alla Corte penale internazionale, non di diventare membro (che avrebbe determinato l’opposizione di molti) ma, visto che è stata dichiarata “Stato”, di permettere alla Corte stessa di valutare e giudicare su ciò che accade sul proprio territorio, in base ad una norma particolare dello statuto, che permette alla Corte di agire nei confronti di Stati non membri, ma che ne accettino la giurisdizione.

Un espediente giuridico, un cavillo, diremmo noi, che si oppone al precedente cavillo usato da Israele. Tanto più abile in quanto, per questa via, la Palestina non chiede agli Stati membri della Corte di accettarla come membro, ma li scavalca e si rivolge direttamente al procuratore che, visto che la Palestina è stata dichiarata stato e che il Segretario generale delle NU, in base alla citata risoluzione, accetta il deposito della accettazione di quella clausola dello statuto della Corte, ne prende atto e, in conseguenza apre una indagine.

Badate bene: il procuratore non “decide” nulla né nulla “decide” la Corte. Il procuratore (e quindi la Corte quando il procuratore relazionerà e farà le proposte del caso) si limita ad agire, visto che il Segretario delle NU dice che la Palestina è uno stato.

E dunque, le indagini sono aperte, con riferimento al territorio di Gerusalemme est.

Perché solo a quel territorio?

Beh, ne riparleremo in un prossimo articolo.

 

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