sabato, Maggio 8

America Latina: tutti (o quasi) con Maduro field_506ffb1d3dbe2

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La settimana scorsa  ‘L’Indro‘ era riuscito ottenere  dall’Ambasciatore venezuelano in Italia, Julian Isaias Rodriguez Diaz, la disponibilità per un’intervista. Obiettivo: avere, da parte di un sostenitore di vecchia data della Rivoluzione Bolivariana   -che peraltro non ha mai nascosto la propria ammirazione verso Hugo Chávez (con cui avrebbe avuto persino un incontro mistico post-mortem)-, qualche chiave di lettura per meglio comprendere quello che sta avvenendo in questi concitati giorni di proteste nel Paese.
Mentre attendiamo fiduciosi le risposte del signor Rodríguez, che nel frattempo si è reso ‘irreperibile’, vale la pena concentrarsi sull’impatto che, a diverse settimane dall’inizio degli scontri di piazza tra Polizia e manifestanti dell’opposizione, l’attuale clima di duro confronto tra le forze politiche venezuelane ha provocato a livello regionale.

Secondo il Govero di Nicolás Maduro, e della maggioranza che lo sostiene, le cause della crisi politica venezuelana sono dovute a un complotto ordito dalle opposizioni, o almeno da quella frangia al loro interno che gli esponenti dell’establishment chavista additano come fascista’. Questi, in combutta con gli Stati Uniti e la Colombia, avrebbero destabilizzato prima l’economia, generando l’inflazione e gli ammanchi che sta sperimentando, per poi passare all’azione nel corso delle proteste, armando gruppi di oppositori per rovesciare il Governo in una programmata spirale di violenza.

Il richiamo a complotti statunitensi e colombiani non è una novità nella strategia comunicativa del chavismo. Fin dai tempi di Chavez ogni evento negativo spinge immancabilmente il Governo a chiamare in causa agitatori e sabotatori nemici, alleati della borghesia nazionale. Con i colombiani i rapporti, mai sereni, si sono fatti piuttosto tesi ultimamente. Il Ministro degli Esteri Elias Jaua, già tra i fedelissimi del defunto Hugo, ha incolpato pubblicamente l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe di armare i rivoltosi ed essere responsabile della crisi. Quando un giornalista gli ha chiesto se aveva le prove a supporto di queste accuse, il Ministro l’ha apostrafato duramente, chiedendogli «sei venezuelano o colombiano?».

Logicamente, i colombiani non l’hanno presa bene. Già in precedenza il Presidente Juan Manuel Santos aveva esortato il Governo venezuelano a intraprendere la via del dialogo e creare opportuni canali di comunicazione con i manifestanti, ma aveva ricevuto la piccata risposta di Maduro: «i problemi dei venezuelani li risolveranno i venezuelani. Ora basta». Per quanto riguarda le accuse a Uribe, Santos si è trovato nella scomoda posizione di dover difendere Uribe, che negli ultimi anni è stato uno dei più feroci critici, da destra, delle politiche di ‘appeasement’ che hanno portato al dialogo con le FARC a L’Avana. Dialogo, peraltro, favorito proprio da cubani e venezuelani.

E gli USA? Barack Obama ha criticato, sebbene con toni non aggressivi, la condotta del Governo venezuelano nella gestione delle proteste. Nonostante la strategia dei democratici nel contesto della politica estera sia lontana dall’intransigenza di George W. Bush, gli USA non vedono certo con favore i socialismi sudamericani. Washington ha certamente interesse a una transizione che favorisca la nascita di un Governo amico degli USA, ma negli anni si è limitata ad appoggiare in modo indiretto le opposizioni attraverso donazioni a gruppi e associazioni ad esse vicine, non certo a favorire colpi di Stato come quello del 2002. Chi sostiene che faccia comodo ai sudamericani tirare in ballo l’imperialismo e il neocolonialismo della superpotenza americana, non ha tutti i torti.

L’atteggiamento antiamericano del Governo venezuelano ha reso i rapporti (già non idilliaci) ancora più tesi, dopo che lo scorso 17 febbraio tre diplomatici statunitensi sono stati espulsi dal Paese con l’accusa di essersi incontrati con alcuni esponenti dell’opposizione. La risposta yankee non si è fatta attendere, e secondo la consuetudine biblica che caratterizza questi giochi, tre diplomatici venezuelani sono stati dichiarati ‘personae non gratae’ e rispediti in patria. Nulla di nuovo sotto il sole, con buona pace dei recenti inviti a ripristinare le rispettive ambasciate, chiuse dal 2010.

Del resto, non solo la resistenza dei repubblicani, e in particolar modo della lobby cubana di ultraconservatori anticastristi come Marco Rubio, crea un ostacolo difficile da sormontare nel dialogo con il Venezuela, visto come un’unica entità col castrismo (il termine utilizzato correntemente è Venecuba). Anche le Organizzazioni a tutela dei diritti umani, come Human Rights Watch, hanno bacchettato la condotta di Maduro, e spingono il Governo statunitense a non cedere sul tema dei diritti civili. Finchè Caracas sarà ‘sposata con L’Avana, non potrà dunque contare sul silenzio degli USA. Un chiaro segnale in questo senso è uscito dall’ultimo rapporto annuale del Governo americano sui diritti umani, in cui proprio il Venezuela è stato accusato di restringere la libertà di espressione e il pluralismo nell’informazione, nonché di presentare un quadro istituzionale in cui il potere esecutivo sovrasta e influisce su quello giudiziario.

Per quanto riguarda l’ALBA, l’organizzazione che riunisce i Paesi del nuovo socialismo sudamericano, tutti i suoi membri hanno spalleggiato Caracas senza esitazione nella sua lettura dei fatti, sebbene ognuno con un tocco personale. In Bolivia, per il Presidente ecologista-socialista (ma che nel frattempo vuole il nucleare) Evo Morales, gli Stati Uniti vogliono creare «un conflitto tra i popoli per poterli dominare politicamente e rubare le loro risorse naturali». Rafael Correa, Presidente ecuatoriano, che ha appena subito una parziale sconfitta nelle elezioni amministrative, aveva ammonito il suo popolo che, se avesse fatto vincere la destra a Quito, si sarebbe creata una situazione simile a quella in Venezuela, con le grandi città in mano all’opposizione, e i conseguenti disastri: «conquistare i Governi locali per destabilizzare i Governi di sinistra o progressisti, questa è la tattica della destra».  E ancora il sandinista Daniel Ortega, del Nicaragua, che ha gridato al complotto sostenendo che «non è casuale che a poche settimane dalla riunione della CELAC (Comunità degli Stati latino-americani e caraibici, NdR) i piani che si stavano sviluppando in Venezuela siano stati attuati per procedere al golpe militare».

È vero casomai che il vertice CELAC,  una nuova organizzazione dalla quale sia Stati Uniti che Canada sono esclusi, ha sostanzialmente avuto l’effetto opposto, cioè quello di comprovare la relativa perdita di influenza statunitense nei confronti del cortile di casa rappresentato dall’America Latina, e la volontà di autodeterminazione di quest’ultima.

Una volontà che, scevra dell’antimperialismo esasperato di Venecuba e dei loro amici nel’ALBA, coinvolge anche Brasile e Argentina. Il comportamento dei due Paesi sudamericani, entrambi retti da Governi socialdemocratici, rivela come anch’essi abbiano paura delle proteste di piazza. L’Argentina per via delle crisi economica che la sta colpendo, figlia di politiche fiscali non dissimili da quelle venezuelane. Il Brasile per via della memoria, ancora fresca, dei disordini dell’estate scorsa, e il timore, fondato, di una loro riproposizione in occasione dei Mondiali in arrivo.

Questo spiega la reticenza a prendere una posizione netta di fronte ai fatti venezuelani, come testimonia il comunicato del Mercosur, organizzazione in cui sono le due grandi economie sudamericane a dettare legge, rilasciato il 17 febbraio scorso, che riportava come  gli Stati che che lo compongono ripudiassero «ogni genere di violenza e intolleranza che pretende di attaccar la democrazia e le sue istituzioni, qualunque sia la loro origine». Una formula piuttosto generica che sembra però pendere dalla parte del Governo venezuelano. Certo è che, agli occhi degli studenti che manifestano in Venezuela, la violenza e l’intolleranza vengono dall’altra parte.

Per tutelarsi, e non perdere punti stima tra chi fino ad ora ha chiuso un occhio sugli errori di Caracas nel gestire la crisi, Maduro ha mandato Jaua in giro per i Paesi del Mercosur  per spiegare le proprie ragioni e offrire il lato migliore del suo Governo. La preoccupazione del Presidente è probabilmente mal riposta. Nessuno, a parte i soliti interessati (USA, Colombia, Panama) metterà la faccia per sostenere i manifestanti.

 

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