mercoledì, Aprile 21

America Latina, il vento del cambiamento si è già placato? Tre i Paesi latinoamericani che si apprestano al voto nei prossimi mesi

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Il 2015 ha segnato un punto di svolta per molti Paesi dell’America Latina. Complice la crisi economica e sociale, in molti Stati si è fatta sentire l’insofferenza per la vecchia classe politica e il bisogno di un cambiamento di rotta. Le elezioni in Argentina, Venezuela e Guatemala, in particolare, hanno segnato un punto di rottura col passato, portando al potere i candidati di centrodestra. Questo ha infiammato i dibattiti sulla presunta voglia di cambiamento che, secondo alcuni analisti, sembrerebbe essersi estesa alla popolazione di tutta l’area latinoamericana.

In effetti l’elezione di Maurizio Macri in Argentina ha segnato la fine di 12 anni di Kirchnerismo, movimento politico ispirato all’ancor più vecchio e radicato peronismo, e della cosiddetta ‘era del radicalismo K’. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il Venezuela che, con le elezioni dell’anno appena conclusosi e la sconfitta del suo esponente nonché Presidente uscente Nicolas Maduro, ha visto terminare dopo 16 anni l’era del Chavismo. Anche il Guatemala, piuttosto che confermare la Presidentessa uscente Sandra Torres, ha preferito eleggere una persona con pochissima esperienza politica come il comico Jimmy Morales, che ha impostato tutta la campagna elettorale sull’antipolitica. A questi cambiamenti si potrebbe aggiungere la messa sotto inchiesta della Presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, accusata di aver falsificato il bilancio dello Stato.

Tutti questi avvenimenti hanno fatto sì che molti analisti cominciassero a sbilanciarsi nel dire che in America Latina stava cominciando a prospettarsi un cambiamento politico radicale; qualcuno ha anche parlato di una possibile primavera latinoamericana da realizzarsi tramite le elezioni. Per capire se questa analisi sia plausibile bisogna però tener conto che altri tre Paesi dell’area nel 2016 saranno chiamati alle urne: Perù, Repubblica Dominicana e Nicaragua. Saranno proprio queste elezioni a dare la vera misura della ricerca di cambiamento delle popolazioni del Sud America e, in base ai sondaggi attuali, la tendenza sembra essere contraria rispetto a quella prospettata dalle suddette analisi.

Già ad aprile sarà la volta del Perù che, in base alle aspettative, sarà l’unico a poter sperare in un cambio di Governo. In base ai sondaggi attualmente pare essere in vantaggio Keiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori, presidente del Perù dal 1990 al 2000, e leader del partito conservatore Fuerza Popular. Con un 30% di intenzioni di voto a suo favore Fujimori vincerà quasi certamente il primo turno delle votazioni. Alle sue spalle, però, si attestano l’ex Primo Ministro Pedro Pablo Kuczynski, il fondatore del Partito politico Alleanza per il Progresso César Acuña e l’ex Presidente Alan García. Allo stato attuale probabilmente non basterà il primo turno di votazioni e, mentre Fujimori arriverà quasi certamente al ballottaggio, bisognerà capire con chi dovrà scontrarsi e, a quel punto, da chi verrà appoggiata e chi invece si schiererà con le forze opposte.

La situazione del Perù è quindi ancora molto incerta; i giochi di alleanze a cui i peruviani stanno assistendo in questi mesi sono i più disparati: alcuni politici della sinistra appoggiano la conservatrice Fujimori, l’attivista per i diritti umani Susana Villarán si allea con l’ex Ministro degli interni Daniel Urresti, condannato per aver partecipato come complice all’omicidio di un giornalista, sostenitori della sinistra e della destra si uniscono per ottenere più voti. La voglia di restare protagonisti nel gioco politico peruviano sembra aver lasciato in secondo piano le ideologie e i programmi e di questo la popolazione si è resa conto. Probabilmente per questo motivo la favorita è Fujimori che fino ad ora è rimasta all’opposizione. Nel caso del Perù, comunque, se anche vincesse la destra conservatrice, non si potrebbe parlare di cambiamento epocale come è stato per l’Argentina, il Venezuela o il Guatemala, in quanto l’alternanza di destra e sinistra al Governo è la norma per questo Paese che ormai da anni non elegge due volte lo stesso Presidente.

In Repubblica Dominicana, invece, si voterà a maggio. La situazione in questo caso sembra molto più chiara: il Presidente uscente Danilo Medina è dato per favorito dai sondaggi svolti dall’istituto di statistica Acción Ciudadana (ACCIONA) con il 50,6%. Il candidato più vicino è Luis Abinader, esponente del Partito Repubblicano Moderno (PRM) che, però, può contare solo sul 39.9% delle intenzioni di voto. Il risultato elettorale sembra ormai facilmente prevedibile, anche perché Medina può contare sull’appoggio di molti partiti oltre al suo, tra cui anche il suo antagonista storico: il Partito Rivoluzionario Domenicano (PRD) che, tramite il suo Presidente Miguel Vargas, ha firmato un’alleanza elettorale con il Presidente uscente.

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