domenica, Maggio 16

Amarcord in salsa cinese Lo scorso 786 milioni di turisti sono confluiti nei siti rivoluzionari, un business da 32 miliardi di dollari

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Ogni giorno comunisti e nazionalisti si affrontano a Yan’an proprio come alla vigilia della fondazione della Repubblica popolare (1949), quando le truppe di Mao Tse-tung difesero la base ‘rossa’ dall’avanzata del Generalissimo Chiang Kai-shek. Stavolta, però, i carri armati sono di cartone e a fronteggiarsi sono circa 350 attori in uniformi blu. ‘La culla della Rivoluzione’, dove l’attuale Presidente cinese Xi Jinping trascorse sette anni della propria vita durante la Rivoluzione Culturale, è oggi una delle mete più gettonate del ‘turismo rosso‘, quello che ripercorre i punti salienti della fondazione della Nuova Cina e della resistenza all’invasione giapponese.

L’idea non è del tutto nuova. Si stima che, tra il 1966 e il 1976, milioni di persone si siano recate nei luoghisacri‘ del Comunismo cinese, come Shaoshan, il villaggio nella Provincia dello Henan che diede i natali a Mao Zedong. Nel 2005, Pechino ha cominciato a supportare il ‘folklore locale’ nell’ottica di dare slancio alle aree rurali più arretrate e defilate. Cinque anni dopo tredici città siglavano la ‘China Red Tourism Cities Strategic Cooperation Yan’an Declaration‘. Ma è soltanto nel 2011 che il fenomeno ha raggiunto un nuovo picco in concomitanza con la ricorrenza del 90esimo anniversario della fondazione del Partito. Addirittura a stabilirlo è il Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015): «La Cina deve sviluppare vigorosamente il ‘turismo rosso’». Come? Secondo quanto riportato il 19 luglio dall’agenzia di stampa ‘Xinhua’, lo scorso anno il Ministero degli Affari Civili ha sborsato 2,8 miliardi di yuan (450 milioni di dollari) per la costruzione di luoghi della memoria. 487 milioni sono stati destinati dal Governo centrale alla ristrutturazione dei siti già esistenti, mentre altri 1,5 miliardi sono serviti a migliorare la viabilità in prossimità dei centri del ‘turismo rosso’. Risultato: secondo la National Tourism Administration, nel 2013 786 milioni di turisti sono confluiti nei siti rivoluzionari, un +17,3% su base annua che tradotto in soldoni corrisponde a 198,6 miliardi di yuan (32 miliardi di dollari) di entrate.

Certamente il fatto che i pacchetti verso destinazioni ‘vintage’ siano più economici di altri ha favorito l’espansione del settore. Ma come fa notare Liu Xiao del Tourism Institute of Beijing Union University, la tendenza in aumento è piuttosto sintomo di un disagio che accomuna i Paesi sviluppati. «Quando le persone smettono di preoccuparsi per quanto riguarda cibo e sicurezza, allora cominciano a cercare qualcosa che possa soddisfare le loro esigenze spirituali». Non solo roba da nostalgici, dunque.

Pare che nel 2013, Yan’an, il remoto villaggio dello Shaanxi traguardo della Lunga Marcia divenuto quartier generale del Partito tra il ’35 e il ’48, abbia accolto 30 milioni di viaggiatori, il 30% in più rispetto al 2012. Cosa per nulla scontata e assai gradita al Governo: sono molto giovani. Due su tre hanno meno di 35 anni, mentre un tempo erano sopratutto turisti di mezza età. Fattore che sembrerebbe confermare la vicinanza delle ultime generazioni al Partito, in un momento in cui la dirigenza paventa un’erosione dei consensi a causa del moltiplicarsi dei problemi affrontati dai cinesi nel vivere quotidiano: inquinamento allarmante, scandali alimentari, welfare insoddisfacente –last but not leastcorruzione rampante a tutti i livelli del potere.

Quella del Grande Timoniere continua a rimanere un’icona intoccabile. Secondo la vulgata ufficiale Mao ha agito «70% bene e 30% male», il suo ritratto continua a vegliare su piazza Tian’anmen e a decorare le banconote locali. Eppure il culto della personalità è ormai tabù, il Presidente cinese viene considerato un ‘primus inter pares e soltanto ora, a oltre 40 anni di distanza, le pagine più controverse della storia cinese cominciano a venire -cautamente- dibattute sui media. «Il ‘turismo rosso è un progetto prettamente politico», spiega alFinancial Times’ Dai Bin, Presidente della China Tourism Academy’, think tank della National Tourism Administration «serve a ricordare ai giovani e ai ricchi quanto era dura la vita a quei tempi». Esattamente quello che ci vuole per promuovere i valori socialisti racchiuse nel ‘Sogno cinese‘, concetto lanciato da Xi Jinping all’alba del suo mandato che prevede una ricostruzione nazionale a base di patriottismo, armonia, educazione e devozione. Alla stessa conclusione era giunto Bo Xilai, ex astro nascente della politica cinese che aveva reso la metropoli meridionale di Chongqing una roccaforte dell’estrema sinistra. Ma a lui non è andata bene; condannato all’ergastolo per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere, si mormora sia stato fatto fuori proprio a causa del suo protagonismo e dell’alto indice di gradimento riscosso a livello popolare. A testimoniare come la ‘retorica rossa’ oggigiorno rappresenta un’arma a doppio taglio da maneggiare con cautela.

Non a caso anche il business retrò si è dovuto riadattare alle direttive del nuovo Presidente e della sua campagna contro gli sprechi, mentre appena lo scorso anno il Der Spiegel’ descriveva l’eccessiva commercializzazione del ‘turismo rosso’ e gli agi in cui si crogiolavano dirigenti e uomini d’affari mandati dalle società a Yan’an per una ‘vacanza educativa’ in alberghi pluristellati. Lì si finiva per ampliare le proprie guanxi (i nostri ‘agganci’), siglare contratti e parlare molto più del futuro dell’industria cinese che del passato glorioso della Repubblica popolare. Prezzi troppo alti per biglietti, souvenir e spettacoli teatrali a tema fanno tutt’ora storcere il naso ai puristi che temono in una ‘Disneylandizzazione’ dei luoghi della ‘memoria rossa’.

Lo scorso dicembre, l’uomo forte di Pechino ha inaugurato una campagna volta a espandere l’educazione socialista nella scuola primaria e secondaria, nonché a incoraggiare gli studenti universitari a trascorrere i loro weekend nei siti della storia comunista. Il motivo lo spiegava a febbraio un editoriale del ‘People’s Daily’, organo del Partito: da quando la Cina si è aperta al mondo «i cinesi hanno abbracciato pensieri diversificati, compresi l’obsoleta e decadente avidità per il denaro e un individualismo estremo».

Il ritorno alle origini sponsorizzato dalle autorità ha, pertanto, finalità didattiche e catartiche. In pratica, si spera di raddrizzare le distorsioni derivate dalle contaminazioni capitalistiche post-riforme anni ’80 e così di rinsaldare la scricchiolante dedizione del popolo per il Partito. Il turismo non è che una delle manifestazioni più evidenti di questo ‘Amarcord’ in salsa asiatica. «Dobbiamo tenere fermi due concetti: da una parte, basi rosse ed educazione patriottica, dall’altra, lo sviluppo del turismo rosso», ha sentenziato a marzo il Presidente. Il monito non è diretto esclusivamente ai cittadini ma anche anche ai funzionari corrotti, che con la loro condotta disdicevole infangano la reputazione del Partito.

E’ proprio questa sfumatura politica che distingue il turismo nostalgico cinese da quello di altri Paesi come la Repubblica Ceca, dove lucrare sul proprio passato vuol dire scavare a fondo in un capitolo doloroso ma ormai chiuso della storia nazionale. Tutto il contrario nell’ex Celeste Impero, dove il regime comunista rimane saldo al Governo proprio in virtù della legittimità derivatagli da quel glorioso, seppur controverso, passato. Perché, come recita il leitmotiv ufficiale, «senza il Partito comunista non ci sarebbe la Nuova Cina». Allo stesso tempo, i siti che commemorano le battaglie contro l’invasore nipponico hanno raggiunto per la prima volta la top ten delle mete predilette in seguito al rinfocolare delle tensioni con Tokyo riguardo la sovranità sulle isole Diaoyu/Senkaku. Conferma di come il Dragone adotti ancora una prospettiva ‘presbite’ nel valutare alcune questioni sensibili della propria memoria storica.

Negli ultimi anni, le sbavature del ‘socialismo con caratteristiche cinesi’ – ovvero l’insieme di riforme economiche che hanno portato alla privatizzazione di una consistente parte delle industrie di proprietà dello Stato e all’allargamento della forbice tra ricchissimi e poverissimi – hanno suscitato le critiche dei più conservatori. Quelli per i quali Deng Xiaoping, il padre dell’apertura all’Occidente, e i suoi successori hanno tradito l’ideale comunista del fondatore della Patria non si accontentano di visitare le roccaforti rosse sparse entro i confini nazionali (oltre a Yan’an e Shaoshan, Gutian, Zunyi, Xifeng e altre). Questi neomaoisti possono pur sempre contare sulla Corea del Nord,  ‘l’ultima cortina di ferro’ proprio dietro casa, dove  è possibile fare ‘un grande balzo indietro’ e omaggiare la statua di Mao Anying, il figlio maggiore del Grande Timoniere, sulle colline a est di Pyongyang. Vengono tutti sistemati in un unico albergo con altri ‘compagni’, controllati a vista da poliziotti in borghese (sono leali al Partito ma la loro ostilità verso gli attuali leader è motivo di imbarazzo anche per gli alleati a Nord del 38esimo parallelo). E a debita distanza dall’Hotel Yanggako, che con il suo casinò e un presunto servizio di squillo è destinazione abituale per i cinesi di passaggio a Pyongyang, ma poco consona per viaggiatori in cerca di austerità.

La Corea del Nord ha ricevuto l’approvazione di Pechino come meta turistica nel 2008; nel 2009 i due Paesi hanno siglato un memorandum d’intesa, ma è soltanto l’anno successivo che i tour sono diventati operativi. Secondo le stime dell’Ufficio del turismo della Repubblica popolare, nel 2012 237.400 cinesi si sono recati nel Regno eremita‘, 22,5% in più rispetto all’anno precedente. Ma le autorità nordcoreane parlano addirittura di 700mila visitatori nel periodo 2010-2011.

 

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