lunedì, Settembre 27

Alle radici del genocidio del Rwanda del ‘94

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Nel periodo pre-coloniale hutu e tutsi non erano considerati etnie diverse: parlano la stessa lingua, condividono gli stessi dei, la stessa cultura e le stesse abitudini alimentari. Erano due classi sociali: i coltivatori (considerati inferiori) e i allevatori (considerati superiori). La mobilità tra le due classi sociali era estremamente elevata. L’Hutu che riusciva dopo anni di duro lavoro a possedere più di quattro mucche diventava un tutsi mentre il tutsi che perdeva il suo bestiame (per debiti o gioco d’azzardo) diveniva un hutu, perdendo i privilegi. Anche il potere si basava su un complicatissimo equilibrio  sociale.

Il Re e i suoi discendenti erano solo Tutsi,ma egli aveva l’obbligo di sposare almeno una hutu tra le sue cinque mogli. I figli generati dalla moglie hutu diventavano principi, ma senza diritto di accedere al trono. L’esercito reale era guidato da due comandanti supremi uno hutu e uno tutsi. Anche all’interno del consiglio dei saggi il 50% era hutu e il 50% era tutsi. Questo equilibrio favoriva la classe sociale tutsi (che è stimata al 10% della popolazione). Fu l’avvento del colonialismo belga a stravolgere il tutto. I Padri Bianchi individuarono nei tutsi la classe sociale più idonea a collaborare con l’Amministrazione coloniale belga e inculcarono nei tutsi il concetto dei servi della gleba. Verso l’indipendenza, all’inizio degli anni Cinquanta, i Padri Bianchi si accorsero che la classe tutsi che avevano elevato a superiore nutriva sentimenti nazionalistici e comunisti. Per mantenere il Paese sotto il giogo coloniale invertirono la strategia ed improvvisamente furono gli hutu a diventare i ‘buoni selvaggi’ soggiogati dalla tirannia dei tutsi. Si inventarono origini nilotiche per i tutsi senza prove. Essi erano venuti dall’Egitto e avevano sterminato e soggiogato gli hutu che avevano trovato in Rwanda e Burundi (allora uniti in un unico possedimento coloniale il Urundi). Omisero di dire che l’unica etnia originaria dei due Paesi era la Twa, cioè i pigmei, questi si decimati dalle migrazioni contemporanee di hutu e tutsi, forse due etnie diverse che decisero di fondersi e diventare due classi sociali per governare la regione.

L’odio istigato ai tutsi per fargli considerare gli hutu come esseri viscidi ed inferiori fu anche utilizzato sugli hutu affinché considerassero i tutsi come dei spietati tiranni. Questa fu la base dell’orrendo Manifesto Bahutu della rivoluzione contadina del Rwanda redatto dai Padri Bianchi nel 1957, il Main Keimpf del HutuPower che fu la base ideologica del genocidio del 1994. Questo lavaggio del cervello attuato ad entrambe le classi sociali fu possibile solo dopo una meticolosa e diabolica opera di distruzione della memoria storica attuata dai missionari belgi che imponevano la cultura occidentale e riscrissero la storia della regione cancellando la memoria degli antichi regni del Urundi, Shi (est del Congo) e Buganda (centro Uganda). Dopo anni di indottrinamento ruandesi e burundesi erano abituati a pensare che prima dell’avvento dei bianchi esistessero solo selvaggi intenti a scannarsi tra di loro, a pregare terribili divinità offrendo loro sacrifici umani.

Il 24 marzo 1957 viene pubblicato un documento di dodici pagine dal titolo: ‘Note sur l’aspect social du problème racial indigène au Rwanda’ (Note sull’aspetto sociale del problema razziale indigeno nel Rwanda’), conosciuto  come il Manifesto Bahutu.

A redigerlo sono nove intellettuali hutu: Maximilien Niyonzima, Grégoire Kayibanda, Claver Ndahayo, Isidore Nzeyimana, Calliope Mulindaha, Godefroy Sentama, Sylvestre Munyambonera, Joseph Sibomana e Jouvenal Habyarimana. Intellettuali cristiani impegnati, alcuni venuti dal seminario di Kigali. Dietro le quinte la congregazione dei missionari belgi ‘Padri Bianchi’ partecipò attivamente alla redazione del manifesto, in nome di una maggior giustizia e democrazia nella società ruandese.

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