sabato, Giugno 19

America Latina, sinistra radicale al capolinea? Con il rallentamento della crescita e il calo della domanda cinese, molti nodi sono arrivati al pettine

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Un’eredità molto pesante, che il neo presidente non sa ancora bene come affrontare. tanto più che il nuovo quadro politico a cui il presidente deve rivolgersi è talmente frammentato da non aver ancora permesso al parlamento da poco uscito dalle urne di esprimere una chiara maggioranza. Pertanto Macri, nelle prime settimane di mandato, ha governato quasi solo per decretoscavalcando così il controllo del parlamento. Un modus operandi che, unito alle riforme neoliberiste annunciate da Macri -passibili di intaccare il modello d’inclusione sociale costruito negli ultimi anni -e alle altre misure adottate tramite questo strumento, ha suscitato le proteste dell’opposizione e della piazza. Venerdì 18 dicembre decine di migliaia di persone sono scese per le strade Buenos Aires. Convocata attraverso i social network, la manifestazione ha riunito diversi partiti -compreso il Frente para la Victoria dell’ex Presidente Cristina Kirchner e del vice Presidente Daniel Scioli– sindacati, rappresentanti, di importanti movimenti sociali, i manifestanti hanno protestato contro un Presidente che, ad appena una settimana dal suo ingresso nella Casa Rosada, aveva già emanato 29 ‘Decretos di Necesidad lì Urgencia‘ (DNU), tanti quanti Cristina Kirchner in otto anni di governo. Il provvedimento più controverso risale al 15 dicembre e riguarda la designazione di due nuovi giudici della Corte Suprema, Horacio Rossati e Carlos Rosenkrantz, senza ricorrere al Senato. Secondo la Costituzione argentina (art. 99 co. 4), il Presidente «Nomina i giudici della Corte della Corte Suprema con decisione del Senato assunta con votazione favorevole dei due terzi dei membri presenti, in seduta pubblica, convocata ad hoc»; invece Macri ha provveduto da par suo, aggirando il dettato costituzionale.

Se in Argentina il ‘kirchnerismo’ può dirsi ormai concluso, anche in Brasile il lulismo sembra avviato sulla stessa strada. Nel 2010 il Brasile sembrava sul punto di inaugurare una sorta di età dell’oro: un tasso di crescita del 7,5% annuo con la previsione di diventare la quinta economia al mondo nel 2050, il prestigio internazionale guadagnato negli otto anni di presidenza Lula e il ritorno d’immagine per l’assegnazione della Coppa del mondo di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016 a Rio fungevano da premesse verso un futuro apparentemente senza ostacoli. A distanza di cinque anni, di quel gioioso entusiasmo è rimasto ben poco. Dopo un aumento del PIL a ritmi da sogno per oltre un decennio, come un fulmine a ciel sereno è giunta la recessione. L’economia non cresce più, molte aspettative sono state deluse, la corruzione impera, e anche il ‘lulismo’, movimento basato sul carisma personale e sull’ampio appoggio popolare all’ex Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, vive oggi il suo crepuscolo.  

Se in un passato ancora molto recente Lula incarnava la figura politica perfetta, oggi il petista più famoso del Brasile assorbe il discredito del Governo e gli scandali di corruzione in cui il partito è coinvolto. Per il popolo sceso in piazza nelle principali piazze del Paese, Lula è il principale responsabile del fracasso politico-amministrativo del progetto di potere che ha portato Dilma alla Presidenza della Repubblica. Dalla fine del 2014, quando Dilma fu proclamata Presidente del Brasile al secondo mandato dopo un’elezione vinta con un margine risicatissimo, il “noi contro di loro” ha smesso di funzionare come prima. Prima considerati imbattibili, Lula e il PT hanno perso il primato e l’appoggio del popolo nelle manifestazioni. Un secondo mandato che la presidente rischia di non portare a termine, o forse sì. Il Supremo Tribunale Federale del Brasile ha deciso lo scorso 21 dicembre che, contrariamente a quanto era stato imposto dal Presidente della Camera Eduardo Cunha, il processo di impeachment del Presidente Dilma Rousseff seguirà lo stesso iter adottato nel 1992 quando l’allora Presidente Fernando Collor fu revocato dall’incarico. Il Supremo Tribunale ha di fatto annullato tutti i processi attivati fino ad oggi, costringendo perciò la Camera dei Deputati a rieleggere, a sessione aperta, i deputati della Commissione Speciale cui spetterà il compito di analizzare la richiesta di impeachment, quindi prendere una decisione in merito.

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