lunedì, Giugno 21

Alle radici del genocidio del Rwanda del ‘94

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Il manifesto si basa sulla teoria che individua i tutsi (i bimanuka – Discesi dal cielo)  come una popolazione nilotica proveniente dall’Egitto o dall’Etiopia che colonizzò il Rwanda schiavizzando la popolazione originaria del Paese, gli Hutu (quelli trovati sul luogo). Partendo da questa teoria, il manifesto rivendica un processo democratico del Paese capace di metter fine alla dominazione aristocratica dei tutsi e al servilismo feudale di cui gli hutu erano costretti. Il manifesto dichiarava che il processo democratico del Paese doveva necessariamente passare attraverso la promozione collettiva del popolo e l’emancipazione degli hutu che dovevano acquistare pieni diritti come i tutsi, senza però rimpiazzare quest’ultimi creando un nuovo rapporto di dominio.

Le rivendicazioni sociali e politiche del manifesto sono descritte nelle terza parte del documento e si strutturano in tre obiettivi principali:

  1. la promozione politica della maggioranza hutu (dissoluzione dei capi tradizionali e della monarchia tutsi e libere elezioni);
  2. la soluzione del problema razziale indigeno in Rwanda (un solo popolo senza differenze etniche);
  3. la riforma agraria (abolizione del servilismo feudale, introduzione della proprietà individuale dei terreni, instaurazione di un credito rurale per lo sviluppo agricolo del Paese).
    Il Manifesto Bahutu apparentemente contiene rivendicazioni progressiste e social democratiche ma in realtà è il testo base per la supremazia razziale degli hutu sui tutsi.

Tra le righe del documento lascia intendere che il problema della questione razziale indigena in Ruanda è causato dal monopolio economico, politico e sociale dei tutsi.

«Qualcuno si domanda se esiste veramente un conflitto sociale o se è un conflitto razziale. Noi pensiamo che queste riflessioni siano semplice letteratura. Nella realità e nel pensiero del popolo il problema non è sociale. Il problema risiede nel monopolio politico che i tutsi dispongono. Un monopolio politico che, esaminando le attuali strutture esistenti, si trasforma in un monopolio economico e sociale dei tutsi che, con grande disperazione per gli hutu, condanna la maggioranza della popolazione a restare eternamente della mano d’opera subalterna», si legge nel documento.

L’origine di questo dominio sulla maggioranza della popolazione, secondo il Manifesto, proviene dal colonialismo tutsi.Gli autori del documento identificano gli hutu come vittime dei coloni tutsi. La tesi è sviluppata attraverso la teoria del ‘colonialismo a due fasi’. La prima sarebbe quella dei tutsi sugli hutu e la seconda sarebbe quella dei belgi sui ruandesi in generale. La seconda fase del colonialismo avrebbe salvato il Paese. «Senza gli Europei noi saremmo stati condannati ad uno sfruttamento disumano e, tra i due mali bisogna scegliere il minore […] un colonialismo progressista e buono rispetto alla supremazia razziale dei nilotici».

Il Manifesto attua una distinzione della popolazione ruandese della colonia belga. I dominati (hutu) e i dominatori (tutsi) vengono raffigurati come due popolazioni etnicamente distinte.
Come fa notare lo storico belga Bernard Lugan, il Manifesto Bahutu è un manifesto estremista poichè basato sulla distinzione di due blocchi etnici ed incita la maggioranza hutu a ribellarsi alla minoranza tutsi invece di parlare del popolo ruandese nel suo insieme.

Il contesto storico che vede strutturarsi il Manifesto Bahutu è quello degli anni ’50.
Con la fine della seconda guerra mondiale anche il potere coloniale belga comincia a sgretolarsi, sotto la spinta dei vari movimenti africani d’indipendenza che miravano allo smantellamento dei privilegi di sfruttamento europeo sul continente.
Nel 1952 la tutela belga annuncia la preparazione di un piano decennale di sviluppo nel Ruanda e nel Burundi per preparare le due colonie all’indipendenza che potrà essere concessa a lungo termine.

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