giovedì, Agosto 5

America Latina, i popoli indigeni nel XXI secolo Intervista ad Alexandra Tomaselli, ricercatrice senior presso l’Accademia europea di Bolzano

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La Banca Mondiale ha pubblicato questo mese un rapporto sulla condizione dei popoli indigeni latinoamericani nella prima decade del XXI secolo. In questo documento vengono fatte valutazioni riguardanti più ambiti di interesse: a partire dal numero di indigeni presenti nella regione, non così semplice da individuare vista la diversità dei metodi di censimento adottati dai vari Paesi, fino ad arrivare alle condizioni economiche e sociali di queste famiglie, passando per la complessa tematica della conciliazione tra sviluppo e preservazione delle identità specifiche. In sintesi, la conclusione a cui giunge il rapporto è che, visto lo sviluppo economico della regione nel corso dei primi anni del XXI secolo, anche le famiglie indigene hanno visto migliorare le proprie condizioni economiche, ma in maniera molto minore rispetto ai non indigeni. La povertà all’interno di questi gruppi sociali è ancora molto diffusa (colpisce quasi la metà delle famiglie indigene) e, nonostante siano aumentate le possibilità di partecipare alla vita politica, continua a persistere la tendenza all’esclusione di questi gruppi sociali.

Per capire meglio quali siano le difficoltà e le sfide che i popoli indigeni latinoamericani devono affrontare, abbiamo parlato con la Dottoressa Alexandra Tomaselli, ricercatrice senior presso l’Accademia europea di Bolzano e docente all’Università di Graz (Austria). La Dottoressa Tomaselli si occupa di questioni indigene in America Latina dal 2007 e tra le sue pubblicazioni più recenti si annovera un testo riguardante il diritto di partecipazione politica dei popoli indigeni dell’America Latina.

 

Dal 1994 al 2015 l’ONU ha proclamato due decenni dedicati ai popoli indigeni. Uno dei grandi temi da affrontare era quello della partecipazione politica di questi popoli. Per quanto riguarda l’America Latina, quanto è cresciuta la partecipazione degli indigeni alla vita politica?

Quando si parla di partecipazione (politica) dei popoli indigeni, in termini generali, si può fare riferimento a due livelli: quella all’interno del proprio Stato, e quella nelle Organizzazioni Internazionali. Se quest’ultima vede un’ampia partecipazione di leader indigeni provenienti dai paesi latinoamericani, maggiore, ad esempio, della presenza asiatica, la partecipazione effettiva dei popoli indigeni nelle arene politiche dei propri Paesi latinoamericani rimane tuttora un miraggio. Anche nella Bolivia di Evo Morales, il così detto ‘primo Presidente indigeno’, i 36 popoli indigeni riconosciuti dalla Costituzione, e che rappresentano tra il 40 ed il 60% della popolazione totale (media tra gli ultimi due censimenti del 2001 e 2012), non hanno che 7 seggi all’interno del Parlamento. In moltissimi paesi latinoamericani sono stati riconosciuti a livello costituzionale o quantomeno legislativo ordinario altri strumenti di partecipazione, come il diritto alla consultazione e al consenso previo, libero ed informato, oppure forme di autonomia o autogoverno sia territoriale, sia non territoriale (es., gestione autonoma di questioni culturali). Per esempio, si hanno le autonomie indigene a Panama (i Kuna) oppure in Messico, mentre la consultazione è riconosciuta in Perù, Bolivia, Cile, et al. Inoltre, 15 su un totale di 20 Stati Latinoamericani hanno ratificato la Convenzione N.169 del 1989 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui diritti dei popoli indigeni, e quasi tutti hanno firmato la Dichiarazione ONU su tali diritti del 2007. Eppure, come purtroppo spesso accade in tutte le branche di diritti umani, il riconoscimento è solo un primo passo: la vera sfida è l’applicazione e l’implementazione effettiva di tali diritti, compresa quella alla partecipazione (politica).

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