giovedì, Aprile 22

Ancora gelo tra Cina e Giappone

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Per la prima volta in più di due anni i leader di Cina e Giappone, Xi Jinping e Shinzo Abe, si sono incontrati al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Pechino il 10-11 Novembre.

L’incontro, il primo in assoluto per i due premier eletti rispettivamente Abe nel dicembre 2012 e Xi nel marzo 2013, nonostante una simbolica stretta di mano e le dichiarazioni di rito non sembra però aver segnato un reale progresso nelle relazioni tra i due paesi. L’atmosfera infatti è stata gelida. Il premier cinese, in qualità di premier del paese ospitante, ha trattato con cordialità tutti i capi di stato che sono intervenuti al vertice. Ma con il premier giapponese la situazione è stata diversa: nessuna bandiera di stato, nessuna frase di complicità, nessun sorriso di rito. Solo una gelida stretta di mano a muso duro, frutto più di negoziati diplomatici che di un reale sentimento di ospitalità.

L’incontro è stato infatti preceduto da mesi di fitti colloqui diplomatici per cercare di colmare il più possibile la grande distanza che separa attualmente i due paesi. Il Giappone voleva un incontro senza vincoli politici ma la Cina si è mostrata irremovibile. Per Pechino un vertice sarebbe stato possibile solo a condizione di un ammissione da parte di Tokyo dell’esistenza di un disputa sulla nazionalità delle isole Senkaku.

Per decenni le relazioni sino-giapponesi si sono svolte sotto il principio della ‘separazione tra politica ed economia‘ (‘Seikei Bunri‘), un principio fondamentale per due paesi che non hanno mai fatto i conti con la propria storia ma che al contempo hanno in gioco scambi per oltre trecento miliardi di dollari (sono rispettivamente la seconda e terza economia del pianeta). Questo principio si è però interrotto nel Settembre 2010 quando una Costa Guardia giapponese ha arrestato un capitano di un peschereccio cinese al largo delle acque delle isole contese.

Questo incidente ha riacceso un contenzioso e una rivalità che è sempre corsa sottotraccia tra i due paesi ma che negli ultimi anni si è infiammata al punto da arrivare a temere la possibilità di una guerra. Le isole, stiamo parlando di cinque isolotti disabitati e tre scogli, sono situati a centoventi miglie nautiche a nord est di Taiwan e a duecento da Cina e Giappone. L’interesse per le Senkaku (Daiyou per i cinesi) è prima di tutto economico. Le acque sono infatti molto pescose e si pensa siano ricche di giacimenti di idrocarburi. Inoltre hanno una valenza strategica da un punto di vista militare essendo un prezioso punto di controllo delle rotte nel Mar Cinese Orientale.

Per il Giappone queste isole furono annesse insieme a Taiwan nel trattato di Shimonoseki in seguito alla vittoria sulla Cina nel 1895. Con la sconfitta nella seconda guerra mondiale queste passarono sotto il controllo degli Stati Uniti e poi, nel 1972, ritornarono sotto il controllo di Tokyo. Pechino ne rivendica da sempre i diritti contestando il fatto che le isole facciano parte geograficamente del territorio di Taiwan, altro paese di cui la Cina rivendica la sovranità, e che non siano specificate in nessun trattato.

La situazione si è ulteriormente aggravata quando il Giappone ha reso noto di aver comprato da un privato, il signor Kurihara, tre delle otto isole. La risposta cinese non si è fatta attendere con la creazione di una zona di identificazione aerea nei cieli delle Senkaku. Le frizioni nell’arco di due anni sono passati dai controlli dei pescherecci a quello dei bombardieri che sempre più spesso sorvolano queste aree. L’escalation di tensione ha ormai raggiunto anche gli Stati Uniti che, pur non avendo una posizione specifica sulla disputa, riconosce le isole sotto l’amministrazione giapponese e quindi, in caso di attacco cinese, si impegnano a difendere l’alleato.

Il vertice Apec ha segnato un piccolo passo avanti in questa diatriba. Il Giappone infatti, pur ribadendo come le isole siano sia storicamente che legalmente sue, ha ammesso di capire i motivi delle rivendicazioni cinesi. Una piccola concessione che ha però avuto almeno il merito di rilassare gli animi tra i due paesi e permettere il tanto atteso incontro. D’altronde il cattivo sangue tra le due nazioni ha radici molto più antiche.

Pechino ha sempre vissuto con una sorta di vittimismo le tragedie della seconda guerra mondiale non mancando di tirarle fuori ad ogni azione sgradita di Tokyo. D’altra parte il Giappone non ha mai veramente fatto i conti con la propria storia recente né rinnegato in modo assoluto il proprio passato bellico.

Argomenti come le donne di conforto, obbligate a prostituirsi per i soldati nipponici, e il massacro di Nanchino emergono molto spesso, segno di quanto sia lontana una reale normalizzazione tra i due paesi.

D’altronde la posizione del Giappone riguardo il suo passato è quanto meno ambivalente. Se da una parte ad esempio ha riconosciuto l’esistenza del problema delle donne di conforto e, con la dichiarazione Kono del 1993, ha chiesto scusa per le sofferenze causate dal suo esercito durante la guerra, dall’altra ha più volte revisionato i propri libri di testo minimizzando le atrocità causate dell’esercito imperiale durante la guerra. Lo stesso primo ministro Abe ha più volte messo in discussione la stessa dichiarazione Kono adducendo come non vi siano prove certe di questi fatti e come il tutto sia stato ingigantito dalla propaganda cinese per screditare il Giappone sulla scena internazionale.

Non è difficile comprendere come questi atteggiamenti abbiano gettato benzina sul fuoco del nazionalismo nei rispettivi paesi. Entrambi i leader devono fare i conti con un forte sentimento di rivalsa e che difficilmente perdonerebbe un atteggiamento conciliante verso l’altro. Il 70-80% della popolazione di Cina e Giappone ha un’opinione negativa verso l’altro. Questi sentimenti non fanno che essere alimentati dalle propagande dei due paesi. Spesso la Cina ha approfittato dei sentimenti anti-nipponici, alimentandoli ad hoc, per sviare l’attenzione pubblica da argomenti più delicati per il partito. Lo stesso Giappone, soprattutto con il premier Abe, ha più volte incoraggiato sentimenti nazionalistici in patria a fini elettorali. In questo spirito si spiega la visita del premier al santuario Yasukuni. Il santuario shintoista, uno dei più importanti del paese e costruito nel 1868 dall’imperatore Meiji, è un simbolo della tradizione e vi si venerano tutti i caduti per la patria. Tra questi sono stati inclusi nel 1978 quattordici gerarchi della II guerra mondiale classificati come criminali di classe A per ‘crimini contro la pace’. Da allora nessun imperatore ha più fatto visita al santuario e solo due premier prima di Abe vi avevano fatto visita ma in veste di ‘privati cittadini’. La visita ufficiale di Abe nel 2012 non ha fatto altro che riaprire vecchie ferite mai del tutto sanate.

Il Giappone è preoccupato dalla crescente potenza economica del vicino. Anche in questa ottica si possono leggere i tentativi di Abe di riscrivere la costituzione ‘pacifista’ e dotare il paese di un esercito normale. Tokyo, proprio grazie alla paura suscitata in tutti i paesi vicini dall’esuberanza militare cinese, sta avendo vita facile nel creare rapporti di collaborazione con gli altri paesi nel tentativo di arginare diplomaticamente lo strapotere cinese. Ad un vertice Asean (Association of South-East Asian Nations), la lega che racchiude tutti i paesi del sud-est asiatico, tenutosi a Tokyo l’anno scorso ha approfittato per dare nuovo vigore alla ”diplomazia degli assegni”, promettendo più di 14 miliardi di euro per progetti di assistenza allo sviluppo.

Il Giappone sta cercando di rendersi anche economicamente sempre meno dipendente dal colosso cinese. Questo spiega anche il perché nel 2013 la Cina ha perso la sua posizione numero uno di principale sbocco per i nuovi investimenti delle aziende giapponesi, che deteneva ininterrottamente dal 1992, piazzandosi solo al quarto posto dopo Indonesia, India e Thailandia.

Il breve vertice tra i due paesi, durato meno di trenta minuti, non ha chiarito nessuno di questi problemi che ancora separano i due paesi. La promessa di stabilire una linea prioritaria per tenere sotto controllo i conflitti nel mar cinese orientale non stempera in alcun modo l’escalation di tensione nella zona.

Inoltre la situazione potrebbe inoltre ulteriormente aggravarsi. Se Abe dovesse ottenere una maggioranza netta nelle prossime elezioni indette come referendum sul proprio operato, in particolare su abbandono della costituzione pacifista e riarmo militare, si sentirebbe giustificato ad operare con ancora maggiore inflessibilità nelle dispute con il rivale di sempre.

 

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