mercoledì, Aprile 21

America latina: la festa è finita?

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Dopo quasi un decennio caratterizzato da tassi di crescita esplosivi, l’economia dell’America latina sta vivendo un’improvvisa stasi. Quest’anno, gli scambi commerciali della regione con il resto del mondo sono bruscamente diminuiti e l’attività economica nei principali paesi è stagnante o addirittura in recessione. La causa è in parte da ricercare nella diminuzione dei prezzi delle merci, nel rallentamento in Asia e nella crisi in Europa.

Secondo quanto dichiarato in una relazione della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (ECLAC/CEPAL), le esportazioni latino-americane aumenteranno in media solo dello 0,8% quest’anno, rispetto al 23,5% del 2011, ovvero l’ultima volta che l’economia regionale ha registrato una fase di boom. Le importazioni aumenteranno solo dello 0,6% nel 2014, rispetto al 21,7% nel 2011 e al 3% nel 2012 e 2013. La debole performance degli scambi commerciali esteri riflette il calo della domanda nei mercati principali, specialmente nell’Unione europea, e la diminuzione dei prezzi dei prodotti di base, in particolare petrolio e minerali.

L’Argentina e il Venezuela, rispettivamente seconda e terza più grande economia del Sud America, sono in recessione e tormentate dagli altissimi tassi di inflazione. L’economia del Brasile, il gigante della regione, è stagnante mentre il Messico quest’anno registrerà solo una modesta crescita del 2,5%. L’attività economica sta bruscamente rallentando in Cile, che fino a poco tempo fa era additato a modello per gli altri paesi della regione per via delle sue politiche vicine alle imprese. Secondo un’indagine della Banca centrale, l’economia cilena crescerà solo dell’1,8% quest’anno, a causa soprattutto del basso prezzo del rame, che rappresenta più del 50% delle esportazioni. Il calo dei prezzi del metallo sta danneggiando anche il Perù, quinto produttore al mondo di oro e terzo per rame e argento. L’economia del Perù potrebbe crescere meno del 3% quest’anno, dopo essere aumentata del 5,8% nel 2013 e aver superato in media il 6% nei 10 anni precedenti. La Colombia è l’eccezione che conferma la regola e probabilmente crescerà del 5% anche quest’anno, ma questo ritmo non durerà molto secondo gli esperti.

Il brusco calo del prezzo del petrolio, che è sceso del 25% quest’anno, sta colpendo duramente diversi paesi. Il Venezuela, membro OPEC in cui il petrolio rappresenta il 90% delle esportazioni, sta soffrendo di una grave carenza di moneta forte tra le importazioni finanziarie. Il PIL è sceso di oltre il 3% e il tasso di inflazione ha superato il 60%. Il governo di sinistra di Nicolàs Maduro sembra stia valutando un aumento dei prezzi nazionali del petrolio, che storicamente sono sempre stati mantenuti a livelli irrisori, solo alcuni centesimi al gallone.

I bassi prezzi del petrolio stanno adombrando anche l’orizzonte economico del Messico. Proprio quando il Presidente Enrique Peña Nieto ha ultimato una riforma energetica che pone fine a 75 anni di monopolio del gigante petrolifero statale Pemex e ha aperto le porte agli investimenti esteri, il prezzo del greggio è crollato sotto gli 80$ al barile, il livello più basso registrato in quattro anni. Circa un terzo del reddito del Messico dipende dal petrolio e il governo ha già annunciato tagli al bilancio 2015.

Il calo del prezzo del petrolio minaccia di porre un freno anche ai massicci investimenti nei giacimenti di scisto e gas in Argentina, dove ci si aspetta una contrattura dell’economia dell’1,5% quest’anno, dopo un decennio caratterizzato da una forte crescita con tassi che hanno superato il 7%. Il prezzo della soia, che rappresenta un quarto delle esportazioni, è attualmente del 30% al di sotto del picco registrato a giugno di quest’anno, privando così il paese di preziosi scambi con l’estero in un periodo in cui è in causa con dei creditori presso il tribunale di New York e non può dunque ottenere prestiti dai mercati mondiali dei capitali.

I governi della regione stanno reagendo differentemente all’improvviso blocco della crescita. Mentre il Cile e il Perù prevedono di aumentare l’investimento pubblico per ravvivare la crescita, il Brasile ha recentemente annunciato misure di austerità e un aumento dei tassi di interesse per riguadagnare la fiducia delle aziende dopo la rielezione del Presidente Dilma Rousseff del partito dei lavoratori (PT), che ha vinto con un sottilissimo margine nelle elezioni del 26 ottobre contro il rivale di destra. Secondo l’ultimo sondaggio della Banca centrale sulle previsioni degli economisti, la crescita del PIL quest’anno scenderà allo 0,2% con tassi di inflazione superiori al 6,5% (rispetto al target ufficiale del 4,5%) dopo che Petrobras, l’azienda petrolifera nazionale, ha aumentato i prezzi del carburante del 3-5%.

Il rallentamento dell’economia regionale rispecchia, secondo gli analisti, la fine del super-ciclo di prodotti che è stato alimentato nello scorso decennio dalla domanda apparentemente irrefrenabile proveniente dalla Cina e dalle economie asiatiche emergenti. Secondo Eugenio Diaz Bonilla, un economista argentino residente a Washington, è improbabile che questa ondata di “vento positivo” si ripeta nuovamente: “L’economia mondiale non ritornerà all’era di grandiosa crescita vissuta negli anni 1990 e 2000, a causa di cambiamenti strutturali avvenuti nella domanda e nell’offerta”.

Nel caso particolare delle economie latino-americane, il rallentamento affonda le proprie radici strutturali nella mancanza di integrazione regionale. Nel 2013, secondo la relazione ECLA, la quota di esportazioni regionali verso la stessa area era del 19%, contro il 59% delle vendite totali UE negli Stati membri e il 50% della regione Asia-Pacifico. Un’altra motivazione a lungo termine della fragilità economica della regione è la bassa partecipazione dei paesi dell’America latina alle reti di produzione internazionale o catene di approvvigionamento, che rappresentano il cuore degli attuali processi di industrializzazione nei mercati emergenti. “Nonostante molti potenziali vantaggi, pochi paesi dell’America latina e Caraibi (ALC) stanno approfittando di queste nuove tendenze nell’organizzazione internazionale della produzione”, afferma Juan Blyde, economista presso la Banca interamericana di sviluppo (BIS) in uno studio di recente pubblicazione.

“Il tipico paese ALC ha meno collegamenti produttivi in entrata e uscita rispetto al tipico paese asiatico o europeo. Ad esempio, lo studio rivela che la quota delle esportazioni inserite in un processo produttivo multi-paese è di 13 punti percentuali inferiore in America latina e Caraibi rispetto che in Europa”. Per migliorare l’inserimento della regione nelle reti di produzione mondiale e regionale, la BIS consiglia di investire maggiormente nelle infrastrutture e nella logistica. Durante l’ultimo decennio, gran parte dei paesi della regione ha preferito, invece, investire le proprie entrate per migliorare lo standard di vita dei settori più poveri che, per la prima volta, hanno potuto raggiungere lo status di classe media.

 

Traduzione a cura di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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