domenica, Ottobre 24

Americhe: Il mondo che non c’era

0
1 2 3


Il mondo che non c’era‘.

È il titolo di una Mostra inaugurata da pochi giorni al Museo Archeologico di Firenze e che si chiuderà il 6 marzo 2016. Diciamo subito che si apre come una suggestiva finestra sulla vita, i costumi, le cosmogonie delle culture Meso- e Sudamericane prima di Colombo: ed è bello poter ammirare tutte insieme, nella sala grande del secondo museo più importante d’Italia, 230 opere che ci raccontano di antiche civiltà, quelle precolombiane, oggetti di quel mondo sconosciuto fino alla scoperta di queste nuove terre da parte di Cristoforo Colombo (1492), considerate le Indie, che erano l’obbiettivo delle sue travagliate trans-navigazioni atlantiche.

Quel mondo si mostra oggi agli occhi del visitatore racchiuso in una serie di vetrine, quadri e immagini, in tutta la sua varietà di etnie, culture, riti, divinità, usi e costumi: dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi alle culture Chavin, Tiahuanaco e Inca, che ci raccontano qualcosa del passato dei popoli del Messico, del Guatemala, del Belize, dell’Honduras, di El Salvador, Cuba, Panama, Columbia,Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina.

Il corpus di queste opere è costituito dalla Collezione Ligabue, ma preziose sono anche le testimonianze antiche raccolte dai Medici e provenienti da prestiti internazionali. La Mostra (curata da un trio di esperti: Jacques Blazy, André Delpuech e Federico Kauffmann), vuole essere innanzitutto un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue, scomparso da poco, da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica del Centro studi fondato 40 anni fa dal padre. “Sono soddisfatto per questa mostra“, dice Inti Ligabue, “che rende omaggio a mio padre, grande antropologo e collezionista che ha dedicato la sua vita a reperire, con umiltà e pazienza, oggetti che ricostruissero quelle antiche culture. E sono altresì orgoglioso di rendere omaggio a mia madre, boliviana. Qui si racconta la storia di culture di un altro continente, culture che ci hanno affiancato per millenni, senza farsi conoscere. Nel corso di questi otto mesi, si terranno incontri e conferenze che meglio ci aiuteranno a capire la vita e le attitudini di quel mondo e di quei popoli antichi per anni ignorati. Il mondo che non c’era, appunto”.

Paleontologo, antropologo, studioso di archeologia, esploratore, imprenditore, mecenate e appassionato collezionista, Giancarlo Ligabue ha organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e ed alle esplorazioni con ritrovamenti conservati nelle collezioni museali di molti Paesi. E ha acquistato vari oggetti d’arte che costituiscono il nucleo della sua collezione.

«L’umanità», scriveva Giancarlo Ligabue, «è una sola, e non si può dimenticare che nella storia del mondo non vi sono primi o secondi, grandi e piccoli, ma che in ogni popolo si ritrovano fermenti, origini, principi e radici di ciò che noi oggi siamo».

Il nostro ‘viaggio’ a ritroso nel tempo inizia proprio dalla prima sala, con uno sguardo a tre oggetti meno appariscenti ma, a nostro giudizio, di particolare significato: soprattutto “una coppa ove venivano deposte sostanze allucinogene”, così ci racconta André Delpeuch, “che servivano per evocare lo spirito di Zemi, una divinità spirituale ancestrale dei Taino”; una collana in avorio e due propulsori arricchiti in oro che permettevano di lanciare con precisione un dardo e agivano come prolungamento del braccio. Questi ultimi oggetti potrebbero aver fatto parte dei doni inviati da Cortés a Carlo V e da questi donati a Papa Clemente VII, pontefice mediceo. Ma come siano realmente arrivati non è dato sapere: certo è che alcuni esponenti della celebre dinastia fiorentina sono stati tra i primi ad apprezzare queste e varie altre testimonianze di lontane civiltà, come quelle provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia, in particolare Cina e Giappone. Merito dunque ai Medici per la conservazione di queste rarità, di questi enigmatici manufatti appartenuti ai Taino.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->