lunedì, Ottobre 25

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Attentati Spagna

A 10 anni dal peggior attentato sul suolo spagnolo a Madrid torna la tensione per l’allarme terrorismo. Era l’11 marzo del 2004 quando la città fu svegliata alle 7:37 da un’ondata di esplosioni. La prima si registrò su un treno in arrivo alla stazione di Atocha mentre altre 3 bombe scoppiarono su treni che circolavano in periferia, disseminando tra la popolazione caos e panico. La rete di trasporti si bloccò, mentre le linee telefoniche collassarono ed i taxi si trasformarono in ambulanze per trasportare i tantissimi feriti. La serie coordinata di attacchi terroristici al sistema dei treni locali della capitale provocò la morte di 191 persone e il ferimento di oltre 1800. Un atto che, verificatosi tre giorni prima delle elezioni generali, segnò il risultato delle urne che, a dispetto dei sondaggi precedenti la tragedia, videro l’allora premier Jose Maria Aznar sconfitto dal socialista Jose Luis Rodríguez Zapatero

Aznar, che in un primo momento aveva attribuito la responsabilità degli attacchi all’Eta, fu “punito” dagli elettori che lo accusarono di avere mentito sugli autori degli attentati. Tanto più che la tesi del terrorismo di matrice basca venne sostenuta dal governo anche dopo che vennero trovati indizi sulla responsabilità di al-Qa’eda. I terroristi islamici richiedevano con questo gesto estremo il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq, azione militare fortemente sostenuta da Aznar. Ritiro che Zapatero, una volta premier, mise in atto.

Alla vigilia delle cerimonie per la commemorazione delle vittime di Atocha il Ministro dell’Interno Jorge Fernandez Diaz, durante un’intervista all’emittente radio Onda Cero, ha dichiarato che oggi «il rischio di attentati terroristici in Spagna è alto». Diaz, che all’epoca era tra i sostenitori dell’ipotesi della matrice basca dell’attacco, ha aggiunto che «il livello di allerta contro attacchi da parte di Al Qaeda o gruppi della Jihad islamica ad essa collegati è sempre stato alto e non è cambiato negli ultimi anni», asserendo poi che la Spagna non è l’unico obiettivo nel mirino ma che anche i Paesi vicini corrono lo stesso rischio.

Le parole di Diaz arrivano dopo che il Centro nazionale di coordinamento antiterroristico (CNCA) spagnolo ha rilasciato un documento che attesta il rischio di un attacco islamista in Spagna al “livello 2 o di alto rischio”. Dati preoccupanti, soprattutto se si pensa che dopo i gravissimi fatti del 2004 le forze d’intelligence e sicurezza che si occupano di antiterrorismo sono aumentate a 1.800 unità, che in 10 anni hanno portato all’arresto di ben 472 jihadisti.

Da quando il 20 ottobre 2011 i separatisti baschi dell’ETA hanno annunciato la cessazione definitiva della propria azione armata e hanno lanciato un appello ai governi di Spagna e Francia per aprire un processo di dialogo diretto, l’antiterrorismo spagnolo si è concentrato quai esclusivamente sul terrorismo di matrice islamica. Secondo gli esperti oggi il rischio maggiore proviene dal livello locale, dove cellule radicalizzate o “lupi solitari” trovano ispirazione per un azione che rientri nei canoni della jihad globale perseguita da al-Qa’eda, benché con l’organizzazione spesso questi non abbiano contatto alcuno. L’intelligence spagnola è però preoccupata anche per altre tipologie di presunti terroristi, ovvero quelli che ritornano in Spagna dopo un periodo di addestramento in zone di combattimento, come avviene ora in Siria, oppure coloro che vengono rilasciati dopo aver scontato una pena (spesso connessa al terrorismo) nei carceri iberici. I possibili attacchi da parte di queste tipologie d’individuo sono tendenzialmente classificati come meno rischiosi, in termini di capacità operative, ma molto più imprevedibili.

Ovviamente il controterrorismo spagnolo considera anche i rischi provenienti dall’esterno, ed in particolare dalle zone del Maghreb e del Sahel, molto vicine alla Spagna e dov’è nota l’operatività di cellule jihadiste. Secondo gli ultimi report del CNCA, la maggior parte degli islamisti tenuti sotto osservazione vive in Catalogna, a Granada, a Valencia e a Madrid, ma recentemente sono aumentati i sospetti intorno a gruppi stanziati a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco dove quotidianamente schiere di clandestini cercano di entrare per trovare rifugio in Spagna ed Europa. E’ proprio in queste due città di frontiera, in cui s’incrociano flussi migratori e storie di disperazione, che il radicalismo islamico trova terreno fertile e i reclutatori dei gruppi jihadisti possono attingere a nuova manodopera.

E’ proprio l’attenzione dedicata a queste due città che ha recentemente portato le polizie di Spagna e Marocco ad operare sempre più a stretto contatto, portando all’arresto di militanti islamici che reclutavano nuovi adepti per mandarli a combattere per al-Qa’eda in Mali o in Siria. L’arresto di questi uomini è un passo importante nella lotta al terrorismo in quanto previene che i combattenti radicalizzatisi durante i combattimenti possano poi tornare in Spagna a compiere attentati. Questa cooperazione ha portato ad un accordo tra Madrid e Rabat, firmato il primo dicembre del 2013, che annuncia la creazione di una task force congiunta proprio per fermare le cellule jihadiste presenti a Ceuta e Melilla e nelle zone di confine. Il capo della sicurezza nazionale marocchina, Bouchaib Rmail, ha affermato durante il primo meeting con il suo omologo spagnolo Ignacio Cosido, che «la fruttuosa cooperazione messa in atto ha già portato buoni risultati nella prevenzione di minacce ad entrambi i Paesi, siano esse provenienti dall’immigrazione illegale, dal traffico di esseri umani o dal terrorismo».

Le misure prese dalla Spagna e gli sforzi dell’intelligence non bastano per ora a far scendere l’allerta terrorismo, che posta al livello due significa rischio probabile di nuovi attacchi, ma forse è meglio così, visto che nel 2004 il rischio si attentato segnalato dopo gli eventi di Casablanca dell’anno precedente fu sottostimato, con tragiche conseguenze.

 

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