giovedì, Settembre 23

Alleanza in miniera Verso un’agenda comune nel settore estrattivo, ma il Messico deve sciogliere molti nodi

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A rescue team of local miners enters the

L’Alleanza del Pacifico, il blocco regionale composto da MessicoCilePerù e Colombia, potrebbe aver trovato nel sottosuolo un nuovo, rilevante asse di sviluppo. L’importanza del settore minerario nelle economie dei quattro Paesi è infatti tale da aver spinto le loro cancellerie a mettere in programma l’elaborazione di un’agenda comune in materia, così come appare già nei documenti congiunti usciti dal vertice di Punta Mita avvenuto venerdì scorso. Nella dichiarazione finale, infatti, si legge che il Gruppo di Alto Livello (composto dai Viceministri per gli Affari esteri e per il Commercio estero) sarà incaricato di valutare la formazione di un «Gruppo di Sviluppo Minerario, di Responsabilità Sociale e Sostenibilità, che contribuisca al disegno di politiche pubbliche associate al settore minerario nei Paesi membri e che incentivi lo scambio di esperienze nell’ambito della responsabilità sociale e della sostenibilità». Si tratta, come accennato, di un passo quasi dovuto: come comunicato già il mese scorso dall’organizzazione imprenditoriale peruviana Sociedad Nacional de Minería, Petróleo y Energía, i Paesi membri dell’Alleanza hanno progetti nel settore per un valore complessivo di 221 miliardi di dollari. Di questa somma, la metà è destinata ai 49 progetti previsti in Cile, che attrarranno appunto 112,5 miliardi di dollari. Ammontano invece a 25 miliardi gli investimenti nella miniera messicana, la cui situazione sta vivendo peraltro un periodo particolarmente complesso.

Questo nonostante i prodotti della miniera contribuiscano in maniera rilevante al PIL messicano. Secondo i sintetici dati forniti dalla Segreteria per l’Economia (SE), il 4,9% di quest’ultimo è in effetti frutto del settore minerario-metallurgico, che, ancora nel maggio del 2013, dava lavoro direttamente a 337.598 persone e, nell’indotto, era fonte di reddito per altri 1,6 milioni di lavoratori. Secondo l’agenzia di consulenza Behre Dolbear, d’altronde, il Paese era nel 2013 il quinto al mondo per ambiente favorevole agli affari nel settore. Del resto, la stessa produzione del settore si presenta abbastanza diversificata, ponendo il Messico «fra i 10 principali produttori di 16 differenti minerali: oro, piombo, zinco, rame, bismuto, fluorite, celestina, wollastonite, cadmio, diatomite, molibdeno, barite, grafite, sale, gesso e manganese»È però nella produzione di argento che il Messico può vantare il primato mondiale, che lo rende, sempre secondo i dati della Segreteria, la prima destinazione latinoamericana di investimenti per l’esplorazione mineraria, oltreché la quarta nel pianeta. Dati, quelli forniti dal Governo federale, che lascerebbero presupporre un ruolo di primo piano per il Messico nello sviluppo di un progetto comune all’interno dell’Alleanza. Eppure, prese singolarmente ed analizzate, queste informazioni conducono a scenari ben più complessi.

Partiamo, ad esempio, proprio con l’ambito occupazionale relativo alla miniera. Purtroppo, la situazione dei lavoratori del settore non è gravata ‘solamente’ dal persistere di casi di morti bianche. Va detto in effetti che, ad otto anni dalla strage di Pasta de Conchos, che costò la vita a 65 minatori nella miniera gestita da Grupo México a Nueva Rosita (Stato di Coahuila), in Messico si continua a morire sottoterra: a dimostrarlo, l’incidente avvenuto lo scorso febbraio, costato la vita a cinque lavoratori della miniera di Charcas (Stato di San Luis Potosí), gestita sempre dal gigante amministrato da Germán Larrea Mota-Velasco. Gigante che, in quanto leader del settore in Messico, opera in numerose località del Paese determinandone vita e prosperità. È questo il caso, ad esempio, di Cananea (Stato di Sonora), dove solo il 20% dei locali riesce a trovare lavoro nella cava locale. Le ragioni, secondo quanto riportato da ‘Jornada’, risiedono nel ricorso all’outsourcing volto a garantirsi forza lavoro non sindacalizzata. Escludendo così la popolazione dell’area dai propri (dell’azienda) ‘piani di sviluppo regionale sostenibile’ e rendendo la città natale del Governatore Guillermo Padrés Elías (Partido Acción Nacional) un caso esemplare di degrado urbano.

I problemi, d’altronde, sembrano poter essere imputati con più facilità al Sindicato Minero, che rappresenta i lavoratori minerari, metallurgici e siderurgici. Le rilevanti accuse penali lanciate contro i vertici sindacali messicani sono infatti talmente sospette da aver richiamato l’attenzione non solo dei sindacati statunitensi, ma anche della Confederazione Sindacale Internazionale, che nel marzo del 2013 decise di portare la propria azione nell’ambito dell’Unione Europea, recapitando una lettera indirizzata al Presidente Enrique Peña Nieto tramite l’Ambasciata messicana di Bruxelles. Nella missiva si esprimeva «profonda preoccupazione» per le «gravi violazioni» dei diritti dei lavoratori messicani, con riferimento anche a quelle persecuzioni che hanno spinto il Segretario Generale del sindacato minerario, Napoleón Gómez Urrutia, a riparare temporaneamente in Canada. È infatti dal 2006 che Gómez Urrutia riceve accuse di frode molto simili a quelle che hanno colpito anche l’ex Presidente del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’EducazioneAlba Esther Gordillodi recente, a definirle persecutorie è stata l’Interpol, che ha respinto una richiesta di ‘red notice’ da parte della Procura Generale Messicana ravvisando nelle prime un «predominante carattere politico».

Per contro, i recenti sviluppi normativi in materia sembrano voler attirare maggiori investimenti attraverso agevolazioni dal lato imprenditoriale. Sebbene l’approvazione dell’aprile 2013 della riforma alla Legge Mineraria abbia incontrato l’opposizione parlamentare del PAN a causa di misure quali l’introduzione di imposte che diminuirebbero l’attrattiva della miniera messicanadiversi analisti e gruppi di studio del settore sembrano concordi nel ritenere necessaria una nuova regolamentazione che ponga fine alla «cessione del Paese» avviata con la norma del 1992. L’impostazione data allora, infatti, sembra orientata in senso marcatamente favorevole ai concessionari, diversamente da quanto accade in altri Paesi dell’Alleanza del Pacifico. Come ricorda Jorge Peláez Padilla, docente di diritto presso l’Università Autonoma di Città del Messico (UACM), in Cile è ad esempio prevista una netta separazione normativa fra le operazioni di esplorazione e quelle di estrazione, distinzione che è regolata anche in Colombia. Ma non in Messico, dove alle 249 imprese straniere già titolari di concessioni che vanno dai cinquanta ai cento anni potrebbero presto subentrare nuove società interessate all’estrazione di idrocarburi nelle stesse aree ora dedicate ad attività minerarie. A stabilirlo sarebbe un articolo transitorio della riforma energetica, approvata in dicembre, secondo il quale lo sfruttamento di giacimenti di gas da argille avrebbe la priorità qualora avesse luogo in territori destinati ad altre attività. «Nel caso in cui siano reperiti idrocarburi, i concessionari dovranno permettere la realizzazione di queste attività», recita infatti il testo della riforma, le cui leggi secondarie (che ne permetterebbero l’effettiva entrata in vigore) sono comunque ancora al vaglio del Congresso.

Certo è, però, che questo elemento di incertezza andrebbe ad aggiungersi ad un quadro molto confuso, in cui, oltre ai diritti lavorativi ed alle controverse aperture all’investimento estero, si sono di recente uniti gli avvertimenti degli studiosi sui rischi ambientali che le attività estrattive stanno comportando per il Paese. Esperti dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) e del Centro Messicano di Diritto Ambientale (Cemdahanno infatti assicurato già un anno fa dei rischi che le attività minerarie a cielo aperto comportano per le aree circostanti, a causa dell’immissione nell’aria di elementi quali arsenico e cianuro dovute alla rimozione del terreno che li contiene. Ma non si tratta solo di aria: un documentario pubblicato quest’anno da ricercatori dell’UNAM dimostra come le tecniche estrattive adottate in numerosi progetti nel Paese colpiscano anche le riserve idriche contaminandole col cianuro, oltre ad impiegare un’enorme quantità di acqua ed energia elettrica. La tematica sta così sollevando le richieste da parte delle popolazioni indigene e contadine ad essere consultate prima di avviare progetti di ‘megaminería’ in prossimità dei loro terreni.

Il settore minerario in Messico, dunque, presenta problematiche molteplici, che rendono meno semplice di quanto dichiarato la partecipazione ad un’agenda comune all’interno dell’Alleanza del Pacifico. Per approfondire le tematiche fin qui accennate ci siamo così rivolti proprio ad uno dei ricercatori in materia del Centro di Ricerche Interdisciplinari in Scienza e Materie Umanistiche, il dott. Gian Carlo Delgado Ramos.

 

Dott. Delgado, può spiegarci l’importanza del settore minerario per il Messico in termini di occupazione, prodotto interno lordo ed investimenti esteri?

In Messico si identificano 23 giacimenti giganti e 6 supergiganti. Risaltano minerali quali oro, argento, piombo, zinco e molibdeno. Ciononostante, grazie ad importanti sviluppi nella cartografia geologico-mineraria e geochimica, giunta ad un livello più dettagliato (è coperto il 32,9% del territorio nazionale), così come nella cartografia aerogeofisica (991,43 mila km lineari dal 2007 al luglio del 2012), sono stati identificati solo nell’ultimo anno del sessennio di Calderón Hinojosa 110 nuove località dal potenziale minerario e 590 località di giacimenti minerari (per 315 minerali metallici e 123 non metallici, tra gli altri). Tra queste, va detto, 10 località hanno potenziale di uranio (quattro nel Chihuahua, tre nel Sonora e tre nel Nuevo León).

Nel 2011, i metalli preziosi (oro ed argento) costituivano poco più della metà del valore produttivo, mentre i metalli di base (rame, zinco, molibdeno, etc.) valevano per il 31%, i metalli siderurgici (ferro) per l’11% ed i minerali non metallici per il resto (fluorite, sale, zolfo, solfato di sodio, etc.). Le entità che concentrano la produzione mineraria sono Sonora, Zacatecas, Coahuila, San Luis Potosí, Guerrero e Durango. Ciononostante, stati senza vocazione mineraria stanno registrando anch’essi nuovi progetti di estrazione, soprattutto di metalli preziosi. È il caso della Bassa California Meridionale e di Veracruz.

L’investimento nel settore estrattivo minerario del Paese si è focalizzato negli ultimi anni sui minerali metallici, il che non significa che non si sfruttino con tendenza crescente i minerali non metallici, fattore che si conferma coi dati delle esportazioni minerarie: 22,7% di ferro, 21,5% di oro, 14,3% di argento e 13,4% di rame.

La produzione di oro e argento si concentra nelle mani di grandi gruppi minerari, rispettivamente per l’84% ed l’87%. Nel caso dell’oro, l’estrazione è aumentata del 150% dal 2003 al 2008, passando da 20 a 50 tonnellate di produzione annuale. Al 2011, il Messico già estraeva 84,1 tonnellate. Goldcorp (Canada) si pone come l’attore di maggior peso, avendo estratto 21,5 tonnellate nel 2011 dalle sue tre miniere: Los Filos (Guerrero), Peñasquito (Zacatecas) ed El Sauzal (Chihuahua). Seguono la messicana Grupo Bal/Peñoles con 13,9 tonnellate di oro, Agnico Eagle (Canada) con le 6,3 tonnellate del suo progetto a Pino Altos (Chihuaha) e AuRico Gold (precedentemente Gammon Gold, canadese) con 4,9 tonnellate.

Il Messico concentra il 23% di investimenti esplorativi in America Latina (al primo posto nella regione e quarto a livello mondiale), che si sono rispecchiati in una crescente attrazione di investimenti esteri diretti nel settore minerario, che, come si è detto, nel 2011 erano già sei volte superiore a quelli del 2000.

Nel 2009 erano 263 le società minerarie straniere che operavano nel Paese, con 677 progetti. Il 75% (198 imprese) proveniva dal Canada, il 15% (39) dagli Stati Uniti, il 3% (7) dall’Inghilterra, il 2% (5) dall’Australia e l’1% (3) dal Giappone, oltre ad altre, per esempio da  Svizzera, Corea, Cina, Cile, Italia, India e Perù. Ad agosto del 2012, secondo la Direzione Generale di Promozione Mineraria, si registravano 833 progetti in mano di circa 301 imprese, in gran parte canadesi. Il totale dei titoli di concessione mineraria vigenti ammontava nel giugno 2012 a 27.210 titoli per una superficie di 32,6 milioni di ettari, pari al 16,5% del territorio nazionale.

È noto che benché la produzione mineraria non petrolifera si sia intensificata negli ultimi anni, la partecipazione di tale attività al PIL nazionale continui ad essere molto bassa dal 1983, quando ne costituiva l’1,63%, dal momento che alla chiusura del 2011 ne rappresentava poco meno dell’1% per un ammontare di 83,1 miliardi di pesos (ai prezzi del 2003). Il settore minerario-metallurgico, nonostante si sia posto nel 2011 come la terza attività economica per creazione di valuta, in realtà genera anche importazione di pesos, nell’ordine del 47,4% del totale del valore delle esportazioni effettuate nel proprio settore. In particolare, va sottolineato che l’attività estrattiva ha molto poco significato, rappresentando quest’anno solo il 18,93% del valore totale delle esportazioni del settore, soprattutto a causa delle sue filiere produttive praticamente nulle o estremamente deboli. L’81,07% del valore restante corrispondeva all’industria manifatturiera minerario-metallurgica, che include anche l’industria maquiladora, a sua volta responsabile dell’86,1% del valore totale delle importazioni minerario-metallurgiche del Paese nel 2011.

 A quanto detto, si aggiunga il basso impatto del settore minerario-metallurgico nella creazione di occupazione regolare, peraltro molto più basso della sua partecipazione al PIL, visto che, nonostante l’aumento del 9,1% dal 2010 al 2011 con 309.700 lavoratori contro i 263mila del 2001, ha rappresentato solo lo 0,6% della popolazione economicamente attiva a livello nazionale. L’estrazione e il ricavo di carbone minerale, grafite e minerali non metallici ha impiegato solo 41.800 persone e quella di minerali metallici 60.889, cioè il 31,5% del totale dei lavoratori del settore. Il resto è impiegato nella fabbricazione di prodotti da minerali non metallici, industrie metalliche (perlopiù di basso contenuto tecnologico fatte salve certe maquiladoras) e, in minima parte, nello sfruttamento del sale.

Riguardo a ciò che ha appena risposto, che ruolo può avere il Messico se l’Alleanza del Pacifico concorderà un’agenda comune per il settore minerario?

Ovviamente, essendo il Messico un Paese minerario con potenziale ancora non sfruttato, può diventare una regione strategica non solo per gli investimenti produttivi di capitali esteri nel Paese, bensì come fonte di rifornimento di minerali strategici. In questo senso si può osservare che l’Alleanza del Pacifico implichi uno schema commerciale in cui si cerca di stabilire un circuito fluido di risorse naturali chiave per l’attuale processo di industrializzazione (includendo un intenso processo di urbanizzazione) in Asia, in particolare in Cina. Non sorprende, dunque, che la Cina sia oggigiorno il principale consumatore di cemento, acciaio e di una buona quantità di rame e alluminio (oltre che, ovviamente, di petrolio). Né è strano che, benché il capitale cinese speculi anche in investimenti minerari per l’estrazione di metalli preziosi, in generale ricerchi giacimenti di minerali industriali e fondamentali quali quelli summenzionati. L’Alleanza del Pacifico cerca quindi di stabilire condizioni di estrazione idonee per il menzionato circuito di minerali-capitali. Si tratta di uno schema che rende complessi i rapporti con gli USA e degli USA con l’America Latina in quanto ha anch’esso interessi nella regione, che difende attraverso i suoi accordi commerciali bilaterali e programmi di assistenza. Ed i Paesi membri dell’Alleanza sono, in America Latina, quelli più conservatori e vicini alla politica estera degli USA. In questo senso, l’Alleanza si è convertita in uno schema complementare, ancora non primario, del commercio internazionale dei Paesi membri. Lo sviluppo delle transazioni commerciali, oltre ai discorsi politico-diplomatici, è centrale e in questo contesto, soprattutto, lo è il tipo di moneta che si usa in dette transazioni, giacché ogni transazione in dollari supporta o fa valere tale moneta, sempre più in crisi. D’altro lato, non va scordato il ruolo dell’UNASUR nello schema regionale, che pure cerca di stabilire un’agenda riguardo all’attività estrattiva, soprattutto in America Meridionale, un’agenda che persegua migliori condizioni commerciali a partire dal rafforzamento delle relazioni Sud-Sud, sostenendo altresì eventualmente processi di creazione di valore aggiunto ai minerali estratti.

Ogni Paese dell’Alleanza ha importanti produzioni minerarie: argento in Messico, rame in Cile e Perù, nichel in Colombia… Che importanza potrebbe avere un’agenda mineraria comune dell’Alleanza per lo sviluppo delle quattro economie nazionali? Che strategie possono essere elaborate?

Questo si può chiaramente dedurre da quanto detto prima. Il ruolo come fornitore del mercato mondiale è già chiaro e ciò che l’Alleanza stabilirà è un circuito di minerali-capitali che faciliti il flusso di materiali energetici. Le tensioni geopolitiche sono possibili, ma non chiare, al momento. Le strategie potrebbero essere lo stabilimento di condizioni, princìpi e quote di produzione. Ciò va da imposte, sussidi e altre agevolazioni a capitale minerario, certezza giuridica fino ad investimenti ed implementazione di misure di sicurezza per il controllo sociale (in modo che i movimenti sociali non possano ostacolare la produzione-esportazione di minerali). D’altro lato, e precisamente per quanto detto, l’agenda mineraria cercherà di intensificare detta attività (poiché lo stesso obiettivo dell’Alleanza è la crescita economica attraverso l’ampliamento delle agende commerciali), il che comporterà un aumento degli impatti socioambientali intrinseci dell’attività mineraria, maggiori quando si cerca di essere altamente competitivi, ciò che nelle attività estrattiva significa di solito proprio un alto grado di creazione di ‘esternalità’ socio-ambientali o un danno ambientale che non costa ai capitali. In cambio, i costi a livello locale si creano di certo, provocando mobilitazioni ad oggi presenti in tutti i Paesi dell’Alleanza, col caso peruviano forse più spettacolare nei momenti precedenti l’elezione dell’attuale Presidente di quel Paese.

Pertanto, ciò che sta alla base è il dibattito sull’estrazione. Ciò che si spera è che i Paesi membri dell’Alleanza sollecitino un’estrattivismo classico, primario-esportatore. Tuttavia, ancor meglio sarebbe puntare ad un’Alleanza che cerchi di stabilire condizioni che da un lato garantiscano un certo grado di trasformazione delle risorse sfruttate secondo uno schema che induca processi di industrializzazione endogena, mentre che, dall’altro lato, si possa minimizzare l’impatto socio ambientale generato. Quest’alternativa è migliore dell’estrattivismo tradizionale, anche se, visto dal lato della stessa vita e della giustizia socio-ambientale, un’alternativa genuina passerebbe dalla critica ad ogni estrattivismo non necessario o vitale, il che ovviamente limita ogni tipo di accumulazione di capitale derivato dal settore in questione. E, poiché i Paesi dell’America Latina sono in gran parte primarizzati, la riduzione delle attività estrattive obbliga la ridefinizione degli stessi obiettivi di sviluppo, inteso come qualcosa di più della mera crescita economica.

Uno degli argomenti che lei segue riguarda i possibili danni delle attività minerarie a cielo aperto. Può spiegarci la tematica, soprattutto in rapporto al Messico?

Riassumerei nei seguenti punti gli impatti socio-ambientali.

In ambito ambientale:  

  • Erosione dei suoli accompagnata da disboscamento o perdita di copertura vegetale. Al termine dell’operazione il suolo è completamente trasformato: si lascia un cratere enorme, montagne di roccia non mineralizzata che sono un focolare di contaminazione e roccia triturata che conteneva minerali e che resta contaminata da cianuro ed altre sostanze.
  • Contaminazione di suoli ed acqua con metalli pesanti ed altre sostanze tossiche. Quando i processi di estrazione di minerale avvengono per ‘flottazione’, la generazione di fanghi tossici è massiccia. Quando si tratta di ‘lisciviazione’, l’uso di sostanze altamente tossiche come il cianuro fa sì che i rischi siano molto alti non solo durante l’operazione della miniera, ma anche molti anni dopo la chiusura. Gli impatti saranno dunque per la popolazione locale.
  • Creazione di drenaggi acidi dovuta all’erosione delle acque in caso di pioggia sul tepetate o sulla roccia non mineralizzata. Questi danneggiano i suoli e le distese d’acqua.
  • Perdita o impatto nella biodiversità. I casi di ricollocazione di specie protette, come avvenuto nello Zacatecas o nel San Luis Potosí, non hanno avuto successo: il grosso delle piante sono morte in un periodo inferiore ai due anni. Inoltre, serre o trapianti non sostituiscono gli ecosistemi coinvolti.

In  ambito socioeconomico: 

  • Violazione del diritto alla consultazione previa, tanto per l’esplorazione come per lo sfruttamento, informata e culturalmente adeguata. In non poche occasioni, la popolazione locale è informata di una frazione del progetto ed ingannata sui potenziali impatti (tutti o il grosso, si suppone, maneggiabili o rimediabili). Una volta installata l’attività, si rendono note le dimensioni reali dello sfruttamento minerario (in alcuni casi si amplia il numero di scavi sostenendo che si sono scoperte nuove zone sfruttabili).
  • Spoliazione e privatizzazione de facto delle terre in concessione, così come delle fonti d’acqua prossime in quanto l’attività mineraria richiede grandi masse di liquido (i pozzi delle comunità sono soliti seccarsi prima di perforazioni di miniere di maggior profondità). Questo processo è supportato dalla stessa Legge Mineraria, che considera prioritario l’uso di suolo ed acqua per quest’attività economica prima di ogni altra.
  • Perdita di suolo produttivo per decadi. Dove si è svolta attività mineraria, l’attività agricola e di allevamento non è generalmente più praticabile.
  • Erosione del tessuto sociale dovuto a scontri indotti attraverso la contrattazione di limitati lavoratori locali (il grosso sono esterni), così come la consegna di incentivi economici o in particolare differenziati tra quelli che appoggiano l’attività e quelli che la rifiutano, o a persone in posizioni decisionali o di incidenza popolare. Gli appoggi sono inoltre così effimeri che non permettono alcun cambiamento nella qualità della vita della popolazione locale o degli individui beneficiati nel medio-lungo periodo.
  • In alcuni casi, a seconda del contesto sociale e culturale, si verifica un aumento di alcolismo, consumo di droghe e/o di prostituzione.

 

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