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putin normandia

Quale disegno esattamente persegua Vladimir Putin in Ucraina non è ancora dato di capire, ammesso che ne abbia uno e non si muova invece pragmaticamente, reagendo a circostanze più o meno variabili. Non c’è dubbio invece che, più in generale, il presidente della Russia post-sovietica miri a ricostruire in qualche modo l’edificio plurinazionale crollato nel 1991 e sulla carta, del resto, sopravvissuto sotto il nome di Comunità degli Stati indipendenti, la cui reale consistenza è però molto modesta e in ogni caso assai insoddisfacente dal punto di vista moscovita.

L’Ucraina, dalla quale la Russia moderna è stata partorita, rientra naturalmente e prima di ogni altro in questo disegno, che tuttavia rischia di venire messo a dura prova, se non addirittura frustrato sul nascere, proprio dalla crisi in cui è precipitata l’antica Rus e dalla guerra in corso da mesi provocata proprio dallo sforzo della “grande Russia” di mantenere agganciata a sé quella “piccola”, per riesumare una terminologia corrente al tempo degli zar.

Si tratta infatti di uno sforzo che, se non altro per i modi bruschi in cui viene compiuto, suscita comprensibili allarmi negli altri Paesi interessati, compresi quelli meglio disposti a coadiuvare il disegno, per convinzione o per forza di cose, ma non fino al punto di mettere a repentaglio la propria indipendenza. E di prestarsi, se si vuole, a diventare vittime di quello che in Occidente viene spesso e volentieri bollato, a ragione o a torto, come imperialismo grande-russo di ritorno.

Già alcuni candidati più che altro involontari a partecipare alla suddetta ricostruzione si erano tirati indietro optando per legami preferenziali con l’Unione europea. Oltre alla stessa Ucraina, dopo il ribaltone di Maidan, hanno compiuto questa scelta la Moldavia e la Georgia, e date le molteplici incertezze che regnano attualmente nell’intero Est europeo, resta peraltro da vedere se riusciranno a portarla avanti fino in fondo malgrado la contrarietà e le eventuali contromisure di Mosca.

Tra tutti gli altri, invece, è balzato adesso in primo piano come possibile ribelle all’egemonismo russo proprio il Kazachstan, lo Stato coerede dell’URSS che con la Russia e l’Ucraina aveva collaborato a seppellirla e a regolarne la successione. E che con il suo longevo presidente, il settantaquattrenne Nursultan Nazarbaev, già amico e sostenitore di Michail Gorbaciov, più di ogni altro cogestore dell’eredità aveva sinora mantenuto i migliori rapporti in ogni campo con Putin come prima con Boris Elzin.

Simili precedenti sembravano destinati a fino a ieri a venire coronati dalla piena collaborazione prestata dal Kazachstan alla creazione dell’Unione doganale con la Russia e la Bielorussia come primo passo verso l’Unione economica eurasiatica, aperta a tutte le repubbliche ex sovietiche (e anzi a chiunque altro voglia aderirvi) e che dovrebbe vedere la luce all’inizio del prossimo anno. Non si preannunciano per la verità adesioni in massa; probabile se non proprio sicura è per ora solo quella dell’Armenia e della Kirghisia.

Anche a causa di questo scarso entusiasmo nel “vicino estero” della Russia, oltre che della perdita grave quanto verosimilmente inevitabile dell’Ucraina o almeno della sua parte più grossa (in caso di spartizione), la conferma della partecipazione kazaka all’impresa era e resta una condizione determinante per il suo successo. Si tratta infatti di un Paese che non solo primeggia tra i cinque ex sovietici dell’Asia centrale ma si può ben considerare non meno e semmai più importante dell’Ucraina agli occhi dei russi, se si prescinde dal fattore sentimentale.

Vastissimo per territorio, il Kazachstan è molto meno densamente popolato di essa e con i suoi 17 milioni di abitanti è superato anche dall’Uzbechistan. Ma sotto il profilo economico svetta anche a livello mondiale. I cospicui giacimenti di gas e petrolio lo rendono un’autentica potenza energetica, rango al quale contribuisce il possesso del 38% delle riserve planetarie di uranio. Agricoltura e allevamento sono già di fatto, e ancor più potenzialmente, di tutto rispetto.

La ricchezza di risorse naturali è stata messa a frutto finora con indiscutibile successo. Nell’ultimo ventennio il PIL è cresciuto di quasi il 6% in media annua (contro meno del 4% per la Russia), e rispetto al 1991 è aumentato di 17 volte rispetto, toccando gli attuali 12 mila dollari pro capite. Ciò grazie anche a investimenti stranieri per oltre 180 miliardi di dollari, pari all’80% di quelli totali nell’Asia centrale. La crescita ha subito un rallentamento per effetto della crisi mondiale, ma ancora nella prima metà di quest’anno ha fatto segnare pur sempre un +3,9%.

L’economia kazaka è stata definita dall’Economist “integrata e in concorrenza” al tempo stesso con quella russa, tenendo evidentemente conto sia degli intensi scambi commerciali sia, ad esempio, della prospettiva che anche il combustibile di Nazarbaev possa arrivare nell’Europa centro-occidentale per vie e in forme alternative alle odierne forniture russe.

Sul rapporto bilaterale con Mosca incombe d’altra parte l’ombra di Pechino, il cui interesse per il Paese vicino si è manifestato tra l’altro con la recente apertura sul suo territorio, lungo l’antica Via della seta, del primo parco industriale cinese all’estero. E’ un ombra un po’ inquietante malgrado l’amicizia ufficiale russo-cinese, e d’altra parte il Kazachstan occupa una posizione chiave ai fini del programma putiniano di spostare verso l’Asia il baricentro di priorità russe finora concentrate su un’Europa indebolita e per di più divenuta adesso quasi nemica.

Sempre sul terreno geopolitico pesa anche l’appartenenza del Kazachstan al mondo musulmano benchè il suo regime, autoritario quanto si voglia, resta fondamentalmente laico e comunque ostile all’islamismo militante e impegnato a combatterlo non meno di quello russo. Membro dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, il governo di Astana ne ha anche retto la presidenza nel 2011-12, mentre in campo finanziario è orientato ad adottare i canoni del prassi bancaria islamica.

Il Kazachstan appare insomma in grado di svolgere sotto vari aspetti un’oggettiva  funzione di ponte con una parte del mondo asiatico oggi sconvolta da estremismi particolarmente aggressivi, dei quali la Russia ha già dovuto subire i morsi. Faticando a reprimerli, chissà quanto durevolmente, e quindi verosimilmente apprezzando quella funzione.

Ora però tra Mosca e Astana si è aperta la prima e alquanto vistosa crepa, in verità non imprevedibile. Importante per la Russia, il Kazachstan è anche particolarmente vulnerabile rispetto ad essa e non solo perché la sua scarsa consistenza demografica pone un limite ad ambizioni per il resto legittime. Evulnerabile soprattutto perché lo divide dalla Russia una frontiera settentrionale lunga 7 mila chilometri,  presso la quale vive il grosso di una minoranza russa tuttora pari ad oltre un quinto della popolazione benchè sfoltita dai rimpatri all’indomani dell’indipendenza.

A differenza dell’Ucraina, dove i semplici russofoni prevalgono sui russi etnicamente tali, qui la minoranza è composta solo o quasi da questi ultimi, insediatisi nel Paese sotto la spinta dell’industrializzazione e naturalmente ben diversi dalla maggioranza autoctona di ceppo turco-mongolo. Il loro attaccamento alla patria d’origine si è semmai accentuato dopo la separazione e il legame è altrettanto fortemente sentito al di là del confine. Il grande scrittore e dissidente sovietico Aleksandr Solzhenizyn non è certo rimasto solo, specie dopo la sua morte, a caldeggiare il recupero almeno della porzione di Kazachstan abitata da connazionali, spesso maggioritari nelle città del nordest.

Con l’esplosione della crisi ucraina e della conseguente euforia nazionalistica e revanscistica in Russia, sempre meno soli sono rimasti a Mosca e dintorni  anche i personaggi un po’ eccentrici come il politico “liberaldemocratico” Vladimir Zhirinovskij  più pronti ad alzare la bandiera dell’irredentismo. Le loro voci, non abbastanza contraddette a livello ufficiale, non hanno mancato di innervosire i dirigenti di Astana, già allarmati per le analogie tra quanto accade nel Donbass (dopo la Crimea) e quanto potrebbe accadere in quella che i russi amano chiamare “Siberia meridionale”.

Si è arrivati così, tra metà agosto e primi di settembre, ad un inedito scambio di bordate tra gli stessi Putin e Nazarbaev, quest’ultimo per la verità inizialmente cauto su quanto sopra dovendo tenere a bada anche i non numerosi ma combattivi oppositori interni di tendenza liberale e antirussa. Tuttavia il presidente kazako è stato il primo ad aprire in un certo senso le ostilità su un altro tema divenuto scottante: il varo dell’Unione eurasiatica con le sue implicazioni.

Già indotto a sottolineare a più riprese il carattere puramente economico della nascente comunità, Nazarbaev non ha potuto evitare di reagire alle pressioni russe per l’adeguamento anche del suo Paese, come di altri più o meno amici, alle ritorsioni russe contro le sanzioni occidentali, benchè queste ultime abbiano almeno in parte avvantaggiato indirettamente il Kazachstan. Lo ha fatto in un’intervista rivendicando il diritto di disertare l’Unione eurasiatica qualora vi si prendano decisioni inaccettabili per questo o quel membro.

Gli è stato obiettato che in simili casi il membro in questione può esimersi dall’applicare la decisione, ma gli screzi si sono ugualmente ampliati e arroventati. Putin, in una conferenza stampa, ha affermato che il Kazachstan non possiede tradizioni nazionali nè aveva mai conosciuto forme statali prima  di essere stato praticamente inventato da Nazarbaev e che al suo popolo conviene rimanere legato al grande mondo russo.

Nella sua replica in parlamento Nazarbaev ha ribattuto che “l’indipendenza è il massimo tesoro per cui i nostri padri hanno combattuto”, che “non sarà mai ceduta a nessuno” e che il Kazachstan non parteciperà ad alcuna organizzazione che la minacci.  Ancora più dure sono state altre reazioni nel Paese. Un autorevole giornalista ha stigmatizzato le dichiarazioni di Putin come infondate e insultanti, ammonendo che la Russia rischia di perdere il “suo unico alleato nell’Asia centrale”. Sulla rete, qualcuno si è spinto fino a chiamare il presidente russo “Putler”.

Mentre poi inquietanti manovre militari russe si svolgevano nei pressi del confine, il presidente kazako tornava a parlare criticando in modo trasparente la condotta anche russa della crisi ucraina comprese le sanzioni reciproche, che appesantiscono a suo avviso la situazione mondiale colpendo economicamente anche i Paesi estranei al conflitto. Nazarbaev ne deduce che urge cambiare rotta nell’interesse di tutti, e il suo appello trova un riscontro nell’atteggiamento da mediatore neutrale, anziché da amico e alleato di Mosca, da lui ostentato durante i colloqui multilaterali di Minsk per trovare una via d’uscita dal conflitto.

Può darsi che un superamento pacifico della crisi ucraina basti a fugare l’improvvisa tensione tra Mosca e Astana, o quanto meno a sdrammatizzarla. Può darsi ma non è sicuro. Nazarbaev e compagni cercano ad ogni buon conto di rafforzare le proprie posizioni aumentando le spese militari e rifornendosi di armi non più solo in Russia ma anche nella UE, USA e Turchia, e dotandosi di droni ultimo modello per un migliore controllo del confine nelle aree desertiche.

Già promotore fin dal 1992 della Conferenza internazionale per le misure di fiducia in Asia (CICA), che ora raggruppa 22 Stati, il Kazachstan è membro attivo dell’Organizzazione di Shanghai per la sicurezza e la cooperazione nello stesso continente, dove alla Russia fa molto più che da contrappeso, oggettivamente, soprattutto la Cina.

Proprio in questi ultimi giorni, infine, ha stipulato accordi di vario genere con Paesi vicini come la Georgia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan, tra i meno succubi dell’egemonia regionale russa. Si è invece rifiutato di sottoscrivere l’inclusione del Nagornyj Karabach, sotto controllo armeno ma rivendicato dall’Azerbaigian, nell’area coperta dall’Unione eurasiatica in vista dell’adesione dell’Armenia più amica della Russia. 

Il Paese più importante dell’Asia centrale, e fino a ieri alleato numero uno di Mosca, si comporta insomma in modo da assicurarsi la massima libertà di azione possibile e al tempo stesso da giustificare in qualche misura la crescente diffidenza e irritazione russa. Si vedrà nel prossimo futuro con quali conseguenze.

 

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