domenica, Ottobre 24

‘Anche in Italia la sinistra deve ripartire da zero’

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La sinistra italiana in un “cul de sac”. Con queste parole possiamo riassumere la condizione di un’area politica che dopo il congresso della Bolognina non è stata più capace di ritrovare, nelle sue varie articolazioni, un’identità, fino a consegnare la guida del Pd ad un uomo come Renzi, del tutto estraneo alla grande tradizione comunista. Perché è successo tutto questo? Ne abbiamo parlato con Giovanni De Luna, classe 1943, docente di storia contemporanea all’Università di Torino, uno degli intellettuali più ascoltati sulla storia recente del nostro Paese. Con lui abbiamo voluto fare il punto di una situazione per certi versi unica in Europa vista la pesante eredità che il Pci (Partito comunista italiano) ci ha lasciato.

Professor De Luna, ad oltre vent’anni dal congresso di scioglimento del Pci, possiamo rilevare senza tema di smentita che i dirigenti di quel partito sono stati incapaci di gestire una transizione che avrebbe dovuto portarli alla costituzione di un moderno partito socialdemocratico. Dall’altro lato anche chi, e penso ovviamente a chi diede vita a Rifondazione comunista, non si rassegnò alla cancellazione di quell’esperienza non sembra aver conosciuto un destino molto diverso chiuso come è stato in una dimensione identitaria che si è rivelata poi una prigione.

Io credo che la tara genetica della sinistra in questi due decenni sia stata la mancata elaborazione del lutto relativo al crollo del muro di Berlino e alla fine del comunismo. Quella lezione ha avuto una dimensione epocale con una grandissima portata sia politica ma anche emotiva. Non dimentichiamo poi che, paradossalmente, i percorsi biografici dei dirigenti del Pci, del Pd (Partito Democratico), di Rifondazione e via dicendo, hanno toccato il loro massimo con Massimo D’Alema premier nel 1998-2000, Fausto Bertinotti presidente della Camera nel 2006 e con molti di loro che sono diventati ministri, nel momento in cui le loro idee con cui erano cresciuti e si erano formati, si erano di fatto disintegrate.

Un paradosso sui cui bisogna riflettere professore….

Infatti io mi sono sempre interrogato su questa anomalia. Perché questo tipo di situazione, al di là dei casi personali, ha determinato una specie di ottundimento, cioè non ha fatto percepire la portata enorme appunto di quello che era successo. Tutti cullati nell’illusione che sì era finito il comunismo ma tanto si andava avanti lo stesso. E invece no, non è stato così. Quella storia lì andava rielaborata e riconsiderata nella sua drammaticità e in tutto il suo spessore. E invece li abbiamo visti transitare, come se niente fosse, dal Pci di Enrico Berlinguer al mondo della ‘seconda repubblica’ senza fare una piega. Questa conferma la presenza, come dicevo prima, di una tara genetica che ha portato la sinistra ad essere poco accorta sul piano della consapevolezza della trasformazione e dunque complessivamente inadeguata ad affrontare il momento. Non si sono accorti che quello che cambiava riguardava i valori fondanti della sinistra e non quelli della destra. Tutto ciò che riguardava il partito, il lavoro, lo Stato, la guerra, insomma i temi fondanti di provenienza novecentesca, stavano entrando in crisi profonda. Ed erano quelli che in qualche modo venivano spazzati via dalla discontinuità appunto con il ‘900. La destra in questo nuovo contesto si è mossa con grande disinvoltura perché la sua identità non era legata a questi pilastri. Credo che l’inerzia che ha accompagnato il tramonto del Pci, questa forza inerziale che li ha portati comunque ad avere spesso successi elettorali, abbia mostrato in fondo la loro capacità di adeguarsi all’oggi. Aggiungo che sono rimasto sempre molto colpito dalla ripetitività di alcuni comportamenti.

A che cosa si riferisce?

Penso a Rifondazione quando rimproverava a D’Alema di aver rotto con il vecchio Pci rispetto ad alcune modalità. In realtà questa rottura non c’è stata. L’ex premier applicò gli schemi tradizionali di quel partito lì nel dialogo con le altre forze politiche. Con la solo differenza che l’interlocutore non era Alcide De Gasperi come lo era per Palmiro Togliatti o Aldo Moro per Enrico Berlinguer, ma era diventato Silvio Berlusconi. Ma questa smania di allearsi, di essere più furbi tatticamente, di inserirsi nelle contraddizioni, questo piccolo cabotaggio di una politica puramente parlamentare non era assolutamente in grado di confrontarsi con quello che stava succedendo. Quello che mi chiedo e come mai di questo vuoto politico lasciato dai Ds (Democratici di Sinistra) prima e ora del Pd, che lascia praterie enormi alla sua sinistra, non abbia approfittato mai nessuno.

Che risposta si dà a questo interrogativo?

La cosa che mi ha molto colpito in Rifondazione ma poi anche in Sel (Sinistra, Ecologia e Libertà), e comunque in tutto quello che c’è a sinistra del Pd, è questa costante ricerca di una leadership all’interno di due delle istituzioni pilastro della ‘prima repubblica’, che sono i sindacati e la magistratura. E’ pazzesco! E anche questa è una contraddizione. Da Sergio Cofferati a Maurizio Landini si è sempre inseguito il sindacalista. O da Antonio Di Pietro a Antonio Ingroia si è sempre inseguito il magistrato. Senza dimenticare che magistratura e sindacati sono di per sé i pilastri di quel mondo che sta per scomparire. E tu ti rivolgi a quel mondo sperando di trovare lì una leadership adeguata al cambiamento?

SINISTRA

Una discontinuità che c’è stata invece in Spagna o in Grecia…

Non ho approfondito molto quelle vicende lì, ma ho l’impressione che la rottura sia stata molto più netta. Quelle leadership si sono affermate indipendentemente dal tessuto istituzionale, attraverso un percorso completamente diverso. Ho l’impressione che proprio di questo stiamo ragionando. Cioè di una ostinazione a protrarre schemi e concezioni di una leadership che sono perdenti, che non tengono conto del cambiamento che c’è stato.

Questo ritardo, così drammatico, lo registriamo anche negli altri paesi europei, dove non c’è stata una grande questione comunista, oppure, come sembra essere, è un fenomeno molto italiano?

Sul piano storico viene sicuramente da riflettere perché le due situazioni in cui la sinistra è più smarrita sono la Francia e l’Italia in cui il partito comunista era più forte. Può darsi dunque ci sia un rapporto tra una tradizione comunista che è stata talmente forte da protrarsi anche al di là della fisiologia della sua esperienza politica e il quadro attuale mentre in Spagna e in Grecia, in cui i comunisti non avevano questo appeal e i socialisti sono sempre stati più forti, questa eredità è stata meno scomoda. Questo se ci riferiamo al passato. Però non è un caso che dove l’esperienza del Pci si è protratta indipendentemente dalla parabola comunista tutto sia diventato più difficile. E’ un paradosso ma questo è il punto su cui stiamo ragionando. Probabilmente questo fatto che in Spagna e in Grecia siano stati costretti a ripartire da zero li ha resi molto più lucidi e meno obbligati a prendere atto della realtà in una maniera che in Italia non c’è stata perché abbiamo dovuto fare i conti sempre con il veto di questa tradizione forte.

Nel novero dei tanti problemi che impediscono ad una sinistra italiana di rinascere c’è, secondo lei, anche una questione morale, che, come dimostrano i recentissimi fatti legati alle amministrative di questi giorni, è molto lontana dall’essere risolta?

Questo non credo perché comunque, e faccio l’esempio dello scandalo della Fifa, il tasso di corruzione delle istituzioni del mondo occidentale è altissimo. Da noi ancor di più ma questo non è un dato che ci contraddistingue in maniera particolare. Io credo che ancora una volta la chiave sia continuità o rottura. Questi apparati in cui la corruzione si annida sono sempre gli stessi. Questa mancata trasparenza riguarda proprio il mancato rinnovamento. Io a riguardo sono rimasto molto colpito dal progetto di rottamazione di Renzi e come si sia arenato proprio di fronte a quelli che possiamo chiamare poteri forti. Lui chi ha rottamato? Ha rottamato quelli che erano già deboli ed erano già destinati ad uscire di scena. E’ stato insomma un bravo rottamatore all’interno del suo partito ma all’esterno non ha toccato proprio niente e nessuno. Per questo la fine della corruzione poteva esserci a patto che uscisse di scena una classe dirigente abbarbicata al suo posto che rimane lì fino a sentirsi in qualche modo esente da ogni controllo e godendo di una sensazione di impunità permanente. Credo che il vero problema sia questo: il ricambio appunto della classe dirigente.

Tornando alle prospettive della sinistra che cosa risponde a chi dice “dobbiamo fare come Podemos e come Syriza” ma poi non vuole farsi da parte?

No, io non vedo in questo momento le condizioni perché si possa proporre in Italia un’esperienza come quella spagnola o greca né il M5S (Movimento 5 Stelle) può essere considerato un equivalente delle forze emergenti in Spagna e in Grecia. E queste condizioni non ci sono per varie ragioni. Intanto a causa di resistenze fortemente presenti soprattutto negli apparati dei piccoli partiti. Senza dimenticare che loro dirigenti hanno anche avuto esperienza ministeriali ed istituzionali, come dicevo prima, non più tardi di sette anni fa. E queste esperienze ti segnano anche sul piano personale perché ti hanno abituato ad una dimensione che non è la tua e che però è stata molto seduttiva.

Anche in contesti molto problematici perché non c’era sicuramente una compagnia virtuosa come nel caso soprattutto dell’ultimo governo Prodi….

E di conseguenza i comportamenti elettorali si sono molto depotenziati della carica ideale che avevano prima. Io personalmente ho maturato a riguardo una sensazione di estraneità. E anche la questione che ha ruotato intorno all’Italicum l’ho vissuta con molta indifferenza nella convinzione che non sia quello il cuore del problema di questo Paese e della democrazia italiana. Ho insomma un distacco da tutto questo, malgrado la mia biografia e il fatto di essere sempre nato e vissuto con la politica.

Detto questo i tentativi maturati in occasione di queste elezioni amministrative, come in Liguria, non li vede come una possibilità di rilancio per la sinistra italiana?

Assolutamente no. La mia impressione è che abbiamo di fronte una grande federazione di feudi dove il feudo di chi non è d’accordo con Matteo Renzi è stato trattato male. E dentro questo ceto politico non riscontro alcuna credibilità e molto spesso nelle dinamiche che si verificano prevalgono delle logiche puramente di schieramento che non intercettano i problemi reali della gente. Si poteva anche fare, come ho fatto io, il tifo per Luca Pastorino in Liguria ma senza alcuna aspettativa.

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