giovedì, Dicembre 2

Amnistia: la parola a Governo e Parlamento field_506ffb1d3dbe2

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La situazione carceri, secondo i dati (al 30 novembre scorso) forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria: i detenuti sono 64.047. 11.873 i reclusi in attesa di primo giudizio, e 12.050 i condannati non definitivi. Le persone ristrette in carcere con una condanna definitiva risultano essere 38.858. Gli internati invece sono 1.185. Agli arresti domiciliari risultano essere 10.189 persone, poche di più (10.992) sono in affidamento in prova. 838 i detenuti in semilibertà.

Già questi scarni dati rivelano come la situazione sia disastrosa e insieme esplosiva. «Il Parlamento deve avere il senso di responsabilità necessario per dire che vuole fare anche un provvedimento di indulto, o innanzitutto un provvedimento di indulto per ottemperare alla decisione della Corte di Strasburgo». E’ forse qui, il nocciolo del messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervenuto al  convegno a Palazzo Giustiniani su ‘La clemenza necessaria’, dedicato al tema dell’amnistia e della giustizia. Occorre, dice Napolitano, uscire in fretta dalla flagranza di reato in cui il nostro Paese è precipitato da decenni. Con i giornalisti il presidente è stato anche più esplicito: «Il mio messaggio indicava l’esigenza di una misura strutturale per evitare un ulteriore, nuovo affollamento, e anche la possibilità di un indulto seguito anche da amnistia. Il Parlamento è assolutamente libero di fare le sue scelte: il mio messaggio non è un prendere o lasciare, ma è un modo di richiamare l’attenzione su una questione drammatica e su un dovere ineludibile. Il Parlamento deve avere il senso di responsabilità necessario per dire che vuole fare anche un provvedimento di indulto, o innanzitutto un provvedimento di indulto per ottemperare alla decisione della Corte di Strasburgo, o prendersi la responsabilità di considerarlo non necessario, sapendo che c’è una scadenza che è quella del maggio 2014, entro cui l’Italia dovrà avere assunto una decisione su come fronteggiare l’emergenza carceraria».

   Il convegno al Senato è l’occasione per il Ministro della Giustizia per ribadire le sue convinzioni di sempre. Annamaria Cancellieri, che in ogni occasione si dice favorevole a un provvedimento di amnistia (‘imperativo categorico’), ricorda che all’indulto nel 2006 «è mancato un indirizzo politico-legislativo conseguente, che rendesse non meramente occasionale quella misura deflattiva delle presenze in carcere». Perché non accada di nuovo occorre adottare misure di clemenza, che consentano di affrontare l’emergenza del sovraffollamento «avendo delineato un complesso e articolato progetto riformatore, paragonabile per capacità di innovazione solo all’introduzione dell’ordinamento penitenziario repubblicano del 1975».

Un progetto di interventi, assicura il Ministro, che se adottati consentirebbe «la riduzione della popolazione detenuta di circa 20mila unità, quale conseguirebbe dall’adozione di un indulto di tre anni, riporterebbe il sistema in condizioni di efficienza tali da consentire nel migliore dei modi il decollo del nuovo modello di esecuzione penale che proponiamo».

Autorevoli (e ribadite) prese di posizione, a cui si aggiunge l’importante – e tuttavia ignorata – sentenza della Corte Costituzionale: che invoca strumenti eccezionali per ridurre il sovraffollamento carcerario e per evitare all’Italia la vergogna, annunciata di una sentenza esemplare a maggio del 2014, se non verranno ottemperate le prescrizioni della sentenza europea della Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sul caso Torreggiani. La Corte Costituzionale ha salvato provvisoriamente l’articolo 147 del codice penale da una censura di costituzionalità, richiesta dai Tribunali di sorveglianza di Venezia e Milano nella parte in cui non prevede tra le misure di sospensione facoltative dell’esecuzione della pena il fattore dello svolgimento della stessa in maniera contraria al senso di umanità. Ma vale senz’altro la pena di leggere quanto scrive il giudice costituzionale Giorgio Lattanzi, che ha materialmente redatto la sentenza. Ecco quello che si legge: «…Fermo rimanendo che non spetta a questa Corte individuare gli indirizzi di politica criminale idonei a superare il problema strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario, non ci si può esimere dal ricordare le indicazioni offerte al riguardo dalla citata sentenza Torreggiani, laddove richiama le raccomandazioni del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che invitano al più ampio ricorso possibile alle misure alternative alla detenzione e al riorientamento della politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione, oltre che a una forte riduzione della custodia cautelare in carcere. È da considerare però che un intervento combinato sui sistemi penale, processuale e dell’ordinamento penitenziario richiede del tempo mentre l’attuale situazione non può protrarsi ulteriormente e fa apparire necessaria la sollecita introduzione di misure specificamente mirate a farla cessare ».

Detto questo, arriviamo al cuore della sentenza: «…il sovraffollamento però non può essere contrastato con lo strumento indicato dai rimettenti, che, se pure potesse riuscire a determinare una sensibile diminuzione del numero delle persone recluse in carcere, giungerebbe a questo risultato in modo casuale, determinando disparità di trattamento tra i detenuti, i quali si vedrebbero o no differire l’esecuzione della pena in mancanza di un criterio idoneo a selezionare chi debba ottenere il rinvio dell’esecuzione fino al raggiungimento del numero dei reclusi compatibile con lo stato delle strutture carcerarie».

Non solo. La Corte, infatti, rivolge un monito estremo, e avverte che se si continuerà a fare finta di nulla una prossima istanza di costituzionalità rispetto all’articolo 147 del codice penale potrebbe sortire esiti ben diversi: «Nel dichiarare l’inammissibilità questa Corte deve tuttavia affermare come non sarebbe tollerabile l’eccessivo protrarsi dell’inerzia legislativa in ordine al grave problema individuato nella presente pronuncia».
Le forze politiche e le istituzioni sono avvertite.

E leva la sua voce anche don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane: «Bisogna prendere seriamente le indicazioni del Capo dello Stato, e sarebbe ora che i politici le accogliessero, rispetto a quanto succede nelle carceri, alla sofferenza che vivono molte persone, e agli impegni che dobbiamo prendere in relazione a una sentenza europea che ci sta arrivando addosso. Dunque, prendano almeno qualche decisione».

Quella indicata da Napolitano è la strada migliore, sottolinea don Balducchi, un provvedimento di clemenza, senza il quale non si può nell’immediato ottemperare alle richieste che arrivano dall’Europa, affiancato da riforme strutturali: «Due cose da fare contemporaneamente, due aspetti che devono essere portati avanti insieme. Del resto il Ministro della Giustizia ha già avviato un percorso di riforme. Tutti all’interno delle carceri si aspettano qualcosa».

 

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