sabato, Maggio 8

America Latina, la pacchia (economica) è finita field_506ffb1d3dbe2

0

Rousseff-Xi Jinping

Malgrado in tanti avessero previsto un peggioramento delle economie latino-americane nel corso del 2014, nessuno si aspettava che le cose sarebbero andate così male. Se già nei primi mesi dell’anno la crescita di alcuni Paesi, come il Brasile e l’Argentina, aveva ricevuto un outlook negativo, gli analisti hanno ora aggiornato le loro stime al ribasso. Questo 2014, al pari del 2013 non sarà, insomma, un anno memorabile, soprattutto per qualcuno.

A febbraio, secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi), il PIL del Brasile nel 2014 sarebbe aumentato del 2,6. Qualche mese dopo, in aprile, la Commissione ha abbassato la previsione al 2,3%. L’Argentina ha fatto ancora peggio. A causa delle travagliate vicende finanziarie di Buenos Aires, si è passati dal 2,6% ad un misero 1%. Il Venezuela, da un già risicato 1% pare sia destinato alla recessione, con un desolante– 0,5%. Il terzetto appartentente al Mercosur, che aveva tanto stupito negli anni passati, si è arenato.

Ma a livello complessivo, tra stalli, brusche frenate e passi indietro, tutta l’economia latino-americana subirà un rallentamento. Messe insieme, sempre a detta della CEPAL, le varie nazioni che la compongono cresceranno del 2,7%, invece che del 3,2% ipotizzato a febbraio. Un dato che da tempo non era stato così basso, dopo la grande cavalcata che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni, soprattutto nel periodo 2004-2011, quando la crescita media si attestava al 4,3%.

Ma quali sono le cause di questo relativo declino? Nel decennio d’oro che si sta chiudendo, le economie della regione hanno approfittato dell’enorme vantaggio dovuto al boom della Cina e dell’India. I giganti asiatici hanno aumentato la domanda di beni di prima necessità, le cosiddette commodities, sulla cui esportazione i Paesi latino-americani hanno costruito le proprie fortune. Non per niente il principali partner economici di America centrale e (soprattutto) meridionale sono proprio i cinesi, che hanno scalzato gli USA e si sono gettati a capofitto sulle materie prime che il Continente aveva da offrire. Ora che Pechino sta, anche fisiologicamente, decelerando, i suoi fornitori vanno in affanno.

Inoltre, proprio a causa di un diminuzione della domanda di commodities delle economie le cui importazioni sono tanto importanti per la salute del Subcontinente, i prezzi delle materie prime, ad esclusione del petrolio e del gas, sono scesi di un quarto del loro valore nel 2011. Un calo particolarmente marcato per i minerali, meno per gli alimentari. Proprio questi cali  spiegano la difficoltà che si affacciano alla finestra di gran parte delle economie nazionali latino-americane, a conferma della loro storica dipendenza dall’andamento periodico dei prezzi di mercato delle materie prime.

Un altro fattore che ha colpito le economie regionali è la normalizzazione che gli Stati Uniti stanno attuando dopo aver stimolato la propria economia nel periodo post-crisi attraverso l’innalzamento dei tassi di interesse e l’iniezione di denaro nel sistema. Questa politica monetaria espansiva si sta ora avviando gradatamente alla sua conclusione, (è il cosidetto tapering, una parola che si sente sempre più spesso nel dibattito economico regionale) e il timore è che esponga le finanze dei singoli paesi al rischio di squilibri finanziari.

Certamente alcuni Paesi sono molto più esposti di altri. Il Venezuela, come si diceva, è in una pessima situazione. Nonostante i prezzi del petrolio si siano mantenuti stabilmente alti, il Paese soffre di stagflazione, un complicato mix di inflazione e stagnazione, che il Governo di Nicolás Maduro non è riuscito a prevenire, e che potrà risolvere solo compiendo dolorose politiche di stabilizzazione, come la rimozione dei sussidi che permettono alla popolazione di pagare un prezzo quasi simbolico per la benzina. Ma questa e altre manovre che appaiono più urgenti che mai potrebbero costare caro all’establishment n termini di popolarità: Maduro, uscito indenne dalle proteste di qualche mese fa, è senz’altro consapevole che dall’aggravarsi della crisi potrebbe arrivare un nuovo, devastante colpo alla fortuna elettorale del chavismo.

Per questo motivo il Presidente ha deciso di silurare Jorge Giordani, la mente dietro il criticato sistema di cambi che ha contribuito sin dai tempi di Chávez a creare una divergenza tra il valore del bolivar sul mercato ufficiale e quello nei mercati neri, con ripercussioni negative. Se si tratti di una mossa di puro make up o preluda a un approccio monetario più pragmatico, solo il tempo lo dirà.

L’Argentina e il Brasile non sono così inguaiati, ma vivono un periodo poco roseo. La prima è ancora preda dei dissesti finanziari scoppiati con il default del 2001, che continuano a perseguitare anche il Governo di Cristina Kirchner. Le recenti vicende, che vedono il braccio di ferro tra Buenos Aires e i suoi creditori internazionali e che hanno fatto presagire addirittura un nuovo default nel caso si dovesse procedere a un pagamento, dimostrano, al di là della complessità della vicenda, la fragilità permanente del Paese sudamericano.

Il secondo, delusione mondiale a parte, fatica a imporsi come economia emergente. A parere di Andrea Goldstein e Giorgio Trebeschi, che si sono occupati della situazione dell’economia brasiliana su Limes di giugno, le difficoltà di Brasilia non sono tanto da imputare agli effetti della crisi sui Paesi avanzati (USA ed Europa). Piuttosto, la B di BRICS paga la persistenza dell’inflazione, un vecchio nemico che, dopo gli sforzi vittoriosi fatti negli anni 90 per essere contenuto, si è rifatto vivo a partire dall’insediamento di Dilma Rousseff alla Presidenza. Assieme a essa, ci sono altre magagne storiche:  gli alti tassi di interesse reali, la mancanza di un’amministrazione pubblica capace e di infrastrutture, un sistema scolastico inadeguato. Gli sforzi che Dilma ha fatto e sta facendo sembrano insufficienti a superarli, e condannano la nazione all’incompiutezza economica.

In realtà, nonostante in molti avessero ipotizzato problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche, sembra che questo scenario sia meno probabile che in passato. Gli Stati latino-americani hanno risparmiato e investito più risorse, ridotto i loro debiti pubblici e godono di buone riserve. Inoltre, anche i Paesi con i sistemi bancari più legati al dollaro ne sono meno dipendenti di quanto si pensi. Attraverso i cambi flessibili potranno deprezzare le loro monete senza grosse ripercussioni sull’inflazione. Spiega l’Economist, dopo aver interpellato diversi funzionari della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che ‘la maggior parte delle nazioni hanno abbassato il debito pubblico e accumulato riserve, i loro sistemi bancari sono meno dollarizzati che in passato’. Questo fa sì che la maggior parte di loro possa far leva sui tassi di cambio flessibili per controllare l’inflazione e deprezzare senza gravi ripercussioni.

Anche Venezuela, Argentina e Brasile dunque, pur essendo ‘malati’, non sono quelli di vent’anni fa e i rischi che corrono le loro economie sono nettamente inferiori, come quelle del resto dei loro vicini latino-americani. Il default venezuelano o argentino, a prescindere dalla minore credibilità sancita dalle agenzie di rating, non sembra vicino.

Insomma, le condizioni sono meno favorevoli, ma ci sono le armi per far fronte alle difficoltà. Quello che varia, a seconda del caso, sono l’ampiezza del margine di azione e le ripercussioni di politiche più razionali sulla vita dei cittadini, nonché sul loro appoggio agli attuali Governi.

Come si diceva in apertura, non tutti i Paesi sudamericani stanno soffrendo allo stesso modo questa congiuntura. Cile, Colombia e Panama mantengono tassi di crescita notevoli, sempre superiori al 4%. Anche le finanze di Perù, Messico, Paraguay e Uruguay sono in salute. A spiegare questa performance non è solo la prudenza fiscale e monetaria. La maggior parte di questi Paesi ha in comune una visione più orientata al libero scambio e all’apertura del mercato nazionale verso l’economia globale, oltre alla volontà di dotarsi di produzioni più diversificate e meno dipendenti da quelle due o tre materie prime. Atteggiamento lungimirante che in Argentina, Brasile e soprattutto Venezuela ha trovato scarsa fortuna (il Mercosur conta poco o nulla), ma che si sta rivelando una strategia vincente a fronte della piccola crisi dell’export.

I membri dell’Alleanza del Pacifico (Cile, Perù, Colombia Panama e Messico) hanno puntato con successo sull’integrazione economica tra di loro e verso il resto del mondo. Nel 2014, l’AP crescerà mediamente del 4,25%, secondo Morgan Stanley, grazie soprattutto agli investimenti esteri diretti uniti a bassi tassi di inflazione.

Nell’affrontare la flessione globale, ci saranno dei sacrifici da fare. Il pericolo è che chi ha scelto di puntare troppo sulla spesa pubblica per costruire società più eque possa ora soffrire la razionalizzazione economica con un ritorno alla povertà proprio di quelle fasce di popolazione che si era preoccupato di salvare. Chi ha saputo, anche nell’ambito di economie a spiccata vocazione redistributiva (vedi Ecuador e Bolivia, per esempio) farlo con lungimiranza finanziaria e senza rinunciare all’apertura dei propri mercati, ne raccoglie ora i frutti. Gli altri potrebbero pagare il prezzo di politiche economiche più dettate dal popolismo e da benefici di breve periodo che da una visione che guardasse al futuro.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->