domenica, Settembre 19

America Latina, sinistra radicale al capolinea? Con il rallentamento della crescita e il calo della domanda cinese, molti nodi sono arrivati al pettine

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Il 2015 dell’America Latina può essere riassunto sotto l’espressione ‘inizio della fine’: parliamo della sinistra radicale e più in generale di quel populismo che, nei primi anni Duemila, complici le profonde crisi economiche e l’allentamento della pressione usa, si era fatto democraticamente portando i propri leader a capo delle maggiori democrazie del continente. Un modello entrato in crisi in conseguenza di quella economica già in attoIl rallentamento della crescita e il conseguente calo della domanda di materie prime da parte della Cina sono infatti tra i motivi degli importanti cambiamenti politici che stanno interessando il Sudamerica. Nelle democrazie, la minor disponibilità di proventi dell’export sta mettendo in crisi i Governi populisti che in questi anni hanno garantito sussidi e altre misure di assistenza sociale alle classi più povere: iniziativa meritevole e irrevocabile (anche la destra ha capito che non può vincere le elezioni con il voto delle sole élite, si veda in Argentina) cui non è stata però affiancata una transizione verso un modello economico indipendente dalle fluttuazioni dei prezzi e della domanda internazionale di materie prime.

Senza dubbio c’è una differenza rispetto al passato: le crisi economiche multiple subite in altre occasioni dall’America Latina, e quelle ancora più gravi che hanno colpito le banche, sono state accompagnate, quasi sempre, da svalutazioni nette e persistenti. Questa volta, le enormi svalutazioni monetarie, stimate in oltre il 50% in alcuni Paesi, derivanti dal continuo shock dei prezzi delle materie prime, e dalla volatilità dei mercati internazionali, hanno determinato la contrazione della crescita produttiva. Inaspettata, quanto mai reale, l’attuale recessione del Brasile, anche se in questo caso non si registra alcuna crisi finanziaria. In ogni caso, i nodi iniziano a venire al pettine, assieme all’insoddisfazione per la mancata risoluzione di problemi strutturali tra cui la corruzione e la violenza. Così il kirchnerismo perde le elezioni in Argentina e Dilma perde la popolarità (e rischia di perdere l’incarico) in Brasile.

In Argentina, l’elezione di Mauricio Macri, primo Presidente non peronista da vent’anni a questa parte, ha mandato in soffitta il ‘kirchnerismo’ ma non i problemi che esso aveva provocato o aggravato. Sul piano economico, infatti, la presidenza di Cristina Kirchner ha fallito completamente i suoi obiettivi. Dopo il default del 2001, l’Argentina era riuscita faticosamente a rimettersi in piedi, anche grazie alle esportazioni di alcune materie prime (soprattutto quelle agroalimentari: es. soia, carne bovina, limoni) trainate dalla crescita della domanda asiatica. Eppure a 14 anni di distanza il Paese è di nuovo sull’orlo del baratro. Il Governo prevedeva per il 2014 una crescita del 6,2% a fronte di un tasso d’inflazione stabile al 10,4%, ma la realtà si è dimostrata di ben altro tenore. L’anno si è chiuso con una crescita appena dello 0,5%, e anche le pur più contenute stime per il 2015 (2,8%) si stanno rivelando troppo ottimistiche. A crescere senza sosta è invece l’inflazione. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Censimenti (INDEC), l’inflazione accumulata tra il 2007 e il 2013 è stata dell’87,1%, mentre secondo stime più attendibili il dato reale sarebbe addirittura del 331,7%. La cosa certa è che la percezione dei cittadini medi non mette in dubbio quest’affermazione. Dato che i cittadini non possono mangiare con 6 pesos al giorno, come era stato anche suggerito dall’organismo, gli è facile capire quale delle due cifre è la più veritiera. E sicuramente non è quella dell’INDEC. Inoltre, si stima oggi che il 2015 si chiuderà con un deficit di bilancio vicino all’8%.

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