giovedì, Dicembre 2

AMIA, si può riprendere a sperare La società civile argentina mobilitata contro il Governo per la verità sull'attentato contro AMIA

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amia hay esperanza

 

Il 18 luglio 1994 a Buenos Aires ci fu un attentato che colpì gravemente la sede di AMIA (Associazione Mutuale Israelita Argentina). L’esplosione di un furgone causò 85 morti e ferì ben 300 persone. L’inchiesta identificò un responsabile preciso fino al 2006, quando il Pubblico Ministero argentino Alberto Nismanaccusò il Governo iraniano di aver pianificato l’attentato, accusando Hezbollah dell’esecuzione.
A inizio 2014, con la sigla del memorandum di intesa per l’istituzione di una Commissione per la Verità (alla quale affidare l’inchiesta), il Governo argentino e quello iraniano concordavano l’istituzione di un organismo per investigare sull’attentato.
La sigla del memorandum d’intesa, poi rigettato dalla Corte Suprema argentina sotto l’eccezione di incostituzionalità, non era stata accolta positivamente, né da parte dell’opinione pubblica, né da parte di AMIA.

La lunga relazione di Nisman indica tra le cause dell’attentato le restrittive politiche di gestione dei materiali nucleari da parte dell’allora Presidente Carlos Menem, che avrebbero causato una ritorsione iraniana. Il testo allude anche alle infiltrazioni terroristiche iraniane in Sudamerica, attraverso l’Argentina, già prese in esame dagli Stati Uniti, preoccupati di un accordo trilaterale che avrebbe potuto includere anche il Venezuela (con le sue ricche fonti di carburanti fossili).

 

Buenos Aires – La prima sezione della Corte Federale argentina (Cámara Criminal y Correccional Federal) ha decretato l’incostituzionalità del memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica Argentina e il Governo della Repubblica Islamica dell’Iran, che ha per oggetto i temi collegati all’attacco terroristico del 18 luglio 1994 contro la sede AMIA di Buenos Aires, e della legge 26.843 che lo aveva approvato. Al giudice è stata anche impartita l’indicazione di reiterare, per vie diplomatiche, le richieste di estradizione e cooperazione legale, tuttora pendenti, che sono state inviate al Governo della Repubblica Islamica dell’Iran nell’iter del processo per la strage. È stato anche deciso di sollecitare il riesame, da parte dell’Interpol, della richiesta argentina di diffondere mandati di cattura internazionali a carico degli indagati ancora a piede libero. All’Interpol è stato chiesto, infine, il massimo impegno nel portare a termine le catture disposte dal processo.

Il Governo argentino, di fronte al ‘dietrofront’ giudiziario sancito dalla Corte Federale, insiste con la tesi a difesa del discutibile protocollo: «Le relazioni estere del Paese ricadono nell’esclusiva competenza del potere esecutivo». Un’affermazione che rivela quale sia la vera visione dei firmatari di quel memorandum ‘di intesa’.

Intesa, ma su che cosa? Non lo sapremo mai. È evidente, questo sì, che i suoi sottoscrittori non hanno capito quale sia la funzione svolta dalle istituzioni essenziali di un Paese, né quale sia l’offesa che implica un atto di guerra di una Nazione straniera. Non mi basta l’animo per articolare parole su quello che ha significato la rinuncia a investigare, alla verità e alla giustizia, perché noi argentini non sentiamo ‘soltanto’ che l’attacco ha ucciso 85 persone, e ne ha ferite centinaia, distruggendo molti beni, ma anche che siamo stati aggrediti tutti, uno a uno. Dico, semplicemente, che oggi la dichiarazione di incostituzionalità ha restituito qualche speranza a chi aspetta di ricevere una risposta ai molti interrogativi rimasti in sospeso, sopra le vittime e le macerie.

Di nuovo, i portavoce dei responsabili che hanno firmato questo oscuro (il termine è utilizzato nel testo del verdetto per qualificare il documento) libello, pretendono di cambiare i ruoli, dissimulando la verità.  I carnefici  -come è accaduto in altri momenti delle indagini-  si mascherano da vittime e puntano un dito accusatore contro chi porta ancora addosso, sotto la pelle, le schegge delle bombe. Affermano perfidamente che le prerogative costituzionali di esclusiva pertinenza del potere esecutivo sono state messe in pericolo dai giudici, con la messa in discussione del memorandum. È così difficile, per chi pretende di  immischiarsi nelle questioni della Giustizia, capire che sono stati il Cancelliere, la signora Presidente e i Legislatori ad aver avallato questo trattato offensivo, arrivando perfino a convertirlo in legge?

Il verdetto della Corte Federale chiarisce però, e con precisione, quale sia stato il potere che ha usurpato le funzioni costituzionalmente pertinenti ad un altro. Sottolinea l’assoluta coincidenza tra le facoltà che si pretende di assegnare alla ‘Commissione’ creata dal trattato (il memorandum) in questione e quelle che in effetti sono proprie del giudice istruttore. Questa Commissione, che non si è voluta privare di nessuna aggravante e così è stata chiamata ‘per la verità’, avrebbe il potere di: consultare le parti in causa per raccogliere informazioni, realizzare interrogatori, analizzare le prove, esprimere una visione e formulare raccomandazioni di procedura. Raccomandazioni a chi? Ai nostri giudici? A coloro ai quali la nostra carta costituzionale richiede indipendenza e imparzialità come attributi irrinunciabili per poter esercitare il potere giurisdizionale?

I membri della Corte non hanno messo sotto controllo l’esercizio delle funzioni di politica estera, hanno difeso il diritto giurisdizionale dall’aggressione di un patto segreto che era stato sottoscritto alle spalle delle istituzioni e delle vittime. Un patto firmato da coloro che si sono voluti inchinare all’aggressore palese, e che non hanno mai smesso di difendere le loro facoltà giurisdizionali. Peccato solo che non ne fossero i titolari. La giurisdizione è infatti potestà ‘esclusiva ed escludente’ del potere giudiziario. Di nuovo, una verità mascherata. Di nuovo una menzogna, ma detta con indignazione e ad alta voce. Forse perché qualcuno crede che, dicendola in questo modo, si possa trasformare in verità.

Il memorandum dichiarato incostituzionale prevede la compartecipazione con Teheran non solo nell’ambito della Commissione, ma anche per quanto riguarda il lavoro delle autorità giudiziarie argentine e iraniane nell’interrogare gli indagati. Il documento non specifica, però, l’origine dell’atto, né quale attuazione debba dargli il giudice argentino, né quali siano le conseguenze delle attività compiute. Perfino nell’ipotesi che gli interrogati confessino la loro colpa, quale uso potrà fare il giudice della loro confessione? Che validità ed efficacia potrà mai avere un atto privo dei requisiti indispensabili richiesti dalla nostra legge? Il verdetto sottolinea un’ovvietà: se allo stato attuale dei fatti le autorità iraniane hanno ricusato non solo le richieste di estradizione ma anche rifiutato di collaborare alle indagini, non rispondendo alle richieste di informazioni né producendo altre prove, perché ci dovremmo attendere che lo facciano adesso?

Anche ammettendo che l’intenzione sia stata quella di ‘snellire il procedimento’, ‘… è stata messa per iscritto un’altra cosa’, affermano i magistrati, aggiungendo che alla Commissione sono stati assegnati compiti capaci di interferire seriamente con i poteri del magistrato impegnato nel processo. Perfino il nome dell’organismo risulta incomprensibile. Le ‘commissioni per la verità’ si creano quando non si possono perseguire penalmente i responsabili di gravi lesioni dei diritti umani, e le impossibilità sono collegate alla debolezza del sistema istituzionale. Una confessione di impotenza di fronte all’aggressore, è questo che ha indotto alla firma di un trattato che si pone al di sopra dei limiti costituzionali? O si volevano solo generare dei dubbi sulla legittimità della nostra capacità di investigazione giudiziaria?

Mentire, confondere, cambiare i ruoli, ecco il modo con il quale si voleva ‘sveltire’ il procedimento. Nello stesso verdetto di incostituzionalità del quale stiamo parlando si ricorda come già i legislatori furono manipolati quando la Gran Bretagna respinse l’estradizione dell’ex ambasciatore iraniano Soleimanpour per poi archiviare il caso.

Fu una decisione politica, non giudiziaria, quella che determinò la caduta delle accuse, ma ancora una volta si trascura il fatto che i giudici britannici non potevano archiviare un processo di pertinenza dei giudici argentini. Il governo argentino non protestò, non contestò la decisione politica e in più ora afferma, mentendo, che la libertà fu concessa per insufficienza delle prove contenute nel fascicolo dell’istruttoria. La politica rinuncia alla nostra sovranità? La Giustizia argentina no. Soleimanpour è tuttora imputato in un processo e la sua cattura continua ad essere richiesta.

Il verdetto pone l’accento anche su un altro difetto del memorandum. «… l’organismo creato non si occupa delle vittime, anzi, letteralmente le esclude, disconoscendo il ruolo attivo che rivestono nei procedimenti esperiti dinanzi alla Commissione ». La strage è stata classificata giuridicamente come «crimine contro l’umanità» e le vittime hanno partecipato al processo fin dalle sue prime fasi. Il memorandum d’intesa, dunque, non solo mette da parte alcuni essenziali principi costituzionali, ma in più passa sopra le vittime.

Il problema fondamentale affonda le sue radici nella scarsa volontà di cooperazione dimostrata dal Governo e dalla giustizia iraniani nel corso delle indagini svolte dopo l’attentato -lo affermano esplicitamente i giudici argentini, nel verdetto di cui stiamo parlando.  Ma anziché esigere maggiore collaborazione, l’accordo mette sullo stesso piano l’investigatore e l’investigato, ai quali si riconosce il medesimo status di co-protagonisti nello svolgersi della ricerca per la ricostruzione dell’attentato.

Il rifiuto di collaborare, le perdite di tempo, la ricerca dell’impunità per i connazionali e la tendenza a contrattare informazioni in cambio della cancellazione di sospetti nei confronti di cittadini iraniani, queste sono alcuni dei punti che caratterizzano l’atteggiamento delle autorità iraniane dinanzi alla richiesta di collaborare in termini giuridici alle indagini sull’attentato contro l’AMIA”, ci dice il verdetto. A questa descrizione, che emerge semplicemente guardando ai fatti con obiettività, si affianca la debolezza con la quale è stato chiesto di porre termine a questi ostacoli e, in aggiunta, l’arrendevolezza con la quale è stata autorizzata la consegna delle informazioni in nostro possesso, che sono state utili alla controparte per elaborare giustificazioni molto circostanziate.

Lo sviluppo dell’indagine e l’attivazione dei magistrati ‘naturali’ non possono non essere ostacolati da simili attribuzioni a vantaggio di una commissione che arriva a contraddire l’articolo 18 della Costituzione, dove si vieta il giudizio da parte di commissioni speciali o l’allontanamento dal processo dei giudici legalmente designati.

I giudici dicono inoltre che: «Tra le righe del protocollo si mascherano, in definitiva, le funzioni giudiziarie che si intendono assegnare alla Commissione. L’analisi lo rivela chiaramente e svela il profilo di uno dei fatti più pericolosi che possano verificarsi in uno stato di diritto: l’interferenza indebita nella sfera del potere giudiziario nel corso di un processo; l’intromissione di una commissione nell’attività giurisdizionale che la Costituzione riserva, in modo esclusivo, ai giudici naturali».

Lo Stato ha il dovere di investigare,  è un dovere giuridico proprio e non una semplice formalità. Il verdetto parla invece di oscurità e di termini gravi che ricorrono nel memorandum di intesa. È un segno della volontaria rinuncia, da parte dello Stato, ai doveri che gli sono propri. E se non si può dire che le richieste di collaborazione non abbiano sortito alcuna eco tra gli iraniani, dobbiamo semplicemente osservare il comportamento dell’Iran nel corso delle indagini (a non voler approfondire altri periodi della sua storia) per concludere che tale cooperazione non ci verrà mai concessa. L’accordo, lo riconosce anche la sentenza, propone soltanto: «La perdita della giurisdizione, l’allontanamento delle vittime, delle loro pretese, e la conseguente perdita di fiducia nella nostra giustizia».

Un’invasione dell’orbita del Potere Giudiziario e del ruolo del Pubblico Ministero, e in cambio uno sbeffeggiamento dalle autorità della controparte. Il Potere Esecutivo deve pretendere che l’Iran (attraverso tutti gli organismi internazionali e svolgendo tutte le azioni utili allo scopo) consegni i dati che sono stati richiesti. Non è più tempo di pregare, ma di esigere.

Uno dei giudici che hanno scritto il verdetto di incostituzionalità ha affermato: «Non rinunciare alla nostra sovranità è giuridicamente possibile, nello stato di volontaria contumacia nel quale si trovano gli imputati del processo e dunque tramite il giudizio in contumacia, alle condizioni seguenti. Le nostre leggi di procedura non lo regolano, ma la nostra Costituzione nazionale non lo vieta, e anzi, si intende che espressamente lo esiga nei casi di delitti contro l’umanità e in coerenza con gli strumenti internazionali incorporati a gerarchia paritetica con il dettato dell’articolo 75, comma 22, sulla contumacia degli imputati». Alla possibilità di giudicare gli indagati in assenza, però, non si è dato seguito, perché la decisione non è stata appoggiata dall’altro Magistrato intervenente.

Il verdetto è infine categorico, dove afferma che: «Il documento firmato, nonostante lo si chiami memorandum di intesa, è un vero e proprio trattato internazionale, ed esclude dagli accordi obbligatori … tutta l’assistenza giudiziaria richiesta alla Repubblica Islamica dell’Iran dal giudice del processo».

Questo accordo politico può interferire negli atti giudiziari e nel processo che intende determinare chi e perché abbia seminato il terrore nella nostra Patria. Una volta di più, l’Iran era riuscito a distoglierci dal nostro obiettivo e le autorità politiche si sono lasciate sedurre dal miele della menzogna. La Giustizia, però, ha strappato questa maschera, e difeso la nostra sovranità. Una parola molto sbandierata, ma il suo significato non sta a cuore a chi ha in mano le relazioni estere del nostro Paese, e confonde la capacità politica con le funzioni che la Costituzione consegna a tutti gli altri poteri dello Stato.

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SudAméricaHoy (SAH) è una delle maggiori centrali informative a sud del Golfo del Messico con base a Buenos Aires focalizzata sui 10 maggiori Paesi del subcontinente.
AMIA, hay esperanza’ di Marta Nercellas è pubblicato in esclusiva per l’Italia da ‘L’Indro’, tradotto da Valeria Noli  -curatore delle relazioni internazionali con i media: Maurizio Porcu.

 

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