lunedì, Luglio 26

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Maria Giovanna Luini


Maria Giovanna Luini
,  ha un vita ‘diversa’: ogni giorno, cura i suoi pazienti, il loro ‘male dentro’   -‘Il male dentro’ edito  da Cairo Publishing, alla quarta ristampa in un anno.

Ma, dopo, non smette di parlarne, e lo racconta anche in qualità di scrittrice di narrativa e saggistica. “La scrittura e la comunicazione attraverso media sono il mio lavoro, la mia passione”, dice.
Infatti, tra le mille occupazioni, la ritroviamo  pure sulla sua  rubrica fissa di ‘Starbene’, Mondadori, e sul free press ‘Puntoelinea’. Oppure riempie “uno spazio di parole e pensieri (e qualche inedito) su Satisfiction.me e un blog sul portale de Il Fatto Quotidiano”. Collabora, poi, con case di produzione cinematografica per consulenze e sceneggiatura. È il caso di ‘Allacciate le cinture’, di Ferzan Ozpetek e Gianni Romoli.

Con lei, con la sua personalità così eclettica e variegata, ci incamminiamo perciò, in un’emozionante viaggioalla ricerca di tutti coloro che hanno fatto della letteratura un’arma, potente,  di catarsi, liberazione. Un modo di vivere ed operare, fare rete. Il tutto,  in una serie di intermezzi,  più o meno ‘musicali’, attraverso cui approfondire gli aspetti della letteratura del nuovo millennio.Ormai capace anche di riabilitare. Di salvarci. Per  rincominciare a sperare…

 

 

Maria Giovanna, laureata in Medicina, hai conseguito pure due specializzazioni (Chirurgia Generale e Radioterapia), ora sei  divulgatore attraverso media e comunicatore scientifico (medico) all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Iniziamo proprio da qui, dal tuo essere un medico oltre che una donna.
Iniziamo da qui, cioè da una fase della mia vita che il primo settembre rinasce in altra forma. Sono senologa all’Istituto Europeo di Oncologia IEO di Milano, lì sono stata divulgatore new media e comunicatore scientifico: è stata un’avventura bellissima, ho inventato la pagina Facebook e l’account Twitter dell’Istituto quando nessuno credeva che un ospedale avrebbe potuto comunicare in quel modo, ne sono stata amministratore per anni fino al 2014 e siamo stati più volte premiati per l’eccellenza di questa comunicazione. Ora i new media di IEO hanno tutte le capacità per proseguire con lo staff, è uno spazio informativo utile ma spero che rimanga – a me premeva molto questo – un luogo di pensiero e parole aperti per i Pazienti, per il Personale di IEO di fronte ai Pazienti, per le persone desiderose di valutare l’Istituto anche attraverso quel genere di comunicazione. La comunicazione new media che ho voluto per IEO è aperta al dialogo, pronta ad ascoltare e recepire i suggerimenti, i commenti, le critiche: solo in questo modo si può servire il Paziente con onestà e competenza, e con umanità. Ci si deve fare vedere reali, genuini, con la propria preparazione scientifica e l’amore che si ha verso i Pazienti. Perché i Pazienti sentono l’amore, lo leggono negli occhi, lo intuiscono dalle azioni e dal tono della voce, sanno se stai facendo qualcosa anche con il cuore oppure no. La medicina deve mantenere salda la propria missione, e quella missione è basata sull’amore. E c’è il lavoro con Umberto Veronesi: il 10 settembre usciremo con un libro a quattro mani edito da Cairo, ‘Oltre il dolore. Viaggio nel senso profondo della vita‘. Un altro libro insieme è previsto per il 2015, con Mondadori. La mia vita rinasce, ancora. Scrittura-comunicazione e cura delle persone: queste sono le priorità. Ho capito che curare significa capire chi si ha davanti, dare ascolto e attenzione ed empatia, la scrittura e la comunicazione (perfino la scrittura di una sceneggiatura cinematografica) sono parte della capacità di cura. Tutto ciò che non è scrittura–comunicazione e cura dei Pazienti fa parte del passato. Alludo a parti della professione che sono state belle e utili ma ora passano ad altri perché ho la necessità e il desiderio di ampliare i miei ambulatori (in più luoghi) e scrivere, comunicare, fare consulenze di sceneggiatura, partecipare a incontri e raggiungere tutte le persone che abbiano voglia di ascoltare e parlare. Prendermi cura in modo totale, ecco. Abbiamo bisogno di evolvere, siamo in un tempo di cambiamento che deve per forza sconvolgere cultura e modo di agire, deve ritrovare valori e priorità. Nell’ambito medico ho ampliato gli spazi per visitare le persone e deciso di manifestare tutto il mio essere medico, mettere insieme la medicina e chirurgia ad approcci olistici. Si sa che da anni studio la Medicina Energetica (Reiki, theReconnection, Pranic Healing) e, più di recente, floriterapia con fiori di Bach: bene, chiamiamo medicina integrata la mia voglia, radicata nel DNA, di prendermi cura della gente usando tutto ciò che conosco e riesco a donare. Chi mi conosce sa che tipo di medico sono: non facile da descrivere a parole ma semplicissimo da vivere. Ci sono, sono lì per le persone che arrivano e ricevo tantissimo prima ancora di dare. La medicina non è mai ‘alternativa’ e non deve separare ma mettere insieme, integrare. L’amore è la cura, e l’amore dovrebbe spingere ogni medico (anche con due specializzazioni e un master iperscientifici come i miei) a chiedersi quali strumenti possano integrare, ampliare l’offerta di cura. Sono medico nell’anima, nel tema natale astrologico e nella visione spirituale di chi identifica gli Healer (Natural Healer). Ma sono anche un tramite, mi dicono, e la scrittura e la comunicazione in tutte le sue forme sono tramiti perfetti.

Mi ricordo di una tua foto postata appena qualche giorno fa,su un noto social,  in cui raffiguravi la tua personale visione di luce. Quanta luce c’è ancora attorno a noi, oggi? La tua impressione di scrittrice…
La Luce non può essere spenta. La Luce è. Siamo noi a spostare lo sguardo negli angoli dove questa Luce sembra non vedersi, e c’è gente particolarmente propensa a mettere “ma” nelle frasi quindi a cercare ossessivamente il buio anche nei momenti felici. No, la luce è lì per noi e nessuno – per quanto ostinato nella negatività – potrà spegnerla. In questa nostra epoca sembra che si faccia a gara per spegnere la luce correndo dietro a priorità fasulle che provocano sofferenza, e questa è una gigantesca illusione perché la luce non si spegne e rimane, vivifica e riscalda e taglia là dove deve, e fa rinascere. La rabbia, la cattiveria che vediamo crescono ma sono destinate a fallire non solo perché a ogni azione corrisponde una reazione, cioè una conseguenza: la verità è che il crescendo di stupida e insensata aggressività distruggerà se stesso. Ciò che mi dispiace è il carico di dolore che inutilmente infliggiamo e riceviamo ogni giorno. E non alludo solo ai massimi sistemi, guardiamo alcuni nuclei famigliari o contesti lavorativi: rabbia, aggressività, incapacità di gestire un dialogo sereno, e dolore. Dolore che poi si riversa inevitabilmente su chi lo genera, perché le vittime soffrono ma i carnefici sono destinati a soffrire a loro volta. Basterebbe fermarsi e chiedersi dove stiamo andando, recuperare la fiducia nella luce e nell’amore. La luce è luce, gli occhi vanno tenuti lì. Depressione e disfattismo nei media contribuiscono a peggiorare lo stato psicologico sociale, e questo non va bene. Per questo scelgo di evitare di concentrarmi su alcuni argomenti quando comunico con le persone che mi seguono nei social network o agli incontri pubblici: la missione di chi ha capito cosa sta succedendo è alleggerire, infondere speranza, amore, gioia là dove si può. Curare la gente non è fare qualcosa a un corpo, ma prendersi accanto una persona con il suo corpo fisico e la sua psiche e il corpo spirituale ed energetico, percorrere un pezzo di strada insieme. La cura è fisica e spirituale (psichica, per chi non ama il termine “spirituale”). Rabbia e aggressività e dolori negati o rimossi sono alla base di tante malattie, così come le emozioni trattenute o vissute male: capire che la luce esiste e ci circonda significa fare quella prevenzione di cui si parla tanto…

Riflettiamo con te sulle potenzialità della scrittura moderna e contemporanea:  in cosa manca e, viceversa, in  cosa eccede, secondo te?
Non sono un critico, sono una lettrice e uno scrittore. Forse manca una selezione su ciò che si pubblica: sì, va bene, è difficile pubblicare ma escono anche libri che sono operazioni di marketing puro. Una selezione basata su ciò che i lettori meritano (e i lettori meritano l’assoluto rispetto da parte di scrittori ed editori) potrebbe essere un’idea. Quindi ecco l’eccesso: escono troppi libri inutili.

Social e anoressia sentimentale: il tuo parere da esperta.
Non criminalizziamo i social e internet, sono preziosissimi. La carenza affettiva di cui tanti soffrono non dipende da strumenti o mezzi di comunicazione, ma dalla perdita (reversibile, per fortuna) del senso delle priorità. Priorità è vivere le emozioni, priorità è manifestare l’amore là dove c’è. Priorità è condividere e aiutare gli altri, abbracciare, essere gruppo vero e non un insieme di individualità. I social sono ciò che noi vogliamo che siano. Sono uno specchio: riflettono l’uso che ne facciamo e il vuoto o pieno interiore. Perfino le pagine pubbliche degli enti amministrate da una persona o un’altra cambiano faccia: un’agenzia che gestisce una comunicazione non è sempre un insieme di persone dotate di cuore e talento. E si sente. Comunque ognuno di noi dovrebbe usare gli strumenti comunicativi ponendosi alcune semplici domande: cosa voglio fare vedere e cosa no? Ho capito che le persone che incontro possono non essere reali? Quale bisogno ho nella mia vita? Sono sicuro che questo bisogno si debba vedere così tanto nei social network? Ogni tanto si leggono cose… Mi chiedo spesso se chi le pubblica si renda conto di mostrarle a migliaia di persone. Mi capita di cancellare dalle mie bacheche contributi di persone che sembrano parlare solo a un ristretto gruppo, convinte di non commettere reato e non cercare guai: raggiungo globalmente circa cinquantamila persone, alcuni post recenti hanno avuto duecentomila letture, altro che ristretto gruppo! Forse prima di iscriversi a un social network alcune persone dovrebbero ricevere un piccolo corso di buonsenso e conoscenza della legge. Nel nome della libertà di parola si scrivono assurdità. Per me i social network sono utili, contesto in assoluto le affermazioni di chi dice che per promuovere libri non servono: servono eccome, e servono anche per portare messaggi alla gente. Insomma, i social sono strumenti e come tali vanno usati. L’anoressia sentimentale è un problema diverso e il comportamento o l’abuso dei social è una conseguenza e non la causa. Quante volte parliamo d’amore senza arrossire o vergognarci perché sembriamo sentimentali? Quante volte abbracciamo qualcuno invece di dirgli solo due parole per spiegargli che gli/le siamo vicini? Quante volte tocchiamo i nostri amici con una carezza, una stretta al braccio, un gesto affettuoso? Quante volte ci vergogniamo di piangere? Avere a disposizione tanti strumenti che creano unione di mente ma con una distanza fisica (quella tra computer) non dovrebbe implicare la perdita del gesto dell’affetto, dell’amore. Il problema sta a monte, recupereremo nella nostra evoluzione immediata la consapevolezza che l’istinto, l’amore, le emozioni servono e chi li rimuove si ammala nella psiche e nel corpo.

La tua vita è ‘diversa’, come accennavamo all’inizio: potresti raccontarci in cosa consta la tua attività?
Mi prendo cura delle persone, da loro ricevo e cerco di dare il più possibile. Lo faccio con le mani, il cuore, la scrittura, la preparazione scientifica e la medicina integrata, lo faccio con la comunicazione pubblica e la sceneggiatura e con la radio. Lo faccio con la presenza e l’ascolto.  Viaggio, vado, raggiungo la gente ovunque mi voglia. Sbaglio tantissimo, cado e mi sento spesso inadeguata. Accetto che esporsi nella comunicazione significhi anche non essere compresa o apprezzata da tutti, ma amen: questa è la mia vita. Non si può piacere a tutti.

Ricolleghiamoci  ora alla tua carriera di sceneggiatrice. Cosa significa per te avvicinarti al cinema?
Ogni nuova esperienza è meravigliosa. Anche la consulenza cinematografica è un modo per portare messaggi e contenuti. Avete mai pensato a quanto potere abbiano le fiction? E i film? Nel 2008 ho lavorato con Giorgia Mariani e Dante Palladino, fantastici sceneggiatori e artisti, a ‘Crimini bianchi‘ di TaoDue, nel 2014-2014 c’è stato ‘Allacciate le cinture‘ di Ferzan Ozpetek.  Ora lavoro con due amici a un progetto di fiction un po’ particolare ma non anticipo niente. E’ un mondo bello, affascinante per le persone che lo popolano e per tutto ciò che si riesce a creare a beneficio della gente. Si crea il sogno, si crea una cultura nuova, volendo si modificano dettagli che possono incidere sul benessere della società. E abbiamo bisogno di volare, sempre. Possiamo rendere migliore il mondo grazie alla creatività e alla bellezza di ciò che insieme costruiamo, possiamo salvare vite e guarire malati usando bene la comunicazione. Insomma, ogni mondo è una meraviglia da scoprire. Il mondo del cinema, della televisione, della radio, della comunicazione con fiction e il grande giornalismo sono pieni di opportunità e belle persone.

Quando hai  ‘allacciato le cinture’ per la prima volta?
Troppe volte. Ho avuto ritrosia o pudore e ho trattenuto alcune parole, alcuni comportamenti nel nome di regole o enti o persone. Ho avuto paura delle conseguenze della libertà. Adesso basta. Niente cinture, questa parte della mia vita dipende da me e risponde solo a me e al mondo dei miei Pazienti e dei Lettori. A proposito di ‘Allacciate le cinture‘, il film di Ferzan Ozpetek per cui sono stata consulente: ha contribuito alla rivoluzione della mia vita, ha fatto pulizia nella mia mente e nel mondo che mi circonda. Altro che ‘Saturno contro‘ (film stupendo, ma ora alludo al pianeta che spazza via l’inutile): ha stanato le falsità ed esacerbato le invidie ma, così facendo, ha reso nuda la realtà permettendomi di affrontarla. E camminare spedita.

Cosa cambia nella tua scrittura?
Bisogna chiederlo ai Lettori.

Scrivere a quattro mani…
Significa spogliarsi di tutto l’uno davanti all’altro e conciliare ciò che in apparenza non può essere conciliato, pure rimanendo diversi. Poi dipende dal tipo di libro e dal socio di scrittura  ovviamente. Umberto Veronesi e io abbiamo tante differenze, rendono vivace la cooperazione. Da lui imparo ogni istante, e pure imparando continuo a essere certa di non conoscerlo. E’ molto stimolante. Lavorare a un libro con qualcuno richiede una buona dose di armonia. Ho sempre avuto facilita’ di relazione con le persone forti di carattere, con una buona stima di se stesse e che non entrano in crisi quando si confrontano con me; se trovo persone che per qualche oscuro e improbabile motivo si sentono insicure si accende la luce rossa dell’allarme.

Riflettiamo a 360°: possiamo dire che il cancro della nuova era è l’indifferenza. Tu come lo sconfiggi nella vita quotidiana?
Detesto l’uso improprio della parola cancro. Non rispetta la dignità dei pazienti. L’indifferenza e’ indifferenza e il cancro e’ cancro. Troppe persone abusano del concetto di cancro per parlare di altro, non si rendono conto di cosa stiano dicendo. Parliamo del cancro vero. Ogni giorno della mia vita provo a capire, intuire, studiare, osservare la relazione della malattia cancro con il corpo, la psiche e l’anima delle persone: questa quotidiana relazione con la malattia mi porta a essere un medico in profonda evoluzione. Rivoluzione, direi. La malattia ha una base nel DNA (e in alcuni fattori di rischio) ma ha anche a che vedere con la relazione che ognuno ha con se stesso e le proprie emozioni, ed esistono spazi e risorse ancora poco esplorati. La medicina di oggi deve essere aperta e curiosa, e soprattutto umana. Prendersi cura della gente significa amare, amare sul serio. Sappiamo cosa sia la compassione? Bene, fa parte della cura. Come si sconfigge il cancro? Con la visione globale della persona e di cosa sia realmente una malattia, fisicamente e nell’anima. Come si sconfigge l’indifferenza? Con la pazienza, l’abbraccio e con il comportamento. Siamo noi i primi a incarnare il mondo che vogliamo, criticare non serve. Cerchiamo di essere degni della stima e dell’amore del mondo invece di colpevolizzare gli altri. E salutiamo chi incontriamo con il cuore, notando (anche se atei) il Dio che sta in lui.

 

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