mercoledì, Settembre 22

Amministrative: Renzi e Berlusconi la posta in gioco

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In queste ore poi arrivano altri segnali da decodificare. Quello per esempio, inviato da Paola Binetti, parlamentare che ha lavorato gomito a gomito con Giachetti, sa bene di che pasta sia fatto, quali sono le questioni con cui è possibile trattare, e quelle su cui non transige. Binetti, che evidentemente invia il messaggio a nome della potente Opus Dei fa sapere che «in una serie di incontri più o meno formali, ma anche in molti salotti romani, si parla soprattutto delle possibili candidature emerse in questi giorni per la elezione del prossimo Sindaco di Roma».   Vengono poi snocciolati dei nomi: quello di Alfio Marchini, «il primo a candidarsi con coraggio e una decisa autonomia rispetto agli schieramenti dei vari partiti si pone a cavallo tra le primarie del Pd, date per certe, con sindaci di sicura caratura amministrativa come Giachetti e Morassut, e le improbabili primarie di un centro destra che ha sciolto le sue riserve con la recente candidatura di Bertolaso».
Cosa ricavarne? «Quattro candidati con storie profondamente diverse, con esperienze politico-amministrative decisamente di livello, destinati a combattersi per far emergere il miglior progetto possibile per governare questa città». E dunque? Dunque, per riprendere il linguaggio del far intendere senza dire esplicitamente scelto da Binetti, a Milano il candidato è quello del centro-destra Stefano Parisi, in alternativa a quello del centro-sinistra Giuseppe Sala. A Roma? A Roma «ci attende un bel match, ma quel che certo che non rinunceremo a lavorare e a scommettere solo su chi sarà davvero in grado di tirar fuori questa città dal degrado in cui l’ha gettata l’incuria degli ultimi governi, il pressapochismo mescolato alla corruzione, e alla più elementare impossibilità di esigere diritti fondamentali se non a prezzo di favori, di raccomandazioni e di mazzette. Rivogliamo una città vivibile, con una diversa etica ambientale e con una mobilità a misura d’uomo». Insomma, discutiamone.

Renzi si trova in questa forbice: conquistare Roma è un passaggio fondamentale, anche se non l’unico, per continuare ad alloggiare a palazzo Chigi, anche se gli conviene focalizzare il suo ‘slam’ sul referendum costituzionale d’autunno. Poi, quasi a pari importanza, deve vincere la poltrona di Palazzo Marino: dimostrare così che è vincente l’ancora in embrione, ma nei fatti già in stato di avanzamento, Partito della Nazione; Napoli interessa poco: terreno scivoloso ed infido, chiunque vinca le primarie e comunque vada; meglio non avvicinarcisi. Quanto a Torino e Bologna l’incognita è costituita dal non voto o dal voto di reazione; che comunque ragionevolmente, per quanto ‘segnali’ difficilmente inficeranno la vittoria del centro-sinistra.

Il centro-destra, ora. Silvio Berlusconi delle amministrative sostanzialmente si disinteressa. E’ consapevole della sostanziale debolezza, più che mai a livello amministrativo, della sua coalizione. Non ha alcun interesse a rafforzare un’intelaiatura politica che alla fine potrebbe rivelarsi una selva di lacciuoli paralizzanti. Gli interessa piuttosto un ‘partito leggero’ sul quale regnare e governare insieme; soprattutto piuttosto che accollarsi rogne come l’Amministrazione di Roma e Napoli, preferisce concentrarsi sulle prossime elezioni politiche, che sogna di vincere.
Il candidato preferito da Berlusconi, Alfio Marchini, non è per nulla gradito alla destra. Giorgia Meloni glielo ha cantato in tutte le lingue; Francesco Storace, che controlla quote non irrilevanti del mondo della destra romana, addirittura si candida Sindaco. Nessuna possibilità, ma grande capacità ‘sottrattiva’. Alla fine il coniglio dal cappello è il ‘tecnico’ Guido Bertolaso. Che comunque è inviso alla destra, e sul cui capo pendono processi che ha voglia l’ex capo della protezione civile a ripetere infondati e da cui uscirà a testa alta; quei processi sono per lui, una palla al piede. Berlusconi non nutre alcun interesse per la partita romana. Non fosse così Bertolaso non sarebbe il candidato; così invece il leader di Forza Italia potrà dire di aver fatto il possibile per mantenere unita la coalizione, e che la responsabilità della sconfitta non è sua. Ma perché Berlusconi cede alle ‘condizioni’ di una formazione marginale come Fratelli d’Italia? Lo si è detto: Berlusconi pensa alle elezioni politiche, e vuole presentarsi come il leader di uno schieramento di centro-destra compatto e unito dietro la sua persona. Il resto non gli importa, e dunque non ha alcun interesse a impelagarsi in questioni locali e a mostrare divisioni e fratture. Lascia correre, si mostra interessato senza esserlo. Chiunque vinca, lui non perde.

Sintesi estrema di quello che accade: per Renzi le amministrative, e Roma in particolare, sono importanti: tappa fondamentale della sua per ora ‘marcia trionfale’; per Berlusconi le amministrative, e Roma in particolare, sono irrilevanti, tutta la partita intende giocarla in occasione delle elezioni politiche, da lì ritiene passi l’agognato recupero politico. Il resto è ingombro, distrazione. Per questo il primo ostenta indifferenza quello che per lui è essenziale; e il secondo mostra grande interesse per quel che per lui è irrilevante. Un paradosso, ma questa la situazione, questi i fatti.

 

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