lunedì, Settembre 27

Anche l'arte deve 'servire il popolo' Xi Jinping chiede che l'élite colta esalti i valori socialisti. Un autogol dal punto di vista della produzione artistica

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Anche l’arte deve servire il popolo. O meglio, il Partito. Un nuovo dogma va ad arricchire il ‘Xi Jinping pensiero’: tutte le opere d’arte debbono «incarnare i valori socialisti in modo vivido e brillante», «sostenere lo spirito cinese» e «ridare forza alla Cina». L’industria dell’entertainment deve colorarsi di ‘rosso’ e il patriottismo diventare il principio ispiratore dei professionisti della cultura. «Le belle opere dovrebbero essere come il sole in un cielo azzurro e una brezza di primavera che ispiri le menti», ha scandito il Presidente. Vietato, invece, «diventare schiavi dell’economia di mercato» e del dio denaro.

Le nuove direttive sono state annunciate da Xi Jinping in occasione di un simposio sulle arti tenutosi due settimane fa a Pechino che ha riunito nella Grande Sala del Popolo firme autorevoli quali il premio nobel per la Letteratura, Mo Yan, il regista di Addio mia concubina, Chen Kaige, e decine di altri decani del panorama artistico d’oltre Muraglia. Dopo un cenno ai maestri francesi Degas e Cézanne, e un elogio ai classici occidentali di Hemingway, Tolstoj e Hugo, l’arringa ha assunto note ‘pop’. Xi si è abbandonato ai ricordi di gioventù raccontando quando, ai tempi delle restrizioni imposte sotto la Rivoluzione Culturale, una volta aveva dovuto percorre quasi quindici chilometri per prendere in prestito da un amico il “Faust” di Goethe.

Il messaggio del Presidente cinese arriva a oltre settant’anni dai discorsi sulle arti e la letteratura tenuti da Mao Zedong a Yan’an con l’intento di dettare un modello socialista nelle creazioni letterarie e artistiche. Tra Xi e Mao intercorrono esattamente 72 anni così come 72 erano anche i presenti al forum del 15 ottobre; chi conosce bene la Cina sa che i numeri da queste parti hanno un certo peso. Era il maggio 1942 e il Grande Timoniere incitava ‘il fronte culturale’ ad affiancare la controparte militare nella battaglia combattuta dal Partito comunista contro i Nazionalisti per il controllo del Paese: alle arti veniva chiesto di «diventare una componente della macchina rivoluzionaria…operare come armi capaci di riunire ed educare il popolo, attaccare e distruggere il nemico». Il destinatario del prodotto artistico era la classe operaia; il suo obiettivo riprodurre il più fedelmente possibile la vita quotidiana per raggiungere le masse.

La Conferenza di Yan’an rientra tra quelle pagine della storia cinese che il potere costituito ama celebrare, tanto che due anni fa 100 artisti e letterati si sono occupati di riscrivere a mano i ‘discorsi’. Un lavoro che è costato al su citato Mo Yan -tra i calligrafi incaricati dell’opera- le critiche di quanti lo giudicano uno ‘scrittore di regime’.

Con l’avvio delle riforme e dell’apertura fine anni ’70 il controllo sulla cultura venne parzialmente allentato. Aderendo alla linea staliniana, Deng Xiaoping riteneva che gli scrittori e gli artisti dovessero porsi come «ingegneri dello spirito umano» attraverso lo studio di Marx, Lenin e Mao. Come scrive Austin Ramzy sul ‘New York Times, sebbene nessuno lo abbia fatto con la stessa enfasi di Mao, anche i suoi successivi hanno continuato a cercare di direzionare la cultura nazionale. L’ex Presidente Hu Jintao (2002-2012), ha spianato la strada a Xi Jinping spostando il focus sull’arte come «veicolo di prestigio nazionale» e soft power. Il leader in pensione non si dava pace all’idea che una Cina seconda economia mondiale venisse ancora considerata un «nano culturale». Si devono proprio a lui i primi appelli incalzanti per una riforma del sistema culturale a fronte di un patrimonio valoriale scricchiolante. A seguire, alcuni ritocchi dei palinsesti televisivi per ripulire il piccolo schermo dagli spettacoli ‘volgari’ e diseducativi a tutto vantaggio di programmi utili al rilancio di un’agenda politica ben precisa. Si pensi all’improvviso entusiasmo per i film anti-giapponesi in concomitanza con il rinfocolare delle belligeranze per le isole Diaoyu, o alla recente miniserie su Deng Xiaoping fatta uscire mentre Xi sta cercando di passare alla storia come un nuovo Piccolo Timoniere promettendo riforme epocali.

Quello che ancora serve al gigante asiatico è il grande salto dall’import dell’entertainement Made in Usa all’export di un Made in China non più low cost ma di qualità. Un concetto di fondo che perdura nell’era Xi Jinping, dove l’arte viene concepita in termini di «competizione culturale». «L’arte cinese raggiungerà un nuovo sviluppo soltanto quando riusciremo a utilizzare le creazioni straniere per servire la Cina», ha affermato Xi. L’obbligo morale del letterato sta nel «diffondere i valori cinesi, incarnare la cultura tradizionale ed esprimere i canoni estetici cinesi». Nel 2014 scompare l’accento sulla classe operaia caro al Grande Timoniere. Si parla piuttosto di «riconoscimento a livello internazionale», declinazione del Sogno Cinese teorizzato da Xi all’alba del suo mandato. Come fa notare un editoriale comparso sull’agenzia di stampa statale Xinhua, nonostante la Corea del Sud sia un Paese ben più piccolo della Cina tanto per Pil quanto per dimensioni geografiche, tuttavia ha raggiunto popolarità planetaria con il tormentone ‘Gangnam Style’: «Il potere economico non basta per farsi rispettare. Ora la Nazione vuole tornare alla sua storica grandezza; è giunto il momento della cultura cinese».

Bisogna considerare non soltanto il fatto che nel discorso di Xi vi siano delle chiare allusioni alla Conferenza di Yan’an, ma anche che i media di Stato abbiano deciso di sottolinearlo in maniera esplicita” spiega a ‘L’Indro’ David Goodman, politologo e Direttore accademico del Centro Studi cinesi presso l’Università di Sydney, “oggi la situazione è molto diversa: c’è di mezzo un’agenda dichiaratamente nazionalista“. Non a caso il Presidente non ha mancato di bacchettare gli architetti cinesi per aver scopiazzato in giro per il mondo; casi di plagio, repliche di celebri monumenti e versioni miniaturizzate dell’Italia non contribuiscono alla rinascita nazionale. Bocciati anche gli «edifici strani» spuntati come funghi nell’ultimo decennio di boom edilizio e non sempre accolti con entusiasmo, come nel caso del quartier generale della CCTV realizzato da Rem Koolhaas e ribattezzato con sarcasmo ‘i mutandoni’ per via della sua struttura a forma di due L rovesciate (qui il ‘Guardian’ propone una carrellata dei più assurdi).

Se, da un parte, la paternale di Xi fa eco alla campagna contro gli sprechi e la corruzione – lanciata appena assunto il potere nel 2012- che ha finito per colpire anche gli edifici governativi più sfarzosi, dall’altra segue di soli due anni l’assegnazione del Premio Pritzker (il nobel per l’architettura) a Wang Shu, primo cinese ad essersi aggiudicato l’ambito riconoscimento. Nonostante le lamentele dei leader, infondo, anche l’ex Impero Celeste ha i suoi pezzi da novanta. Troppo pochi, forse, per un Paese che è ormai stabile da anni nei gironi alti della geopolitica mondiale. Motivo? Xi Jinping punta il dito contro l’attaccamento al denaro come feticcio, ma tace sui lacci e lacciuoli che frenano la produzione artistico-letteraria.

Negli ultimi tempi, la dicotomia intellettuale-politica è diventata oggetto di discussione sia sul web che tra l’élite colta. Come spiega la giornalista Emma Lupano su AgiChina24, il dibattito infuria sulla labile linea di demarcazione che separa gli ‘intellettuali pubblicamente impegnati’ (gonggong zhishifenzi) dai ‘volti noti’ (gongzhi). Inizialmente usato come semplice abbreviazione dell’espressione ‘intellettuale pubblico’, gongzhi ha acquisito sul web una connotazione negativa. La definizione che ne dà Baidu Baike, sorta di Wikipedia cinese, è oltremodo esplicativa: «Il significato era positivo, ma oggi la rete ne ha fatto un termine dispregiativo, usato per ironizzare sull’atteggiamento di quegli intellettuali che ammirano e sostengono tutto ciò che è straniero».

La questione è stata ripresa in un intervento pubblico dal Presidente dell’Accademia cinese delle Scienze sociali, Wang Weiguang. «La nostra Accademia», ha dichiarato, «non è un’associazione di scrittori indipendenti che dicono e scrivono qualsiasi cosa gli passi per la testa. Non devono assomigliare ai ‘Grandi V’ [microblogger con grande seguito]e ai ‘volti noti’ della rete». Infatti, ha ricordato Wang, l’Accademia valuta i suoi studiosi sulla base «sia della fedeltà socialista che della professionalità». Il quotidiano di Partito ‘Huanqiu Shibao’ si è spinto oltre cercando di conciliare la fedeltà ideologica dei dotti con una certa integrità intellettuale. Ne esce un sillogismo claudicante: «La Cina ha certamente bisogno di libertà accademica e di una opinione pubblica dinamica. L’emancipazione del pensiero è stata incoraggiata in questa epoca e questo dovrebbe favorire un rapporto di adesione degli intellettuali alla linea politica nazionale, non un rapporto di opposizione».

D’altra parte, la presenza di una censura particolarmente occhiuta non facilita il sano sviluppo di un impulso creativo. O può capitare che l’impulso creativo assuma forme sgradite al Partito a seconda delle esigenze economiche (per delucidazioni Yu Hua sul New York Times). Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: il mercato dell’arte cinese rappresenta un quarto di quello mondiale, valutato circa 49 miliardi di euro, ma l’artista cinese più noto a livello internazionale, Ai Weiwei, vive da tre anni sotto severa sorveglianza senza poter nemmeno lasciare il Paese per via delle sue ripetute accuse contro il Governo comunista. Alla luce delle ultime evoluzioni, un’inversione di tendenza è fuori discussione. «La leadership pensa che promuovere ideali ortodossi nel settore artistico possa aiutare a mantenere la stabilità nel Paese», ha dichiarato al Businessweek il politologo Willy Lam. Fattore di primaria importanza dato il repentino moltiplicarsi degli ‘incidenti di massa’, eufemismo utilizzato da Pechino quando si parla di proteste, rivolte e manifestazioni contro le autorità.

Con la rapida diffusione di internet la capacità di controllo esercitata dal Partito sulla società si è progressivamente affievolita. In risposta la dirigenza cinese ha provveduto ad indottrinare i propri uomini su come gestire i pericoli derivanti dalla circolazione dei valori occidentali (democrazia costituzionale in primis) vero anatema per Pechino. Se lo scorso anno si era parlato del famigerato Documento numero 9 e dei corsi di marxismo per giornalisti, il 2014 verrà ricordato per una rinnovata stretta sulle Università con tre dei principali atenei del Paese pronti a rafforzare il monitoraggio su docenti e studenti. Forse tutto questo riuscirà ad assicurare lunga vita al Partito comunista più longevo del pianeta, ma una cosa è certa: «Il controllo ideologico sulle arti e la letteratura silenzierà alcune delle personalità di maggior talento», commenta Ding Xueliang, Professore di Scienze politiche presso l’Università di Hong Kong della Scienza e della Tecnologia, «proprio quelle che hanno più possibilità di riuscire a esercitare il soft power sia in Cina che all’estero».

 

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