sabato, Maggio 8

Anche in Francia fuga dei cervelli Un segnale della crisi

0

fuga-di-cervelli-685x320

Il tema dei francesi – e in particolare dei giovani – che cercano fortuna all’estero è sempre più presente nell’attualità. Quando le notizie a sfondo politico, economico o sociale scarseggiano, radio, telegiornali e quotidiani dedicano un servizio alla fuga di cervelli. Se questo argomento ha sempre più spazio, però, non è solo perché si tratta di un buon tappabuchi. Di fronte alla crisi, che continua a imperversare anche in Francia, sono sempre di più le persone che scelgono di fare i bagagli, e di partire vesto una destinazione promettente. 

Finora, il fenomeno era stato abbastanza contenuto, soprattutto rispetto ai paesi dell’Europa del Sud. Ma, da un anno a questa parte, gli studi e i sondaggi sulla fuga di cervelli si sono moltiplicati. A voler partire sono soprattutto i neolaureati, e in particolare coloro che hanno studiato nelle Grandes Ecoles, ovvero le università più prestigiose del paese. Secondo un sondaggio realizzato da Harris Interactive lo scorso ottobre, il 79% degli studenti di quest’istituti sarebbero «pronti a cercare un impiego all’estero dopo la laurea».

La maggior parte di questi studenti hanno potuto effettuare parte del loro percorso universitario all’estero. Le scuole a cui appartengono, inoltre, attirano molti studenti stranieri, e favoriscono il contatto con altre culture. La volontà di partire, dunque, non nasce tanto dal desiderio di fare nuove esperienze. La maggior parte degli studenti ha per motivazione «un’opportunità di evoluzione di carriera o di remunerazione» (59%), la «qualità di vita» (56%) e «il contesto economico» (52%). Anche chi ha in tasca il diploma migliore, e dunque dovrebbe avere un accesso privilegiato al mercato del lavoro, sembra essere rassegnato al fatto che trovare un impiego è sempre più difficile.

Del resto, le cifre non sono incoraggianti. In Francia, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,5% nel terzo trimestre; per i giovani tra i 15 e i 24 anni, questa cifra sale al 24,5%. Un giovane su quattro, insomma, è senza lavoro. Ecco perché la prospettiva di partire si fa sempre più allettante, nonostante l’attaccamento alla famiglia, agli amici e al proprio paese.

Il risultato: oggi, i francesi che vivono all’estero sarebbero tra gli 1,6 e i 2,5 milioni, a seconda che si prendano in considerazione solo quelli iscritti ai registri ufficiali o la totalità degli espatriati. La maggior parte di loro ha meno di 35 anni e lavora per un’azienda locale (solo il 18% è legato a un’azienda francese). Tra loro ci sono anche dei pensionati in cerca di un posto al sole, ma sono soprattutto i giovani gli attori protagonisti di questo movimento migratorio. La maggioranza sogna di andare a vivere in Gran Bretagna, in Germania o negli Stati Uniti, ma destinazioni come l’Asia Orientale, gli Emirati Arabi o il Sud America attirano un numero crescente di neolaureati. 

Barrez-vous! 

Tra i principali sostenitori dei questi giovani desiderosi di aria nuova c’è Felix Marquardt. Padre metà tedesco, metà austriaco, madre americana, questo 38enne è cresciuto e ha studiato in Francia, senza mai smettere di viaggiare. «Figlio di ricchi frustrati», come lui stesso si definisce, oggi direttore di uno studio di consulenza, Marquardt si è fatto conoscere grazie a «Barrez-vous», andate via, una tribuna pubblicata sul quotidiano ‘Libération’ poco più un anno fa. Da allora, i suoi appelli all’espatrio si sono moltiplicati, e ne è nato anche un libro.

La Francia «ha molto più bisogno di voi di quanto voi non abbiate bisogno di lei», afferma Maquardt, rivolto ai giovani francesi. Secondo lui, il problema non è il paese, ma chi lo governa, e «tollera» un tasso di disoccupazione così alto. Per partire, non serve essere dei privilegiati, ma «aver voglia si sognare, di creare dei nuovi progetti». Dei nuovi progetti che rischiano di non trovare terreno fertile in Francia, in paese della «gerontocrazia», e che possono invece diventare realtà in Cina, Brasile o Colombia, dove la crescita è forte e dove le opportunità sono tante. 

Ecco perché in molti, sempre di più, decidono di partire. Per ora, però, gli osservatori sono reticenti a parlare di «fuga di cervelli». I giovani francesi sono molto attaccati al loro paese e, anche quando partono, sperano di ritornarvi. Per chi ha una laurea prestigiosa poi, un passaggio all’estero è quasi una tappa obbligata, sostengono gli esperti; così, dopo qualche anno, i “cervelli” ritornano in patria, pronti a proseguire sulla strada di una carriera ben avviata.

Un paese attraente

Nonostante tutto, la Francia rimane un paese relativamente stabile dal punto di vista economico, sia in generale, sia per quanto riguarda i giovani. Così, sono ancora in tanti, europei e non, a trasferirsi a Parigi e dintorni, per studio o per lavoro. È vero, il tasso di disoccupazione dei giovani che hanno meno di 25 anni è più alto in Francia che in Germania (7,7%) o nel Regno Unito (20,9%), non a caso due delle destinazioni preferite dei francesi. Ma è più basso che in Portogallo (36,9%), Spagna (56,5%), Italia (40,4%) e Grecia (57,3%). Così, i giovani dell’Europa del sud non esitano a fare i bagagli direzione aeroporto Charles de Gaulle, convinti che la situazione non possa essere peggiore che a casa loro. 

Si comincia con la scuola. In Francia, più del 12% degli studenti è straniero. Il paese si colloca al terzo posto come destinazione preferita dagli universitari di tutto il mondo, dietro Stati Uniti, Gran Bretagna, e davanti ad Australia, Cina e Giappone. Ad attirare i giovani stranieri è «la qualità dell’insegnamento»; ma anche la lingua, il riconoscimento del titolo di studio nel proprio paese e il fascino culturale francese giocano la loro parte. 

Dopo gli studi, le cose si complicano. Quattro stranieri su dieci vorrebbero continuare a lavorare in Francia ma, secondo il 52% degli intervistati, l’inserimento nel mercato del lavoro è complicato. Questo spinge alcuni di loro a rientrare nel proprio paese. Ma altri decidono di restare, e altri ancora arrivano, pur senza avere un diploma francese in tasca. Ci sono, innanzitutto, i famosi lavoratori distaccati, provenienti in maggioranza da Polonia, Portogallo e Romania, che si trasferiscono in Francia per lavorare come muratori, elettricisti, idraulici o operai. Ma il loro è un progetto temporaneo. 

Chi arriva con una laurea, di solito, intende fermarsi più a lungo. E trovare delle condizioni lavorative diverse da quelle del proprio paese. Maria, 29 anni, aveva un contratto a tempo indeterminato a Madrid. Ma, quando le è stato offerto un contratto a tempo determinato a Parigi, ha subito fatto le valigie. «In Spagna c’è troppa precarietà; non si sa mai cosa può succedere dall’oggi al domani», spiega la giovane madrilena, che oggi lavora nella sezione marketing di un sito web. In gioco non c’è solo la sicurezza (il mercato del lavoro in Francia è regolato da norme molto precise e abbastanza protettive nei confronti dei lavoratori) ma anche lo stipendio: Oltralpe, le remunerazioni aumentano (0,9% in un anno, tenendo conto dell’inflazione), nonostante la crisi, mentre in Spagna o in Italia diminuiscono. 

Infine, la Francia ha bisogno di giovani stranieri qualificati. Soprattutto d’ingegneri. Secondo la Confederazione dei Direttori delle Scuole Francesi d’Ingegneri, bisognerebbe formarne «10 000 in più all’anno». Così, mentre il 15,5% degli ingegneri francesi va all’estero, ne arrivano di stranieri, a volte forti di una doppia laurea. 

Per ora, gli osservatori s’interessano moderatamente a questi fenomeni. Più che sulle cifre, ci si basa sulle testimonianze di chi è partito o arrivato. L’allargarsi del fenomeno cambierà le cose?

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->