sabato, Settembre 25

Amman centro del giornalismo mediorientale field_506ffb1d3dbe2

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Amman – L’atmosfera in città è particolare, si respira un po’ di tensione e lo spropositato numero di posti di blocco lungo la Airport Road fa intuire il disagio degli abitanti.

La popolazione aumenta di giorno in giorno: non sono solo i siriani ad arrivare, ma anche iracheni e filippini che, appena scesi dal Royal Jordanian Manila-Amman, si affollano ai banchi doganali.

I quartieri multietnici son diventati punti d’assemblea: nella Downtown, fra un negozio e l’altro, i giovani discutono con gli anziani che, a loro volta, discutono coi clienti e gli altri venditori, sventolando quotidiani nelle lingue più disparate, in un Paese dove il 55% della popolazione ha meno di 25 anni.

Il 6 Dicembre si è svolta, nella capitale giordana, la sesta edizione della conferenza per il giornalismo investigativo. Organizzata dall’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) ha visto la partecipazione di oltre 250 giornalisti, giunti in Medio Oriente da tutto il mondo per discutere una serie di tematiche che spaziano dalla violazione dei diritti umani al diritto alla salute, dalle frodi off-shore all’educazione, dai diritti politici all’inquinamento.

L’apertura al pubblico ha portato una sorpresa: l’imponente afflusso di giovani impazienti di prendere parte ai workshops e di dire la loro durante le discussioni tenute, avviate e moderate dal fiore all’occhiello del giornalismo mondiale, attuale e storico.

Hanno, infatti, partecipato giornalisti d’eccezione, come Yosri Eouda dall’Egitto, Frederik Obermaier dalla Germania, Tim Sebastian e Tom Giles dal Regno Unito, il direttore del dipartimento di giornalismo investigativo dell’Illinois University Brant Houston, Edwy Plenel, già Direttore di ‘Le Monde’ e fondatore e Direttore di ‘Mediapart’.

Il confronto si è svolto in maniera costruttiva e dinamica ed il pubblico è arrivato preparato: sul sito dell’organizzazione sono, infatti, reperibili gratuitamente ed in diverse lingue una serie di manuali come il Training Manual, il Journalist Security Guide ed il Global Casebook redatto da Mark Hunter.

Ciò ha permesso di spaziare agevolmente ed approfondire le varie sfaccettature che il momento storico della conferenza (definito cruciale) ed il tema principale suggerivano.

Presto il dibattito è arrivato al suo nucleo accompagnato da una frase  del Chairman della conferenza Daoud Kuttab: «Cambi nelle politiche dei Paesi arabi hanno visto svariate rimozioni di Capi di Stato senza che però reali cambiamenti nelle infrastrutture dell’informazione avvenissero». Una crisi dell’informazione, dunque, nel bel mezzo di una crisi politica.

Secondo Rana Sabbagh, Direttrice Esecutiva dell’ARIJ e Caporedattrice del ‘Jordan Times’, c’è il rischio di un passo indietro nella difesa del diritto d’espressione, minato dai ripetuti attacchi ‘squadristi’ effettuati da organi ufficiali interessati allo screditamento della figura del reporter. Allo stesso tempo, la forte influenza del finanziamento privato e dei ricavi pubblicitari ledono l’obiettività di numerosi media, ha aggiunto Sabbagh.

I tre maggiori quotidiani giordani sono i filo-governativi ‘Al-Ghad’ (Domani), ‘Addustor’ (Costituzione) e l’indipendente ‘Alrai’ (L’Opinione), capillarmente diffusi e molto seguiti anche nella versione cartacea. La flessione nella vendita dei giornali al momento è minima ed in contemporanea si registra un forte aumento delle visualizzazioni online.

Un’attenta analisi denota, però, che il mancato calo delle vendite, in controtendenza rispetto al resto della regione, è dovuto all’aumento costante della popolazione e soprattutto al momento di emergenza che mantiene alto il livello d’attenzione ed il bisogno d’informazione riguardo gli avvenimenti dei Paesi confinanti.

Il numero di quotidiani in lingue straniere prodotti nel Paese è significativo e riflette ampiamente la multiculturalità giordana. Nonostante questo, il numero di testate cartacee indipendenti resta minimo: ciò accade perché è realmente difficile reperire gli introiti pubblicitari necessari per la sopravvivenza della testata stessa e perché vi sono delle spie d’allarme sull’efficacia di tali organi di controllo.

Nell’estate appena trascorsa, vi sono state proteste dei blogger per l’introduzione di una norma che equiparava blog e cartaceo richiedendo, sostanzialmente, l’iscrizione ad un registro subordinato ad autorizzazione per la pubblicazione di notizie in blog giornalistici. Contro questa norma si esposero pubblicamente lo stesso Kouttab e Article 19, l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa. Entrambi denunciarono l’estensione inadeguata del reato di diffamazione a mezzo stampa che addossava alla direzione giornalistica la responsabilità dei commenti pubblicati via web presenti in siti e blog, vista l’impossibilità di risalire alle identità degli utenti di internet. Ben 300 siti d’informazione vennero chiusi in quell’occasione.

Le difficoltà che un mondo del giornalismo in trasformazione sta trovando nel preservare la propria indipendenza sono comuni a molti Paesi arabi. Nei Paesi delle Primavere arabe -Libia, Tunisia, Egitto-  c’è stata una paralisi informativa temporanea: molte redazioni sono state danneggiate con la conseguente compromissione dei network di distribuzione dei prodotti.

La rete ha colmato quel gap sopperendo alla mancanza dell’informazione tradizionale tramite la nascita di nuove forme di comunicazione, talvolta coraggiose e veritiere, ma spesso di ardua attendibilità, se non del tutto manipolate da redazioni improvvisate e prive degli strumenti utili a produrre un lavoro di qualità.

Nonostante la presenza di controversie e difficoltà, è ancora possibile per i giornalisti del mondo arabo lavorare per dar forma a un cambiamento  reale. Secondo Edwy Plenel, i media d’area dovrebbero cooperare per spingere l’informazione verso l’indipendenza, ricercando il profitto nella vendita di reports di altissima qualità in maniera tale da poter prescindere da un’azionista pubblicitario o da una proprietà di stampo non editoriale: la rete rende possibile la distribuzione al grande pubblico senza l’obbligo di trovare il cartaceo compiacente o impavido, che metta a disposizione le infrastrutture di stampa e distribuzione, rischiando il crollo degli spot.

Parla con piena cognizione di causa Edwy Plenel, usando ‘Mediapart’, il suo progetto di maggior successo, come esempio, nel quale ha creduto al punto da rassegnare le dimissioni dal maggior quotidiano francese pur di seguirne lo sviluppo. Plenel sottolinea le enormi possibilità della nuova classe giornalistica mediorientale, nata nell’era digitale ed esperta del canale, protagonista delle recenti rivoluzioni e consapevole che le stesse non sono figlie dei social network (come tanti in Europa continuano a credere) ma viceversa.

Intanto in Jabal Amman, proprio vicino alle grandi Ambasciate, alla sede della France Press e alla sede di Al Jazeera, c’è Rainbow st. con i suoi baretti in cui tanti blogger, giornalisti o aspiranti tali e studenti dell’Arij la sera prendono un tè e discutono.
Loro, infatti, hanno intuito l’enorme potenziale della rete, ma soprattutto l’irreversibilità.

 

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