mercoledì, Settembre 22

Amianto, diventerà mai un capitolo chiuso? 40

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Il suo nome deriva dal greco “ἀμίαντος” “ άσβεστος” e significa incorruttibile, perpetuo, inestinguibile. Concetti perfino positivi se considerati in assoluto, ma se relativizzati a qualcosa che danneggia la salute fino alla morte l’aura di  elemento inestinguibile mette paura. Si tratta dell’amianto o asbesto, un minerale naturale a struttura microcristallina e di aspetto fibroso che appartiene alla classe chimica dei silicati. Ormai il nesso tra l’inalazione delle sue fibre, della sua polvere e lo sviluppo di patologie tumorali, in particolare il mesotelioma pleurico e peritoneale, è noto. Come pure la correlazione con l’insorgere di una malattia polmonare, l’asbestosi. Nel 1992, con la legge n. 257, l’Italia è tra le prime nazioni a mettere al bando tutti i manufatti contenenti amianto, vietando l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto. Il minerale è stato successivamente bandito nell’intera Unione Europea nel 2005. Ma negli anni del boom economico e oltre, dal 1960 al 1990 circa, questo materiale è stato impiegato in quantità incalcolabili in molti settori come l’industria, i trasporti e l’edilizia. Veniva impiegato per isolare e ricoprire i tetti di case ed edifici, per costruire navi, aerei e treni, per fabbricare tegole e pavimenti, per ottenere vernici e componenti meccaniche del settore automobilistico, per confezionare le tute ignifughe dei vigili del fuoco e per altri abbigliamenti da lavoro. Inoltre la resistenza al fuoco e all’usura, l’isolamento elettrico e termico, le proprietà fonoassorbenti, la facilità di lavorazione e di miscelazione con altri materiali come il cemento e il basso costo ne fecero un prodotto buono per tutte le stagioni. Da estrarre e da usare. L’Italia, infatti, con la più importante cava europea a Balangero (Torino), chiusa nel ’90, era anche uno dei principali produttori mondiali insieme a Russia, Canada, Stati Uniti, Finlandia e Sudafrica.

Ma evidentemente, l’amianto, a conti fatti, non era così incorruttibile da agenti esterni come il suo nome musicale lasciava intendere. Con le sollecitazioni meccaniche, eoliche, da stress termico o per dilatamento da acqua piovana, la sua struttura comincia a deteriorarsi e a rilasciare polvere e fibre che vengono inalate perché sottilissime, mille volte più piccole di un capello. E si cominciano a contare i malati. Poi i decessi. Iniziano le prime cause collettive ad amministratori delegati e presidenti di aziende e stabilimenti. Le accuse vanno dall’omicidio colposo plurimo all’omissione dolosa di cautele antinfortunistiche nei confronti dei dipendenti al disastro ambientale doloso continuato. L’anno scorso è arrivata la sentenza ‘apripista’ della Corte d’Appello di Torino relativa al processo Eternit di Casale Monferrato che condanna a 18 anni per disastro doloso il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, unico imputato rimasto  rimasto in vita dopo la morte del barone belga Louis De Cartier De Marchienne, avvenuta nel maggio 2012.

Ma di amianto ce n’è un sacco in giro per l’Italia. C’è quello con cui sono entrati in contatto i lavoratori nelle fabbriche e quello disseminato sul territorio, difficile da rendicontare. Le ultime stime disponibili sono di Assobeton (Associazione nazionale industrie manufatti cementizi) e parlano di 12 milioni di tonnellate di lastre in cemento-amianto in tutto il Paese, equivalenti a 1 miliardo e 200 milioni di metri quadrati in coperture. Difficile anche stimare il numero di quanti si ammaleranno in futuro perché dal momento dell’esposizione a quello dello sviluppo delle patologie correlate possono passare dai 20 ai 40 anni. Un dato certo, e purtroppo negativo, è che ci si aspettava il picco una decina di anni fa, mentre invece l’incidenza mondiale è in aumento. E a questo punto si presume che il massimo dei nuovi casi verrà registrato tra il 2015 e il 2020, senza considerare quello che accadrà alle nazioni in via di sviluppo dove l’utilizzo è tuttora legale e in forte aumento, come Cina, Russia, India, Kazakistan, Zimbawe, Brasile, Indonesia, Thailandia, Vietnam e Ucraina.

 Che la situazione sia complessa è evidente, data la pericolosità del materiale una volta che si deteriora, l’impiego trasversale che ne è stato fatto e il numero di anni di utilizzo. Qual è però da noi lo stato dei fatti da un punto di vista legislativo? In che modo sono regolamentate le operazioni di bonifica? L’Italia è stato uno dei primi Paesi a proibire l’asbesto, nel 1992, con la legge 257 “che tiene conto della sua pericolosità disponendo l’obbligo di mappatura e di rimozione” spiega Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. “Solo che l’obbligo non è perentorio ed è necessario il giudizio preventivo della Asl. Quindi l’obbligo scatta solo se i materiali vengono ritenuti deteriorati.” Perché, come sottolinea Alessandro Marinaccio, responsabile del Registro Italiano Mesoteliomi, “ la presenza dell’amianto non è necessariamente pericolosa. La pericolosità dipende dalla capacità dei materiali di rilasciare fibre potenzialmente inalabili nell’aria, per effetto di manipolazione, lavorazione, vibrazioni, correnti d’aria e infiltrazioni”. Chi è il soggetto di snodo che deve stabilire la nocività per poi procedere alla rimozione? “I lavori per la bonifica da amianto sono individuati dalle Asl dopo i controlli che ne attestino la nocività e poi devono essere appaltati a un’impresa in possesso dei requisiti di legge che dovrà fare l’attestazione della conforme esecuzione dei lavori e attuare il programma di controllo e manutenzione”. Dunque, una volta che l’Asl esce e fa i controlli, se è il caso si procede con la bonifica,è gratuita solo nel caso in cui il materiale si trovi su proprietà pubbliche, come le scuole ad esempio. Se invece si tratta di proprietà private, l’intervento è a pagamento (fa eccezione l’Amsa di Milano che offre il ritiro gratuito per manufatti di dimensioni limitate come fioriere, davanzali, pannelli, per un massimo di un intervento annuo).

C’è poi il capitolo dello smaltimento delle scorie, le RCA (rifiuti contenenti amianto). In altre parole, i depositi adatti a ricevere questi materiali. Nel 2013 il dossier dell’Inail “Mappatura delle discariche che accettano in Italia i Rifiuti Contenenti Amianto e loro capacità di smaltimento passate, presenti e future” fotografa la situazione: fino al 30 giugno 2012 sul territorio nazionale erano presenti 41 discariche non in esercizio, 4 sospese, 6 in attesa di autorizzazione e 22 attive. Il documento è stato aggiornato a metà 2013, più precisamente in giugno, quando i depositi non in esercizio sono risultati essere 42, 6 quelli sospesi, 6 in attesa di autorizzazione, 19 in attività. Comune ad entrambe le rilevazioni (2012 e 2013) è “l’assenza in esercizio di impianti di inertizzazione/recupero di RCA a scala industriale, previsti dal D.M. 248/2004.” Anche nel 2013 – si legge nel documento Inail –”la ricerca condotta ha evidenziato che, sebbene le norme vigenti consentano la realizzazione di impianti di inertizzazione/recupero di tale tipologia di rifiuti, non vi è ancora nessun impianto attivo a scala nazionale per questo tipo di smaltimento. Ciò sembrerebbe determinato – scrivono ancora nel dossier – da una norma non sufficientemente specifica che necessiterebbe di ulteriori decreti applicativi in grado di definire quali siano le Amministrazioni pubbliche incaricate del rilascio delle autorizzazioni, quali gli Organi di Vigilanza deputati al controllo, le metodologie e le procedure di campionamento e analisi dei materiali secondi prodotti (cioè il frutto del processo di inertizzazione),  delle matrici ambientali (aria, acqua, suolo) da monitorare e con quali modalità nei siti in cui tali impianti verranno collocati”.

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Insomma, per farla breve, il numero delle discariche non è sufficiente per smaltire i nostri rifiuti pericolosi che così prendono la strada dell’estero, soprattutto verso la Germania. “In Italia è quasi impossibile realizzare qualunque intervento” – chiosa Loredana Musmeci, coordinatrice del Progetto Nazionale Amianto per l’Istituto Superiore di Sanità – “basti pensare che ci sono in atto circa 360 conflitti ambientali. I depositi sono carenti e dobbiamo spedire i rifiuti oltreconfine, spendendo il doppio rispetto a quanto ci costerebbe farlo da noi.” Spesso, però, le persone temono siti di stoccaggio di questo tipo vicini  casa. Hanno torto? “Richiedono un ferreo rispetto delle procedure, controlli e manutenzione. Ma una volta che l’amianto è correttamente imballato, condotto all’interno dei depositi e qui all’interno delle celle, poi rivestito di materiali inerti di copertura e costantemente manutenuto, non rappresenta un pericolo”,d’altra parte – conclude Musmeci – “questo è l’unico sistema di smaltimento attualmente percorribile. In Francia usano un trattamento termico ad altissima temperatura, 1800 gradi circa, che trasforma la struttura del minerale, lo vetrifica. E a quel punto l’amianto non è più tale, ha cambiato natura, è diventato un’altra cosa. Ma questo intervento ha costi energetici molto elevati e quindi da noi non è attuabile.”

 

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