venerdì, Gennaio 28

America Latina, i popoli indigeni nel XXI secolo Intervista ad Alexandra Tomaselli, ricercatrice senior presso l’Accademia europea di Bolzano

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Sulla base del rapporto della Banca Mondiale a parità di istruzione e di competenze una persona indigena latinoamericana guadagna il 12% in meno rispetto a un non indigeno. Quali sono i fattori che determinano questa discriminazione?

La discriminazione nei confronti dei popoli indigeni in America Latina, ma come in altre parti del mondo, ha radici molto profonde e, nel caso latinoamericano, risale alla colonizzazione. Un intricato sistema di caste (castas), molto simili a quelle più conosciute del mondo hindu, differenziava in specifiche categorie le diverse parti della popolazione che, volente o nolente, si è ‘mescolata’. Per esempio, nel Messico del XVIII secolo, il figlio di uno spagnolo con una indigena (‘india’) era un ‘mestizo’; un ‘mestizo’ con una donna spagnola era un ‘castizo’, ma il figlio di una donna ‘castiza’ con uno spagnolo, avrebbe incredibilmente dato alla luce uno “spagnolo”, poiché avrebbe avuto il 50% di uomo (maschio) spagnolo ed il 75% di donna spagnola, che “spazzano via” l’altro “sangue”. E così via. Era un sistema per legittimare la supremazia dell’uomo spagnolo, bianco, e maschio: in altre parole, una discriminazione bella e buona, ma legittimata. Sebbene questi sistemi di castas non esistano più da tempo, questo misto di paura e di irrazionale mescolamento è tuttora presente anche nelle società che si definiscono orgogliosamente ‘mestiza’, come quella messicana. Ricordo ancora quando una conoscente messicana mi si avvicinò e mi disse: “Adoro gli europei, pensa: Io sono di puro lignaggio spagnolo, tutti discendenti spagnoli, capisci?”. Io sorrisi per educazione e lasciai cadere la cosa. Oppure quando mi recavo da Santiago del Cile in Araucanía, tutti gli amici che si raccomandavano di stare attenta che chissà cosa mi sarebbe successo ‘fra i Mapuche’. Come ogni paura, è irrazionale. Il problema dell’America Latina, però, è che questi timori in alcuni casi vengono ‘coltivati’ dalle amministrazioni governative, come nel caso cileno, dove i popoli indigeni vengono dipinti ancora come dei ‘pericolosi nemici della patria’. Inoltre, a scuola si studiano solo i fatti come sono stati interpretati dagli storici nazionalisti. Dunque, per esempio, di nuovo, nel caso cileno, non si parla di massacro dell’Araucanía e della militarizzazione della zona nel 1881, ma di ‘pacificazione’. Fortunatamente, ci sono storici, come José Bengoa, che hanno dato voce alla “vera” o alla cosiddetta ‘altra’ storia, ma c’è ancora molto da fare.

 

Negli ultimi decenni è aumentata la possibilità per i bambini indigeni di accedere al sistema scolastico, anche per via dei frequenti trasferimenti delle famiglie dalle zone rurali a quelle urbane; nelle scuole, però, spesso non è prevista l’educazione interculturale bilingue che permetterebbe la conservazione della lingua nativa. Una maggiore attenzione a questo tipo di programmi nelle scuole potrebbe giovare alla partecipazione scolastica dei bambini indigeni?

In realtà, la cosiddetta ‘educazione interculturale bilingue’ è riconosciuta in molte costituzioni latinoamericane (per esempio, Guatemala, Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia) o nella legislazione ordinaria (es. Perù, Chile), ma, come nel caso della partecipazione, non viene applicata, con eccezioni più uniche che rare. Sono invece tuttora frequenti gli episodi di discriminazione diretta di bambini nelle scuole per l’uso della propria lingua indigena materna. Non voglio fare un quadro troppo negativo. Moltissime cose sono cambiate, soprattutto negli ultimi anni. Per quanto riguarda l’educazione superiore, per esempio, vi sono diverse università interculturali, come la Universidad Veracruzana Intercultural (DUVI), a Tolapa, Tequila, Veracruz (Mexico), dove si insegnano ed usano anche le lingue indigene. Un altro aspetto positivo che riguarda tali lingue, che sono riconosciute come ufficiali, con alcune differenze, per esempio, nelle costituzioni di Bolivia ed Ecuador, è il fenomeno del mantenimento e dell’uso della lingua nei media, come il browser Mozilla Firefox che è disponibile anche nelle lingue indigene messicane, oppure migliaia di articoli in Wikipedia in lingue indigene parlate in questo subcontinente, come il Quechua o il Nahuatl.

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