mercoledì, Settembre 22

Ambientalismo: corre troppo denaro?

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Ora invece stiamo vivendo una fase diversa. Prima di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, volevo sapere una sua opinione sullo stato delle attuali associazioni ambientaliste. Come crede siano cambiate in questi ultimi tempi? Wwf e Greenpeace in Italia sono sezioni locali di associazioni internazionali e dunque meno legate al ceto politico. Non è così invece per Legambiente che sembra risentire di un legame penalizzante con il Pd. Che cosa ne pensa?

Come ho detto, fino ai primi anni novanta il bilancio dei movimenti ambientalisti è stato positivo ed è perfino riuscito a ottenere un Ministero dell’ambiente che peraltro, per molti anni, è stato ‘in quota’ del Partito liberale e questo già dice quanta poca voglia il Governo del tempo avesse di incoraggiare la protesta. Il potere economico aveva capito subito che questa passione ecologista avrebbe costretto a cambiare i cicli produttivi, a porre dei vincoli all’edificazione selvaggia, avrebbe disturbato gli interessi dei venditori di automobili e di petrolio.

Poi l’opinione pubblica ha avuto altre cose a cui pensare e anche le associazioni ambientaliste, forse meno Greenpeace, hanno attenuato la loro aggressività, si sono convinte che non si doveva dire sempre di no, che era possibile aiutare i Governi e le imprese a fare il loro mestiere con minori inquinamenti.
La stessa passione per le fonti energetiche rinnovabili, all’inizio considerate uno strumento per realizzare una società meno inquinata, si sono in gran parte trasformate in affari commerciali e in speculazioni private. ‘Ambiente’, ‘sostenibilità’, ‘bio’ sono diventate espressioni per moltiplicare i consumi, cioè le cause prime della crisi ambientale.

 

Crede che la crisi economica abbia messo a tacere negli ultimi anni questa tematica, salvo poi riprendere quota recentemente sia per il vertice sul clima di Parigi sia per il riscaldamento globale apparso l’anno scorso in tutta la sua evidenza?

La crisi economica mondiale e italiana avrebbe potuto essere ‘sgabello’ per fare delle difficoltà occasione per scelte più rispettose dell’ambiente nei processi di produzione, nei modi di consumo, di uso del territorio. Lo stesso grande spavento per i mutamenti climatici che spazzano via campi coltivati, edifici, strade, avrebbe potuto essere occasione per una revisione dell’economia e delle società, nazionali e internazionali.

 

Che invece non c’è stata….
No perché la crisi economica ha mostrato che la privatizzazione, il profitto individuale per forza impongono di sfruttare al massimo il territorio, le risorse naturali, i beni comuni. Non insegna niente neanche la constatazione che i guasti ambientali provocati dall’avidità dei privati e dalle incapacità dei governi di operare pro bono publico, come sarebbe loro dovere, provocano costi pagati dalla collettività e maggiormente dalle classi meno abbienti: maggiori costi insomma per i cittadini più inquinati.

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