mercoledì, Ottobre 27

Amici, vi vendo la Luna

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Chi è ben informato sulle vicende dello spazio, ricorda l’enfasi di John Fitzgerald Kennedy nel discorso che lui pronunziò a Houston, sul manto erboso della Rice University il 12 settembre 1962. Nello speech – come abbiamo già ricordato in altri articoli al riguardo – il giovane presidente cattolico disse: «Nessuna nazione che aspiri a un ruolo guida rispetto alle altre può pensare di restare in disparte nella corsa allo spazio». E promise la Luna! La spesa dell’impresa che ha cambiato il mondo fu enorme e quei denari vengono traslati ancora oggi a ogni missione, piccola e grande che sia, con una pressione sicuramente superiore alla media degli investimenti ma lo stesso Kennedy precisò quelle attività con un’affermazione che dovrebbe far pensare a chi la testa è abituato a usarla poco: «I vasti orizzonti dello spazio lasciano sicuramente intravvedere costi elevati e grandi difficoltà, ma anche enormi ricompense».

E a distanza di un lasso di tempo così lungo, un altro proclama martella lo spettro mediatico americano. Elon Musk, il fondatore di Tesla e SpaceX, ha dichiarato che invierà nello spazio, intorno alla Luna, due privati cittadini nel 2018. A loro spese, ovviamente come impongono le regole più integraliste del libero mercato in cui lo Stato deve essere lontano dall’assistenzialismo e da ogni forma di pubblico aiuto. Almeno a parole e chiuderemo con questo assunto.

E sì, perché a differenza dello sfortunato presidente americano morto ammazzato a Dallas l’anno dopo il discorso accademico, l’imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense non chiede soldi a nessuno, non impone al Paese di trovare soluzioni impossibili e lui stesso stacca la carta di volo per due illustri sconosciuti che già stanno preparando la valigia per guardare la Luna più da vicino. E questo, diciamocelo è un passaggio indicativo per lo sviluppo della domanda effettiva in cui la sua ricomposizione e gli investimenti sono il tratto distintivo e dinamico dell’economia in cui le istituzioni preposte al governo e l’organizzazione della produzione alla fine sono riconoscibili in modelli già vissuti: il new deal rooseveltiano e il liberismo di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, solo per ricordarne i capisaldi.

Ora, non crediamo di esserci allontanati troppo dalla promessa del titolo andando a scomodare gli attori di governi così imperiosi: «Il mondo non è governato dall’alto in modo che l’interesse privato e l’interesse sociale coincidano sempre» amava ripetere John Maynard Keynes che sosteneva pure nei suoi scritti: «Non è corretto dedurre dai principi dell’economia che l’interesse personale illuminato opera sempre nell’interesse pubblico». E su questo restiamo nel nostro esercizio preferito, che è l’analisi dei fatti piuttosto che il riporto degli accadimenti.

I due turisti indicati dall’imprenditore di Pretoria sono come gli astronauti si recano sulla Stazione Internazionale ma a loro differenza si faranno carico delle spese di viaggio e anche dei costi accessori. Non è chiaro se saranno soggetti a un tipo di addestramento particolare e a quali visite mediche li sottoporrà l’assicurazione sanitaria prima di siglare una polizza adeguata. Non conosciamo i loro nomi e onestamente non moriamo dalla voglia di sapere chi sgancerà una parte del proprio patrimonio per farsi un week end fuori porta così impegnativo.

Abbiamo appreso che a questi due signori – magari un uomo e una donna – toccherà un viaggio di circa 700.000 km e certamente, se faranno ritorno a casa, saranno l’apripista di una nuova frontiera da valicare. La navicella che porterà i due cow boy dello spazio si baserà sulla capsula Crew Dragon che effettuerà il primo viaggio senza equipaggio alla fine di quest’anno.

Notiamo con soddisfazione che l’America sta molto sul pezzo in questi giorni per quanto riguarda lo spazio. Molto più dell’Europa che annuncia silenziosamente il lancio delle sue Sentinelle e non ne parliamo dell’Italia che ha avuto solo una flebile eco dalla costruzione negli stabilimenti della Avio a Colleferro del ‘più grande motore al mondo monolitico a propellente solido e tutto in fibra di carbonio. Si tratta, diciamolo con un pizzico di orgoglio tutto nostrano, di un gruppo di potenza lungo 12 metri, con un diametro di 3,5 metri che conterrà 142 tonnellate di propellente ed è il più grande mai costruito negli stabilimenti del Lazio. E’ un’altra storia, diciamocelo pure. E invece, dall’altra parte la Nasa prima mette in giro la storia déjà vu dei sette pianeti, tre dei quali probabilmente abitabili (da chi poi, ce lo dirà nella prossima puntata) e poi lascia la strada a Musk e alle sue attività turistiche dell’altro mondo.

Phil Larson, ex consigliere per le politiche dello spazio di Barack Obama, ravvede un buon tempismo in queste comunicazioni affermando che l’annuncio del fondatore di SpaceX mostra un’industria spaziale commerciale americana pronta ad andare oltre l’orbita bassa della terra «non in dieci anni ma ora». Una frase che pone Larson un po’ distante dal suo vecchio datore di lavoro e forse più accattivante rispetto all’amministrazione di Donald Trump e a quello che deve decidere cosa fare della Nasa e dei sui programmi.

Già, perché ora la missione di Musk nel 2018 potrebbe arrivare prima che la Nasa abbia una nuova chance di andare sulla Luna, meta indicata da George W. Bush in uno storico documento del 2004 ma rifiutata dal suo successore democratico con la frase pronunciata nel 2010: «Ve lo dico chiaramente, sulla Luna ci siamo già stati». L’ente spaziale americano così sta considerando la possibilità di accelerare lo sviluppo del Space Launch System e di Orion, valutando l’introduzione di astronauti nel primo lancio ma con Trump alla Casa Bianca lo spazio potrebbe muoversi più efficacemente che in passato: il nuovo presidente ha infatti espresso durante la sua investitura il proprio appoggio a un programma che fosse «pronto a liberare i misteri dello spazio». Fra SpaceX e la Nasa, quindi un accordo di non interferenza sugli interessi da porre in essere. Questo dovrebbe essere tranquillizzante.

Ma nel discorso prima citato Obama disse ancora: «C’è altro da esplorare e altro da fare. Credo che dobbiamo spostare il nostro obiettivo più lontano» e la sua dichiarazione costituì un piano di investimenti di sei miliardi di dollari e la promessa di 2.500 nuovi posti di lavoro. Musk invece resta più vicino e quando ricorda che la Nasa non invia astronauti sulla Luna dalle missioni Apollo nel 1972, poi aggiunge: «Questo rappresenta un’opportunità per gli esseri umani di tornare nello spazio profondo per la prima volta in 45 anni» senza però dimenticare che in settembre 2016 egli stesso durante la conferenza internazionale dedicata alla conquista dello spazio che si svolgeva in Messico dichiarò: «Conquisteremo il Pianeta Rosso nei prossimi dieci anni». Su questa affermazione chi scrive è sempre stato scettico e se ne assume continuamente la responsabilità. Secondo il nuovo imprenditore sudafricano ma anche americano, la colonizzazione di Marte inizierà con il lancio nello spazio di astronavi in fibra di carbonio. Per questa operazione – leggiamo dalla stampa ben informata – saranno necessari razzi con due volte la potenza del vettore che portò i primi uomini sul nostro satellite naturale. Che queste macchine siano già ai test o meno sembra del tutto secondario.

Molte promesse, molti progetti e sostanziali necessità di fiducia dei contribuenti che probabilmente attraverso canali più complessi si troveranno a dover finanziare dei progetti che avranno etichette meno appariscenti, ovvero imperativi legati alla Difesa. Per Joseph Schumpeter il capitalismo si basa su un processo di continuo rivolgimento basato sull’innovazione tecnologica, attraverso fasi in cui emergono strutture nuove e quelle obsolete vengono distrutte. Il principio è applicabile tanto alle idee quanto alle cose e la molla che spinge il fenomeno non è la concorrenza, ma la sete di guadagno degli imprenditori. Un’apertura che chi vive dall’altra parte dell’oceano dovrebbe tener bene a mente quando emerge un equilibrio di potenza come forma di regolazione del sistema delle relazioni internazionali, espressione che per altro affonda radici veramente antiche.

Allora è facile parlare di libero mercato quando si ha alle spalle un sistema paese in grado di imporre le sorti dell’economia tecnologica mondiale e determinare i propri imprenditori quali primi candidati ad appaltarsi forniture controllate dalla rigida normativa dell’International Traffic in Arms Regulation (ITAR), onnipresente in ogni contratto di rilievo con gli Stati Uniti d’America.

L’equilibrio europeo che un tempo si principiava alla conservazione di un’egemonia di singoli Paesi su scala globale basandosi sul potere finanziario e produttivo (la Gran Bretagna, per intenderci è stata la guida principale), oggi è svilita da semplici annunci che fanno sognare più che riflettere e continua, nelle sue bagarre di quartiere – che in campo continentale si chiamano nazionalistiche – senza rendersi conto che sta vivendo una fase di manipolazione comunicazionale che ne svilisce le sue intelligenze e azzera le proprie forze contrattuali.

Quando un imprenditore sia pur del calibro di Elon Musk dichiara la propria energia dirompente, occorre domandarsi senza remore quali leve stiano spingendo le sue dichiarazioni.

E per questo chiudiamo con un ricordo molto vicino, quando le imprese europee sono state utilizzate come ‘lepri’ per rendere più competitive le aziende americane spingendole verso una maggiore efficienza in particolare da parte di chi «si era adagiato sulle ricche commesse del Pentagono». E’ una storia che racconta magistralmente Michele Nones, direttore del Programma Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali. Pensieri che meritano riflessioni importanti.

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