giovedì, Maggio 13

Anche la Cina ha i suoi 'desaparecidos' Le misteriose sparizioni nell'ex colonia britannica: ora Pechino svolge azioni di polizia extraterritoriali?

0
1 2


La vicenda ha così assunto le fattezze di un caso internazionale, tanto da far intervenire anche il Foreign Office britannico a chiedere ufficialmente spiegazioni al governo di Pechino su di un vero e proprio giallo: perchè il 4 gennaio un’agenzia di stampa di Taiwan rivelava l’esistenza di un fax inviato da Lee ad un suo collega, con cui l’uomo confermava per iscritto di trovarsi in Cina per una non ben chiara ‘collaborazione’ con le autorità locali. Ciò bastava alla moglie per ritirare la denuncia di scomparsa poichè, come riferito alla stampa, «certa che quella lettera l’ha scritta lui senza costrizione».

Da quel momento la sorte di Lee è stata avvolta da un’ ombra fatta di mistero. Che nemmeno la ridda di ipotesi rimbalzate da Hong Kong è riuscita finora a squarciare. Amnesty International ritiene che quella lettera Lee Bo l’abbia scritta sotto forzatura, e che l’atteggiamento molto conciliativo della sua famiglia sarebbe il frutto di un’imposizione delle autorità cinesi, sebbene negli ultimi giorni politici locali filo-Pechino hanno ricondotto la sparizione di Lee ad una scappatella extraconiugale, e alcuni media hanno spiegato come sia tecnicamente possibile recarsi nella Cina continentale senza che la polizia di Hong Kong ne venga informata. Quelli più allineati alle posizioni governative hanno dato ampio risalto alla notizia del misterioso fax inviato da Lee Bo e al conseguente ritiro della denuncia di scomparsa dalla parte della sua famiglia, come anche agli inviti del ministro degli Esteri Wang Yi a non speculare sulla scomparsa di Lee Bo «che comunque resta un cittadino cinese».

Ad oggi, la situazione in costante divenire non ci consente di affermare per certo cosa sia accaduto. Ma qualche considerazione è tuttavia possibile proprio partendo da quest’ultima frase. In barba al fatto che Lee abbia anche passaporto britannico, tanto che il ministro degli Esteri di Londra Philip Hammond in più dichiarazioni ufficiali lo ha indicato come un suddito di Sua Maestà, Pechino considera Lee un cittadino cinese e basta. Al di là di quella che può essere o meno ritenuta un’azione contro la libertà di espressione ad Hong Kong, sancita nel trattato sino-britannico del 1984, potremmo qui essere in presenza di una vera e propria svolta nella politica estera cinese. E non in senso positivo.

La comunità internazionale potrebbe infatti trovarsi di fronte ad un approccio del tutto nuovo da parte di Pechino. Già è suonato come un gesto di sfida nei confronti della Gran Bretagna il fatto che il ministro Wang, durante una conferenza stampa congiunta con lo stesso Hammond, abbia rinfacciato a Downing Street la esclusiva cittadinanza cinese di Lee Bo: come se avesse voluto dire che Hong Kong è ora sotto la sovranità cinese e quindi nessuno può intromettersi in una vicenda interna che riguarda la Cina e i suoi abitanti. Che, all’ombra della Città Proibita, comprendono pure quelli dell’ex colonia di Londra. Con buona pace delle autonomie oggetto degli accordi propedeutici al cambio di bandiera del 1997.

Inoltre, se Lee e gli altri quattro esponenti scomparsi della Mighty Current sono effettivamente stati tutti vittima di un rapimento da parte delle forze di sicurezza cinesi, saremmo in presenza di una nuova pratica, ossia quella di dar la caccia ai dissidenti anche al di fuori dei confini nazionali, con la collaborazione di governi compiacenti o facilmente influenzabili: Gui Minhai, uno dei cinque, è infatti scomparso in ottobre quando si trovava in Thailandia. E non sarebbe l’unico caso del genere.

In novembre le autorità thailandesi hanno rimpatriato cinque dissidenti cinesi, tra cui Dong Guangping e Jiang Yefei, entrambi in possesso dello status di rifugiato concessogli dall’Onu, arrestati in precedenza per un cavillo burocratico (passaporti scaduti) mentre varcavano il confine tra Cina e Thailandia per chiedere asilo politico a Bangkok. Una sorte simile a quella di Bao Zhuoxuan, attivista cinese per i diritti umani arrestato in ottobre appena giunto in Myanmar da dove intendeva imbarcarsi per gli USA, e di numerosi altri oppositori cinesi che nei mesi scorsi la giunta militare dell’ex Birmania (la stessa che per anni ha tenuto Aung San Suu Kyi agli arresti) ha premurosamente riconsegnato a quelle del potente vicino.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->