giovedì, Aprile 15

Altro che statue coperte … è l’Italia che è nuda! Lo scandalo delle statue coperte rileva di un popolo assimilato. Da sempre

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In un imbarazzante palleggio di responsabilità, in cui sono sempre le funzioni a esser citate e mai un cognome, le nostre istituzioni provano a stendere un pietoso velo sull’ennesima figuraccia mondiale: il nascondimento delle statue dei Musei Capitolini.
La vicenda presenta in sé dei connotati ridicoli, a cominciare dal fatto che occorrano più di nove secondi per individuare il responsabile dell’autocensura. E questo non dipende dalle nostre carenze ispettive ma dal fatto che, regolarmente, ci marciamo. È come se la pervasività dei mezzi di comunicazione non risulti ancora quale elemento certo della vita politica italiana. È come se un rapinatore possa a tutt’oggi illudersi di passare inosservato all’atto di commettere una rapina in un centro commerciale. Invece no, pure uno spillo si arrende al setaccio di un’informazione che, tra l’altro, non è che abbia da occuparsi di argomenti finali o di massimi sistemi… Zero. Perché sulle cose davvero fondamentali, quelle gestite e celate da un Potere maiuscolo, la medesima informazione smargiassa brancola in un labirinto perfettamente buio.
Se Hassan Rouhani avesse camminato con le scarpe slacciate, il suo disagio sarebbe stato immortalato; quando Matteo Renzi indossò un jeans con zampa alla moda, se ne scrisse.
Per cui va così, da due giorni ci si occupa delle statue coperte e se ne fa scandalo, com’è giusto. L’auto-gaffe è stata ripresa da tutti i siti e da tutti i quotidiani dell’universo. Ci siamo, cioè, resi ridicoli. Per eccesso di zelo, per piaggeria, per la nostra sovrana attitudine di servire il prossimo. Nel Sessantotto si ‘Serviva il Popolo‘, oggi si ‘Serve il Profitto‘. Non è una novità di oggi.
Il Governo Berlusconi concesse a Muammar Gheddafi amazzoni, tende, baciamano e cavalli a go-go. Al tempo Maurizio Gasparri, maturità classica, una vaga infarinatura di storia dell’arte e soprattutto vent’anni di suo stipendio a carico nostro per non servire a nulla, non si scandalizzò affatto. Perché gli affari convenienti si fanno anche così: sollazzando, intrattenendo e non indispettendo l’ospite.

Ma oscuriamo certe reazioni isteriche e occupiamoci di analisi serie.

La quasi unanimità dei critici ha commentato il fattaccio nel modo seguente: primo, abbiamo rinnegato la nostra storia e la nostra cultura! Secondo: ci siamo sottomessi a una storia e a una cultura che non ci appartengono. Si tratta di due argomenti inattaccabili. È quanto è successo. È quanto succede quasi sempre, tranne che su faccende di infima importanza, per le quali siamo pronti a batterci animati da orgoglio leonino. Ora, è chiaro a tutti che tali appunti non rappresentino novità alcuna, nemmeno per chi li ha correttamente evocati. Ma per completezza analitica, sarebbe un bene leggere questo brano tratto da un dialogo tra Alain Elkann e Indro Montanelli avvenuto molti, molti anni fa.
La spunto di partenza era stata una domanda semplice semplice: «Quale domani per l’Italia?»
E Montanelli aveva risposto: «Per l’Italia nessuno, perché un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa nulla e di cui non si cura, non può avere un domani. Mi ricordo una definizione che mi dette in tempi lontanissimi un mio maestro, Ugo Ojetti: ‘Tu non hai ancora capito che l’Italia è un paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché senza memoria!’ Avevo venticinque anni, la presi per una battuta, per un paradosso. Col tempo mi sarei reso conto che aveva perfettamente ragione. Questo Paese ha una storia straordinaria ma non la studia, non la sa… È un Paese assolutamente ignaro di se stesso. Allora, se mi si chiede cosa sarà il domani per gli italiani, forse sarà un domani brillantissimo. Per gli italiani, non per l’Italia. Perché gli italiani sono i meglio qualificati a entrare in un calderone multinazionale, perché non hanno resistenze nazionali. Intanto maneggiano dei mestieri in cui sono insuperabili: noi siamo i migliori sarti, i migliori calzolai, i migliori direttori d’albergo, i migliori cuochi… Non c’è il minimo dubbio! E voglio dirlo senza intonazioni spregiative… nei mestieri servili noi siamo imbattibili. E naturalmente non lo siamo soltanto in quelli. L’individualità italiana si può benissimo affermare in tutti i campi. Io sono sicuro che gli scienziati, i medici, i chimici, i fisici italiani, quando disporranno di laboratori veramente attrezzati, brilleranno. Gli italiani. L’Italia no. L’Italia non ci sarà, non c’è. Perché gli italiani che andranno in Germania diventeranno tedeschi. Gli italiani sono molto elastici. Non sono gli ebrei che da duemila anni difendono la loro entità, che da duemila anno vengono sparpagliati e perseguitati in tutto il mondo, e tuttavia rimangono ebrei. Gli italiani no, alla seconda generazione sono assimilati. Dovunque andranno, saranno assimilati».

Ubi maior… Giacché è tutto qui lo scandalo delle statue coperte. È una questione di pura antropologia nazionale. Abbiamo nascosto statue che non ci appartengono, o che scopriamo appartenerci solo perché ce le hanno nascoste. Eccezion fatta per i pochi ‘Italiani d’Italia’, o per pochissimi ‘Rinati nel Rinascimento’, noi non siamo una entità. Siamo un popolo di senza patria. Perché l’Italia non è.

 

 

 

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