lunedì, Ottobre 25

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natale 

 

Un primo capo di quel continente denominato ‘festività natalizie’ è stato doppiato, fra cenoni, regali un po’ immiseriti, ipocrisie fra gente che incontri una volta l’anno. Era così anche quando eravamo bambini, ma l’ingenuità ed il candore dell’infanzia ci donavano solo l’essenza pura dei giorni di festa.

La mia casa, antica e scomoda, con stanze una dentro l’altra senza riscaldamento e spesse mura in tufo nolano, aveva immensi spazi per gli addobbi e ho ancora nella memoria olfattiva l’odore resinoso dell’immenso albero di Natale comprato dal fioraio Arturo Ippolito.

Ancora oggi la mia operosa sorella mantiene in vita la tradizione degli struffoli   -che però lei gonfia come bigné, ottimi, non c’è che dire, ma quelli fatti da Zietta, piccoli e saporiti, erano un’altra cosa-  e dell’immenso presepe, opera di abili intagliatori della Val Gardena, comprato in mio onore, quando compii sei mesi, che non esce dalle scatole se non l’artistica grotta, col centrino a coprire Gesù Bambino, fino alla notte di Natale.

Anzi, ciò avveniva fino all’anno scorso; dopo la morte in aprile della matriarca di famiglia, la zia che aveva saldamente nelle mani le redini delle tradizioni della stirpe, neanche la Grotta Santa ha lasciato la scatola di cartone dove viene conservata tutto l’anno.

Anche questo è il tramonto definitivo di un prezioso pezzo di memoria.

Parlo per me, ma chissà in quanti, anche se con episodi differenti, vi riconoscerete in questa nostalgica riflessione che stigmatizza il Natale come fulcro di una vita ‘panta rei’

Tutto scorre, malgrado vorremmo attaccarci con le unghie e coi denti ad un tempo incantato, dove i rapporti umani ci sembravano trasparenti e senza doppi fini; l’esistenza non era zavorrata da invidie, rancori, vigliaccherie; e quel centrino che scivolava via alla magica mezzanotte del 24 dicembre era il simbolo di un momento di gioia (anche perché un’accoppiata Gesù Bambino e Babbo Natale scodellavano sotto l’albero ingenui giocattoli avulsi dalla tecnologia, come la mia mitica bambola Nicoletta Lulù, padrona di una casa molto funzionale che si chiudeva in valigia, la quale fu ghigliottinata dalla mia truculenta sorella in vena di dispetti).

Ho il tesoro prezioso di un’infanzia accudita’, al centro dell’amore di genitori e zii -e penso con tristezza a chi non l’ha avuta-, che sapevano che il regalo più grosso che potessero farmi era quello di darmi l’opportunità di studiare, tant’è che, sotto l’albero, dai sei anni in poi, oltre ai giocattoli, c’erano libri ed enciclopedie.

Certo, era scomodo annoiarsi in prima elementare, sapendo leggere già da due anni, e seccante prendere le sberle dalla maestra manesca, che non sopportava che volessi raccontarle per filo e per segno le avventure di Ulisse quando le altre bambine combattevano un corpo a corpo con l’alfabeto.

A distanza di 50 anni, penso che dovevo essere davvero antipatica e saccente (e così sono rimasta), ma non rinnego il dono della cultura che non entrava nelle calze, ma nel cervello sì.

Ora, il Natale lo fa il Telegiornale, che ci comunica che ormai viviamo in un Paese impoverito  -secondo me, innanzitutto di valori, di emozioni e di sentimenti- e ci subissa di cifre che lo dimostrano.

In realtà, obtorto collo, abbiamo semplicemente rinunciato ad un pezzettino di consumismo e neanche tutti. Chi è ricco o ha una di quelle che chiamano ‘pensioni d’oro’ si fa scivolare addosso le ristrettezze degli altri ed il ceto medio tira la cinghia dignitosamente, aggrappandosi ad uno stile di vita modesto che non lo faccia sentire definitivamente piombato nella miseria: la luce in fondo al tunnel, diversamente da quanto afferma Letta, non spunta affatto.

L’effetto crisi esalta gli egoismi e ha voglia Papa Francesco a dare il buon esempio  -perché lui è uno che fa, non predica soltanto-, l’essere immersi in una realtà materialista conduce inevitabilmente ad esaltare le negatività umane.

Un esempio: volendo decidere di che scrivere per oggi e trovando cotti in tutte le salse i monotoni argomenti che i giornali ammanniscono in questi giorni, mi sono imbattuta, su ‘Il Messaggero‘ on line in questo titolo: ‘Salerno, spara contro moglie e figlio. Lite finita in tragedia: arrestato 43enne’.

Ebbene, vi assicuro che mi è subito venuto in mente che l’episodio potesse essere avvenuto a Nocera Inferiore… sì, quella città che i miei ricordi di bambina mi rimandano idiliaca e accogliente, culla di un’infanzia circondata da persone meravigliose.

Così era – in realtà, qualche boatos mi era giunto dall’Ospedale – e mi sono sentita subito più triste.

A meno che non mi faccia distrarre dal piccolo primato conquistato da una band cittadina, gli Ape Escape, secondi a ‘X Factor‘. Non è la prima a meritarsi la ribalta nazionale: penso ai Santo California (quelli un po’ agé li ricorderanno) e – in un’area limitrofa – ai Neri per Caso. Ho volutamente immesso un che di effimero in una riflessione malinconica, dove la speranza è eclissata.

Si avvicina il 2014. Personalmente, per me il 2013 è stato un annus horribilis (ma altri persone che conosco condividono questo pensiero).

Lancio al di là della siepe che divide questi due anni (ricordiamoci che anche la scansione del tempo, però, è convenzionale) proprio la speranza. Chissà che non fiorisca girato l’angolo di queste ‘feste’.

 

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