venerdì, Maggio 7

Amazzonia: in Perú, la minaccia continua Perú, tra deforestazione e lacune normative: basta scherzare con il destino dell’Amazzonia

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Terre indigene trasformate in grandi concessioni per soldi. Il luogo é il Perù; il cuore della questione, sempre lo stesso: l’Amazzonia. Da anni, le aziende usano trucchetti e scorciatoie legali per per acquisire terre indigene e trasformarle in grandi concessioni.

Già nel 2014, i primi campanelli d’allarme: la scomparsa di ampi tratti di foreste ancestrali nella regione orientale di Ucayali. Qui, vive la comunità nativa di Santa Clara de Uchunya, da anni costretta ad assistere alla devastazione di foreste e fiumi. Il motivo? La concessione di lotti per le colture di palma da olio alla Plantaciones de Pucallpa, una delle 25 società del gruppo Melka. Più acquisizioni di terreni allo scopo di coltivare più cacao e olio di palma. Chiaro. La società in questione -di proprietà dell’imprenditore ceco-americano Dennis Melka-, fa anche parte della Tavola Rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile (RSPO), un’organizzazione senza scopo di lucro che promuove la produzione ‘sostenibile’ di palma da olio. 

Dopo le prime deforestazioni, la comunità ha presentato un reclamo formale contro il Gruppo Melka con l’ausilio di immagini satellitari in cui ha mostrato che la compagnia, nonostante la negazione del permesso, aveva violato il codice di condotta della RSPO evidenziando la deforestazione di 6.460 ettari. 

Vediamo meglio alcuni dati. Nel 2013, una prima deforestazione è stata individuata nella località di Tamshiyacu, nel territorio di Loreto. L’azienda agro-industriale Cacao del Norte, anch’essa di proprietà di Melka, ha deforestato 2.380 ettari. Secondo un rapporto di ‘Convoca‘, la Melka avrebbe dichiarato nel 2015, dinanzi agli investitori britannici, che il Perù «è il posto più economico del mondo». «Per produrre il cacao abbiamo terreni non vincolati, manodopera a basso costo, zero tasse, la migliore foresta e le migliori specie di cacao». Più chiari di così…

Il Gruppo, nonostante opposizioni e denunce,  ha agito così: ha  presentato domanda ai governi regionali per ottenere terreni in concessione ed ha acquistato terreni da altri produttori per somme ridicole. Nel 2014 altri 15.000 ettari di foreste primarie distrutti per le colture di cacao e olio di palma. Questi i dati del Ministero dell’Agricoltura. Tra la fine del 2014 e la metà del 2015, l’emanazione di tre risoluzioni contenenti misure preventive volte alla paralisi delle attività. Senza successo. Soltanto nel 2016, quando la Borsa di Londra ha sospeso la società accusandola di aver mentito per negare la deforestazione, la Melka ha interrotto le operazioni.

Le statistiche parlano chiaro: nonostante gli ordini di sospensione del Ministero dell’Agricoltura, la cessazione del lavoro dalla RSPO e la condanna diffusa della società civile e dei due ministeri competenti, le operazioni continuano. Le proteste sono diffuse ma chi decide di farle, deve affrontare minacce di morte e intimidazioni. Tra le voci, spunta quella di Carlos Hoyos Soria, leader della comunità di Santa Clara de Uchunya, «ci hanno cacciato dalla nostra terra che è la nostra casa, hanno ridotto le foreste e non ci ha lasciato altra scelta se non quella di contrattaccare nei tribunali. Allo stesso tempo, le nostre procedure di titolazione delle terre sono state fermate per anni e in quel periodo, abbiamo ricevuto minacce di morte e subito violenti attacchi contro la nostra comunità. Abbiamo paura per la nostra vita, ma senza la nostra terra non abbiamo più nulla».

La questione, in Perú, non si esaurisce qui, ma è connessa ad altri problemi, come quello del quadro giuridico e della governance forestale che fanno acqua un po’ da tutte le parti e che si intersecano con la faccenda irrisolta del possesso indigeno della terra. La falla è in capo al Governo, incapace di emettere un titolo legale ‘giusto’ sulle terre appartenenti alla comunità di Santa Clara, cosa che in linea teorica sarebbe di dovere per la salvaguardia dei diritti umani universalmente riconosciuti. Le lacune ambigue del quadro normativo peruviano riguardano prevalentemente le norme sulla conversione della foresta primaria in uso agricolo ed il rapporto tra agenzie governative nazionali e regionali. Tutto ciò ha aperto un varco per le aziende coltivatrici di palma da olio che hanno approfittato della situazione insediandosi lì dove potevano intravedere un guadagno. Chiaro.

Il caso di Santa Clara di Uchunya è emblematico delle lotte in corso che coinvolgono, però, oltre 1.200 comunità del Perù, la cui domanda per un titolo sulla propria terra rimane ignorata. Vediamo sotto la lente la questione.

Da anni, i territori indigeni sono le vittime di uno scellerato accaparramento della terra. Il rapporto ‘La lotta per i diritti della terra: ridurre le disuguaglianze tra comunità e imprese‘ del World Resources Institute (WRI) e del Centro per la ricerca forestale internazionale (CIFOR) analizza come le comunità e le imprese formalizzano i diritti fondiari, sottolineando discrepanze in termini di tempo, denaro, dimensioni dei terreni e diritti concessi in 15 paesi, cinque dei quali in America Latina (Brasile, Cile, Guyana, Panama e Perù). «Senza un formale riconoscimento legale del loro territorio, le comunità lottano per proteggerlo dall’essere consegnato agli investitori stranieri», si legge nel rapporto.

Deforestazione in Uhunya

Uno dei problemi fondamentali segnalati è che le aziende prendono scorciatoie e approfittano delle lacune giuridiche per ottenere concessioni. L’ingegnere Antonio Collantes, della direzione nazionale agraria di Ucayali, ha spiegato che circa 15.000 ettari in quella regione sono destinati alla palma da olio. Per questo c’è stata una «espropriazione, uno sradicamento di un territorio ancestrale occupato che ha generato un traffico di terra inarrestabile».

E tutto ha a che fare anche con la migrazione: gruppi di agricoltori si stabiliscono in un determinato campo e chiedono alle autorità la prova del possesso. Anche se la prova non conferisce un diritto su quella terra, comunque, è un modo per assegnare «un valore». «Negli ultimi cinque anni i migranti si sono organizzati in associazioni di produttori, si registrano presso la Soprintendenza nazionale dei registri pubblici (SUNARP), che conferisce loro personalità giuridica, e accumulano migliaia di ettari che poi vendono alle aziende», ha spiegato Collantes.

Vi sorgerà spontaneo pensare che, se le comunità indigene avessero il famoso titolo per ottenere la proprietà delle terre su cui vivono da generazioni, non ci sarebbero -forse- questi problemi. È così. Il punto è che, secondo il report, per ottenere il titolo, la comunità indigena deve rispettare 19 misure giuridicamente vincolanti e superare una serie di ulteriori ostacoli, in un processo che può durare anche decenni. Quello stesso percorso, però, si abbrevia se a farlo è un’azienda. Il periodo va da un mese a cinque anni. «A Ucayali tra il 2002 e il 2014 nessuna comunità è stata riconosciuta o titolata. All’interno dello Stato di Lima e nelle regioni ci sono pregiudizi; le autorità sono riluttanti ad assegnare loro territori».

Alto Tamaya Saweto, una delle 1.809 comunità che fanno parte dell’Associazione per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana (AIDESEP), dopo quasi due decenni ha visto riconoscere i propri titoli di proprietà. Diana Ríos, leader della comunità autoctona ha dichiarato: «per noi, gli abitanti di Ashéninka, le foreste sono terra, acqua. Non c’è alcuna volontà delle autorità per far valere i nostri diritti. Chiediamo come indigeni, come donne, di rispettare i nostri territori». Nella difesa del territorio hanno perso la vita quattro leader indigeni, uccisi dai taglialegna illegali. Il crimine è tuttora impunito.

In Perù, grazie alle lacune legislative, insomma, le aziende riescono a trovare scorciatoie per aggirare i requisiti ingombranti, acquistando, ad esempio, dei piccoli lotti e convertendoli in grosse concessioni agro-industriali.

Cosa andrebbe fatto? Dovrebbe essere adottato un programma di ‘deforestazione zero’, di semplificazione dei processi per documentare la terra, dovrebbero essere fornite più risorse per mediare i crescenti conflitti alimentati dall’aumento del traffico di droga, del disboscamento illegale e del traffico illecito di terre e dovrebbero rispettarsi i diritti di quelle comunità. Con il condizionale, appunto. 

Il tempo scorre, ed in gioco, c’è il destino dell’Amazzonia.

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