martedì, Settembre 21

Ambientalismo: corre troppo denaro?

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In concreto che cosa si potrebbe fare?
Delle ricette ci sarebbero ed erano già stata formulate nella breve primavera dell’ecologia di ormai quasi mezzo secolo fa. Se si vogliono evitare frane e alluvioni bisogna vietare le costruzioni e le strade nei luoghi che la natura aveva predestinato al flusso delle acque; realizzare opere di rimboschimento e di difesa del suolo; se si vogliono evitare inquinamenti bisogna imporre ai fabbricanti di modificare i cicli produttivi e le merci; se si vuole tutelare la salute occorrono iniziative di bonifica delle aree inquinate e di rimozione delle discariche di rifiuti, di depurazione delle acque usate, e così via.

Tutte ricette che richiedono una coraggiosa azione di Governo e che comportano minori profitti privati e fanno aumentare i costi pubblici, minori, comunque, dei costi, in soldi, e umani, che la collettività dovrebbe pagare, oggi e in futuro, per ‘non aver operato’ in difesa dell’ambiente.
Senza contare che, a ben guardare, le iniziative per la difesa dell’ambiente comporterebbero anche maggiore innovazione e maggiore occupazione.

 

Anche se l’attuale Governo ha dimostrato alla Cop 21 di Parigi di essere allineato sulle posizioni più avanzate di fatto a livello nazionale le cose sembrano andare diversamente. Sia sul piano delle risorse energetiche alternative che dovrebbero contribuire a vincere la battaglia contro l’effetto serra, si veda la polemica anche sulla trivellazione dei mari, passando per la scarsa repressione nei confronti degli ecoreati con normative poco adeguate per contrastarli fino al problema legato alla tutela del patrimonio naturale, con i parchi abbandonati a loro stessi e privi di risorse, la politica di questo esecutivo è basato su una discutibile realpolitik. Che cosa ne pensa e in che misura pesa l’assenza di una mobilitazione ambientalista adeguata?

Intanto va chiarito che i risultati della conferenza delle parti Cop 21 di Parigi sono stati ben diversi da quanto enfaticamente proclamato. Le modificazioni climatiche sono dovute all’immissione nell’atmosfera di agenti chimici e anche di calore che provengono dai processi di produzione e di uso delle merci. Le leggi delle natura, dell’ecologia, mostrano che la crescita della produzione di merci è inevitabilmente accompagnata da un aumento della massa delle scorie e dei rifiuti, compresi quelli che finiscono nell’atmosfera. Anche i servizi, apparentemente immateriali, richiedono merci e materie; la mobilità non è possibile senza il gasolio e i metalli e la plastica delle automobili; non è possibile guarire dalle malattie senza il cemento degli edifici degli ospedali; la vita domestica non è possibile senza l’acciaio delle pentole e la plastica dei materassi.

Il potere politico ed economico premono sull’opinione pubblica con la tesi che solo la crescita e i soldi ci salveranno anche dalle crisi ambientali, anche con l’aggiustamento delle conseguenze del riscaldamento globale – lo chiamano resilienza – ma si tratta di una illusione. Una efficace denuncia ambientalista dovrebbe, a mio parere, puntare su questi temi che vanno al di là del semplice ‘decrescitismo’ di moda: di beni materiali c’è bisogno, ma la domanda è che cosa è utile produrre? Per chi ? Con quali materie e processi? Dove nel territorio? Che cosa fare delle inevitabili scorie?

L’ambientalismo dovrebbe, a maggior ragione, chiedere una maggiore giustizia e severità per la repressione dei reati contro l’ambiente; la legge punisce chi ruba ad un privato, ma è ben blanda, anche dopo la tanto decantata legge italiana contro gli ‘ecoreati’, verso chi si appropria a fini privati dei beni collettivi come il suolo, le acque, l’aria, il verde, chi si appropria del futuro della collettività in cui vive, con maggior danno per le classi povere interne e per i poveri del mondo. Proprio il dibattito sui cambiamenti climatici spiega bene che gli inquinamenti generati in un paese danneggiano con allagamenti, con la siccità, persone anche a migliaia di chilometri di distanza, Come diceva Barry Commoner, la prima legge dell’ecologia è che tutti siamo legati a tutti gli altri.

 

In che misura crede che anche l’attuale crisi della sinistra italiana da un lato e del sindacato dall’altro contribuisca a rendere più difficile una mobilitazione importante sulle tematiche ambientali?

La crisi della sinistra contribuisce certamente alla crisi della lotta contro le violenze ambientali. La loro sconfitta può venire soltanto da azioni di sinistra, come rifiuto delle privatizzazioni, richiesta di maggiori controlli pubblici, capacità di far prevalere il pubblico sul privato, i valori e i diritti collettivi sul potere dei soldi.
Non a caso Papa Francesco, nelle sue continue lezioni di etica sociale, di ecologia al servizio degli esseri umani usa parole forti contro il capitalismo e il consumismo, suo figlio perverso, e il dio denaro, suo strumento operativo, riconoscendo che sono questi nuovi idoli all’origine della violenza sia contro la natura, sia contro i deboli e i poveri. Non dimentichiamo, infine, che la prima violenza ecologica si verifica sul posto di lavoro. L’’ecosistema fabbrica’, nella società capitalista, avvelena chi vi lavora dentro e le famiglie dei lavoratori che vivono all’esterno. La difesa dei diritti dei poveri e della natura sono i grandi temi da cui la sinistra è nata e con cui può ritrovare la propria anima

 

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