martedì, Aprile 13

Anche la Francia bombarda la Siria field_506ffbaa4a8d4

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La guerra all’Isis continua senza sosta in Siria dove, tra esercito americano ed esercito russo, compare anche quello francese.  E ieri sera i jet di Hollande hanno bombardato un centro di rifornimento petrolifero dello Stato Islamico nei pressi di Deir Ezzor, sul confine con l’Iraq. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, «Siamo intervenuti con un attacco su un centro di approvvigionamento petrolifero» ha annunciato il ministro nel corso di un incontro dopo il Forum internazionale di Dakar sulla pace e la sicurezza in Africa. Intanto, però, le orde guidate da Abu Bakr al Baghdadi non si arrestano e continuano a seminare il terrore tanto che, temendo le atrocità di cui sono capaci i jihadisti, oltre 15mila persone sono fuggite dalla cittadina cristiana e dal vicino centro di al-Hafar. «Nonostante la presenza dell’esercito siriano, Sadad è in pericolo e temiamo» ha raccontato una fonte «che l’Isis possa riuscire a conquistare la città. Se così fosse, la Siria perderebbe uno dei suoi centri cristiani più importanti. Oltre alle ragioni economiche, i fondamentalisti vogliono Sadad perché è un centro cristiano dove si parla ancora l’aramaico: la lingua di Gesù. Quando hanno attaccato Qaryatayn, avevano già minacciato di voler uccidere tutti i cristiani di Sadad» ha spiegato Padre Luka Awad, referente per le emergenze umanitarie della diocesi siro-cattolica di Homs. Se la cittadina cadesse in mano agli estremisti, una parte altamente significativa dell’eredità cristiana della Siria andrebbe perduta ed è anche per questo motivo che padre Luka fa appello alla comunità internazionale affinché metta fine al conflitto e difenda la comunità cristiana: «Cento anni fa, nel 1915, abbiamo già subito un genocidio. Oggi, nel XXI secolo, non ce ne serve un altro» ha detto.

La situazione in Siria diventa ogni giorni più disastroso e infatti Oxfam e altre sei agenzie umanitaria hanno lanciato un appello per un piano di aiuti a coloro che non sono scappati e che ancora vivono nelle città siriane, ma anche per tutti coloro che hanno lasciato il Paese. Oxfam ha fatto sapere, infatti, che la maggior parte dei rifugiati che si trovano nei Paesi vicini alla Siria sono costretti a vivere in una condizione al confine tra legalità e illegalità: senza un lavoro e documenti in regola, a causa delle restrizioni imposte dai Paesi ospitanti, con la paura di essere arrestati, detenuti e deportati. In questo contesto, mentre gli aiuti umanitari continuano a diminuire, un numero crescente di profughi rischia ogni giorno di precipitare in una spirale di debiti e miseria. Circa il 70% dei profughi siriani in Libano non ha i documenti per risiedere legalmente nel Paese e quindi per lavorare. Una condizione simile investe anche 630 mila rifugiati in Giordania, con enormi difficoltà di accesso ai servizi educativi e sanitari. Per Save the Children tale situazione sta compromettendo il futuro di centinaia di migliaia di giovani siriani, la stessa generazione che dovrà ricostruire il Paese quando il conflitto sarà concluso. «Se davvero la comunità internazionale intende affrontare il dramma dei rifugiati siriani e la più grande crisi umanitaria dalla II Guerra Mondiale, deve trovare un accordo ben più ambizioso» hanno detto le ONG.

In mancanza di una previsione della fine del conflitto e senza alcuna prospettiva per i rifugiati di far ritorno a casa, il nuovo accordo, secondo le organizzazioni, deve prevedere maggiori investimenti nei Paesi vicini alla Siria che ospitano oltre 4 milioni di rifugiati e mettere fine alle restrizioni che impediscono ai rifugiati di lavorare e, in alcuni casi, di vivere legalmente. Allo stesso tempo, deve proteggere e rafforzare il loro diritto a chiedere asilo. «Molti rifugiati sono attualmente condannati a vivere una vita in condizioni di precaria legalità, con una varietà di restrizioni che li costringe ad una costante paura di essere arrestati, detenuti, deportati» dichiara Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i Rifugiati. «Rischiamo di perdere un’intera generazione di giovani siriani, la stessa generazione che poi dovrebbe ricostruire il Paese quando il conflitto finalmente terminerà. Con adulti incapaci di guadagnarsi da vivere, sempre più bambini saranno costretti a lavorare. Centinaia di migliaia di minori stanno perdendo anni di istruzione perché i sistemi scolastici dei paesi confinanti sono al collasso» commenta Misty Buswell, Regional Advocacy Director di Save the Children. L’allarme è confermato dai casi specifici: in Turchia due terzi dei bambini siriani in fuga dalla guerra non hanno possibilità di frequentare la scuola, nonostante ne abbiano diritto. Lo ha denunciato Human Rights Watch che, sulla base di dati del ministero dell’Istruzione turco, sottolinea come dei 708mila bambini siriani in età scolare rifugiati in Turchia solo in 212mila lo scorso anno scolastico si siano seduti dietro i banchi di scuola.

C’è una svolta nelle indagini sull’attentato al consolato italiano al Cairo dello scorso 11 luglio. Il ministero dell’Interno egiziano ha annunciato la morte del principale pianificatore ed esecutore di molte operazioni terroristiche, tra cui anche il tentato omicidio dell’ex ministro dell’Interno Muhammad Ibrahim. Ashraf Ali Hassanein el Gharabli, pericoloso jihadista e uno dei leader della cellula Isis in Sinai, è stato ucciso a nord-est del Cairo dalle forze dell’ordine mentre cercavano di arrestarlo. El Gharabli è anche accusato del fallito attentato ai turisti a Luxor a giugno, oltre all’assassinio di ufficiali della polizia. Sua anche la firma del rapimento e dell’uccisione, nel dicembre 2014, di William Henderson, un esperto americano nel settore petrolifero. Il pericoloso jihadista era stato intercettato dai servizi della sicurezza nella regione di el Marg, a nord-est della capitale, dove era intenzionato a compiere nuovi attentati. L’uccisione del terrorista, affiliato all’Isis, è stato un buon risultato per l’Egitto di Al Sisi che, dopo la tragedia del volo russo schiantatosi sul Sinai, deve affrontare le accuse del mondo per non aver saputo contrastare l’attacco. «L’Egitto è capace di gestire i propri aeroporti e coopera con i suoi partner nell’ambito della propria sovranità nazionale, ma non ha bisogno di tutele o di supervisioni da parte di chiunque altro» ha affermato il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri, aggiungendo che il Cairo ha avviato una serie di contatti diplomatici con gli Stati colpiti dalla sciagura dell’aereo russo per fugare le loro perplessità riguardo alle misure di sicurezza negli aeroporti egiziani.

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