giovedì, Maggio 13

Americhe: Il mondo che non c’era

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A sottolineare l’interesse sia per gli oggetti che per le piante, gli animali e gli agrumi, è curioso aggiungere che i semi di limoni della villa medicea di Castello, la cui limonaia contiene piante secolari tra le più antiche, provenienti forse dalla Grecia o dall’Oriente, furono fatti pervenire allo stesso Colombo -per le loro proprietà curative- che li portò nell’isola di Hispaniola. I Medici, dunque, avevano relazioni ed emissari in tutto il mondo allora conosciuto. Lo stesso Amerigo Vespucci, fiorentino doc, era amico di Lorenzo il Magnifico, morto proprio in quel fatale   1492 e, in particolare, di Pier Francesco de’ Medici, per conto del quale, a 37 anni, aveva lasciato Firenze per trasferirsi a Siviglia con l’incarico di occuparsi di oro, tessuti e preziosi, prima di intraprendere le sue navigazioni rivolte alla vera scoperta del nuovo continente. Amerigo aveva poi conosciuto e lavorato per Colombo il cui figlio, Diego, lo aveva giudicato come ‘uomo onesto e dabbene‘.

Ma questi legami non consentono alcuna ipotesi sul possibile percorso degli oggetti appartenuti ai Taino. Tuttavia rivestono particolare importanza perché costituiscono una rara testimonianza della cultura di questa etnia, la prima popolazione che Colombo incontrò a conclusione del primo, tormentato viaggio delle tre caravelle (la Nina, la Pinta e la Santa Maria), salpate da Palos de la Frontera alle 6 del mattino del 3 agosto 1492 e approdate sull’isola che i nativi chiamavano Guanahani, e che lui battezzò San Salvador, a mezzogiorno del 12 ottobre dello stesso anno. Colombo li descrisse così: «Gli abitanti di essa […] mancano di armi, che sono a loro quasi ignote, né a queste son adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi […] Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede, e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richieggia nessuno nega ciò che ha, ché anzi essi stessi ci invitano a chiedere».

Eppure, nonostante la loro indole pacifica, o forse proprio per questo, i Conquistadores spagnoli non esitarono a sterminarli, mossi da sete di conquista e volontà predatoria. Lo stesso Colombo, durante i suoi viaggi che toccarono   vari territori, era mosso dall’intento di riportare in Spagna quanto più oro possibile: del resto questa era la missione a lui assegnata. E poi doveva in qualche modo risarcire i finanziatori delle sue rischiose imprese. E così non mancò neanche di portare schiavi (più di 500) nel continente Europeo. «Porto meco uomini di quest’isola e delle altre da me visitate i quali faranno testimonianza di ciò che dissi. […] Io prometto: che a’ nostri invittissimi Re, sol che m’accordino un po’ d’aiuto, io sarò per dare tant’oro quanto sarà lor necessario […] e tanti servi idolatri, quanti ne vogliano le loro Maestà […] esulti Cristo in terra come in cielo, perché volle che fossero salvate le anime di tanti popoli prima perdute».

A seguito della sua scoperta, il colonialismo delle superpotenze europee di allora, per prime Spagna e Portogallo, iniziava il proprio secolare dominio assoggettando popoli ed etnie di un mondo fino ad allora ignoto, annientando in pochi anni le antiche culture precolombiane: aztechi, inca e taino. E di questi nativi di etnia Arawak, gentili e pacifici, non è rimasta più traccia.

Ma l’impresa per la quale Colombo è ricordato in tutto il mondo è la scoperta dell’America. In effetti, lui ebbe la percezione che le terre da lui scoperte potessero costituire un continente, ma continuò a chiamarle Indie. La consapevolezza che si trattasse di un Novus mundi fu invece chiara ad Amerigo Vespucci. Nel corso dei suoi tre viaggi per conto dei regnanti del Portogallo -il primo dei quali nel 1501- Vespucci toccò terre sconosciute, poi chiamate Columbia, Cuba, Venezuela, Brasile, Argentina.

Da uomo colto, di nobile famiglia, formatosi nel clima umanistico fiorentino (fondamentali i calcoli di Paolo Toscanelli dal Pozzo, medico, matematico e astronomo, senza i quali i grandi navigatori avrebbero combinato poco), Vespucci descrisse mirabilmente le popolazioni incontrate e il loro mondo incantevole: «Erano tante e con diversi linguaggi e abitudini, uomini e donne ignudi e senza vergogna, statura media, ben proporzionati, lunghi capelli neri e le femmine ben formose, viso largo, come i tartari, pelle colorata che tende al rosso; vivevano naturalmente senza commercio alcuno… e c’erano pappagalli di tante specie che era una meraviglia, il canto degli uccelli era cosa soave e melodica… e gli alberi che vedemmo erano di tale e tanta bellezza che pensammo di trovarci nel Paradiso Terrestre». Nel diario di un successivo viaggio, Amerigo, scriveva: «Arrivato alla terra degli antipodi riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra, un continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa , dell’Asia o della stessa Africa». Il nome di ‘America’ al nuovo mondo fu invece opera del cartografo del monastero di Saint-Diè in Lorena, Martin Waldssemuller, che volle attribuire ad Americus la scoperta del nuovo continente; l’evento forse più importante nella storia dell’umanità secondo l’etnologo Claude Lèvi-Strauss, del quale è nota la passione e l’attenzione verso le società ‘selvagge’, le cui conquiste -come ad esempio il vasellame e gli oggetti d’uso qui esposti- hanno attraversato i millenni.

Colombo fu il primo (secondo quanto scritto da Bartolomeo de Las Casas) a portare in omaggio ai sovrani spagnoli un variopinto carico di animali e materiali esotici tra i quali figurava -ricorda Andrea Pessina, sovrintendente archeologo della Toscana- anche una cintura dei Taino. Da allora -sottolinea- il flusso di oggetti fu cospicuo ma spesso disordinato e confuso, e i reperti all’inizio finirono spesso per essere etichettati come ‘indiani’.

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