venerdì, Settembre 24

Anbar, la provincia che infiamma l’Iraq field_506ffb1d3dbe2

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Da più di un anno, nel cuore di Baghdad, i manifestanti della provincia sunnita di Anbar si fronteggiano contro il governo di stampo sciita del premier Nouri al Maliki in quella che è stata ridefinita la protesta per la ‘Gloria e la Dignità’. L’escalation di violenza che sta mettendo a dura prova l’Iraq è alimentata dal continuo e progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza nella capitale e nelle province di stampo sunnita del paese, in particolare quella di Anbar.

La provincia di Anbar è una delle più grandi del paese iracheno, e comprende buona parte del territorio a nord del paese. La sua peculiare posizione geografica, al confine con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, favorisce di per sé l’accrescere di tensioni interne. Inoltre, nonostante le sue considerevoli dimensioni in termini geografici, la provincia di Anbar è caratterizzata da una scarsissima densità di popolazione. La maggior parte degli abitanti della provincia, infatti, si concentra nei centri abitati rilevanti, come il capoluogo Ramadi o la nota Fallujah. Gli altri invece si disperdono nei piccoli villaggi che sorgono qua e là nel territorio, favorendo l’installazione di gruppi eversivi legati alle frange più estremiste dell’integralismo islamico. Così come l’abbondate zona desertica si rivela strategicamente ottima per l’addestramento e i rifornimenti dei gruppi terroristici.

La provincia di Anbar è una roccaforte sunnita all’interno di un Iraq guidato da un governo di stampo sciita. La frammentazione politica interna che ha seguito il ritiro delle truppe americane, secondo parte degli esperti, sta portando ad un concreto rischio di guerra civile settaria. Effettivamente, le divisioni interetniche e interreligiose stanno spaccando la precaria struttura politica interna. Dopo la caduta di Saddam Hussein, che aveva gestito il paese sotto un regime dittatoriale di stampo sunnita, si sono aperti nuovi spiragli per quelle forze politiche portavoce delle comunità fino ad allora assoggettate e discriminate, come gli sciiti e i curdi.

Sebbene la comunità sunnita rappresentasse solo una minoranza, ha per anni goduto di enorme potere. Il sistema politico odierno, vede invece gli sciiti come attori principali della politica interna irachena. Per quanto si tratti di una leggera semplificazione, il nodo del disagio sociale all’interno dell’Iraq, oggi, è largamente dovuto agli effetti negativi del tentativo di normalizzazione fra le parti politiche. Intanto, all’interno dello stesso blocco sciita sono ravvisabili delle fratture, tendenzialmente insanabili. Il partito dell’attuale primo ministro Nouri Al Maliki si frappone al gruppo sadrista guidato dal clerico Moqtada al Sadr.

In questo contesto politico fumoso e labile, dal marzo scorso il numero di attentati e di azione violente di natura settaria hanno raggiunto un picco senza precedenti, superiore ai massimi storici registrati nel corso della guerra civile. I gruppi islamici affiliati ad Al-Qaeda, nello specifico l’attività della fazione regionale dell’organizzazione, l’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), stanno espandendosi in tutto il territorio del paese con azioni che si rivelano via via più violente. La provincia di Anbar è considerata il terreno di supporto logistico per l’organizzazione, oltre che possibile zona di raccolta e reclutamento.

Nella provincia si susseguono attacchi perpetrati contro le forze di polizia e le istituzioni di governo. La dinamica e gli obiettivi portano con sé molti messaggi, il più evidente è che Al Qaeda sta guardando alla provincia di Anbar per farne un punto di svolta nella battaglia regionale al confine fra l’Iraq e la Siria, dove l’ISIS ha preso il controllo di molti villaggi delle province di Anbar e Ninive. Il collasso totale della sicurezza in Anbar fornirebbe un vantaggio strategico importante all’organizzazione terroristica, aprendo definitivamente un confine siriano-iracheno già oggi troppo poroso.

Le operazioni poste in essere da Al Qaeda, solo rispetto all’ottobre scorso, sembrano essere più violente e più organizzate. I gruppi iracheni affiliati all’organizzazione hanno ucciso un gran numero di ufficiali di polizia e delle forze di sicurezza e ne hanno rivendicato la responsabilità. In questo contesto di estrema instabilità, le proteste degli abitanti della provincia sono state associate dal governo ai gruppi terroristici. I manifestanti negano qualunque affiliazione e continuano a presidiare il palazzo del governo a Baghdad da più di un anno. Il governo ha richiesto ai manifestanti di riprendere i sit-in dopo le elezioni parlamentari, richiesta che non è stata accolta.

Di più, sono in molti ad accusare le milizie affiliate ai partiti politici di contribuire al deterioramento delle condizioni di sicurezza nella provincia. I cittadini della provincia di Anbar, proprio a causa dell’incapacità dell’attuale governo di rispondere alle loro richieste, si starebbero avvicinando ai terroristi. Gli stessi membri delle forze di polizia, sotto ricatto, preferiscono lasciare l’esercito per non mettere a repentaglio la sicurezza delle proprie famiglie. Una condizione, questa, estremamente preoccupante per il governo di Baghdad, che deve poter controllare il difficile confine con la Siria, attraverso il quale passano armi e combattenti stranieri.

Il dissesto della sicurezza nella provincia di Anbar, dunque, si ripercuote sulla sicurezza dell’Iraq nella sua interezza. E il governo di al Maliki si sta dimostrando incapace di gestire la situazione. Il suo atteggiamento nei confronti dei manifestanti del Movimento per la Gloria e la Dignità, asserragliati a Baghdad in segno di protesta, ha scatenato ulteriore malcontento. Associandoli alle affiliazioni irachene di Al Qaeda, ha dichiarato la sua intenzione di procedere con la forza allo smantellamento dei sit in di fronte al palazzo del governo. Un segno, questo, secondo molti osservatori, della intrinseca debolezza di fondo di tutto l’apparato politico governativo, incapace di gestire una questione complessa ma di estrema rilevanza per la sicurezza nazionale tutta.

 

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