giovedì, Dicembre 2

Allarme per gli emigrati in Medio Oriente field_506ffb1d3dbe2

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«Siamo in quattro, i nostri datori di lavoro sono fuggiti e l’albergo è stato evacuato. Ci diamo una mano l’uno con l’altro, chiusi nel nostro alloggio, ma la situazione peggiora. Non usciamo di casa perché sentiamo in continuazione colpi d’arma da fuoco ed esplosioni.  Stiamo finendo le riserve di cibo e non abbiamo acqua potabile. Le nostre famiglie sono molto preoccupate».

Dhan Kumar, Santosh Lamichhane, Ajit Tamang e Prakash Bishwokarma sono quattro dipendenti di una struttura alberghiera di Tikrit, nell’area sunnita dell’Iraq. Il proprietario dell’albergo, un imprenditore degli Emirati che voleva far fortuna coi dipendenti delle compagnie petrolifere straniere, si è volatilizzato non appena le colonne di fumo degli scontri tra l’Esercito e le milizie dell’ISIS sono apparse all’orizzonte, lasciandoli nel bel mezzo di una città sull’orlo dell’anarchia.

Come si evince dai nomi, però, nessuno dei quattro uomini è di origine irachena, emiratina o qualsivoglia nazione araba. Si tratta, infatti, di quattro giovani emigrati dal Nepal, in cerca di lavoro e di una rimessa da spedire a casa alle poverissime famiglie. Una ricerca di fortuna che li ha spinti, assieme a migliaia di altri connazionali, ad accettare un mestiere precario anche in quella terra di scontri armati e integralismo religioso.

Anche se la telefonata, registrata da un reporter del network ‘Asianews, descrive una circostanza drammatica, i quattro sono stati finora relativamente fortunati. Centinaia di chilometri a nord di dove si trovano, nella città petrolifera mista curdo-araba di Kirkuk, ad un gruppo di connazionali non è andata altrettanto bene: almeno una decina di operai edili sono stati sequestrati dai miliziani integralisti dell’ISIS assieme ad altri 50 compagni di lavoro provenienti da tutto il sud-est Asiatico. Quando le milizie curde hanno riconquistato la città, se li sono portati via nel deserto, e la loro sorte è tutt’ora ignota.

Sarebbero non meno di 30mila i lavoratori nepalesi presenti sul suolo iracheno, ma il numero è poco più che approssimativo e per una ragione ben precisa. Dieci anni fa, un anno e mezzo dopo l’occupazione statunitense, 12 lavoratori emigrati vennero sequestrati da una milizia islamista nella provincia di Diyala. Dopo quasi un mese di sequestro e richieste di riscatto, il 30 agosto 2004 il gruppo degli emigranti venne interamente trucidato dai sequestratori. Da allora, il Nepal ha ufficialmente vietato, fino al 2010, l’emigrazione per scopo lavorativo in Iraq, un bando che però è stato tranquillamente aggirato dai datori di lavoro provenienti dalle petro-monarchie del Golfo, ansiosi di investire nella pur difficile ricostruzione post-bellica del Paese.

Imprese spesso prive di scrupoli, che hanno visto nei nepalesi una forza lavoro non solo a basso costo, ma anche più facile da utilizzare in situazioni di tensione. Il numero di emigrati nella turbolenta non-Nazione irachena è aumentato notevolmente dopo la fine del bando nel 2010-11, ed ora che la tensione torna a salire, il rischio per i lavoratori emigranti di venire coinvolti nelle violenze è enormemente più elevato di un decennio fa.

 Lo sfruttamento dei lavoratori emigrati è un fenomeno diffusissimo nell’intera regione del Golfo, che conta quasi esclusivamente sulla manodopera straniera per buona parte delle mansioni manuali e poco qualificate. Ma mentre Paesi quali India ed Indonesia cominciano a far valere i diritti dei propri cittadini emigrati, in virtù del crescente peso politico/economico e delle lucrose importazioni energetiche dalla regione, per gli immigrati dal Pakistan, Bangladesh e Nepal la situazione rimane drammatica. Oltre a Governi deboli, la forza lavoro emigra con scarsa istruzione e poche risorse economiche al seguito, e deve accettare anche le condizioni di lavoro peggiori pur di sopravvivere e spedire a casa quanto serve al sostentamento familiare.

Il Nepal è forse l’ultima ruota del carro di questa circostanza: attanagliato dallo stesso livello di sottosviluppo del Bangladesh, non ne condivide però la fede islamica osservante, particolare di non poco conto in una regione dove l’applicazione della Legge Coranica è rigidissima e le discriminazioni confessionali sono spesso istituzionalizzate. Nonostante ciò, la marea dei lavoratori emigranti non cessa di aumentare; sono almeno 1.000 le richieste di espatrio per lavoro che vengono effettuate ogni giorno, e quasi tutto ciò che la burocrazia non dirime, finisce nella emigrazione clandestina.

Il numero di nepalesi emigrati nella regione arabica è infatti quanto mai incerto. Le stime ufficiali si fermano a 70-100mila persone, ma ne ve sono alcune che parlano di 400mila. La sola emigrazione lavorativa totale legale dal Paese è stata stimata nel 2013 a ben 2,2 milioni di persone, pari a circa il 9% della popolazione totale ed una percentuale anche superiore di quella attiva. A contribuire al caos sui numeri, come nel caso dei migranti in Iraq, vi è stata in passato anche la rigidità della legge nazionale. Allarmati dalla diffusione della prostituzione nella regione del Golfo, i Governi di Katmandu hanno promulgato leggi che hanno vietato o scoraggiato per anni l’emigrazione femminile nel Golfo. Una normativa al limite dell’impraticabile, ed anzi controproducente, dato che le lavoratrici emigrate clandestinamente, in caso di abusi e violenze sul lavoro. non si sono potute rivolgere nemmeno ai corpi diplomatici del loro stesso Paese presenti sul posto.

Nel 2012 la legislazione sull’emigrazione delle lavoratrici è stata cambiata, legalizzando in massa quella già esistente sopra i 30 anni di età e restringendo ancor più di prima quella sotto la medesima soglia di età. Nel 2008, il nuovo Governo emerso dopo la transizione alla democrazia ha anche adottato normative che permettono anche ai migranti clandestini di richiedere aiuto nelle sedi diplomatiche nepalesi all’estero.

Si tratta di misure preliminari che certo non spingeranno i Paesi ospitanti a quel cambiamento radicale in materia di condizioni di lavoro. Tuttavia, se non altro, queste misure hanno permesso di delineare con numeri più chiari le dimensioni dell’economia degli abusi. Nel solo 2013 ben 726 lavoratori nepalesi sono morti in incidenti nei Paesi arabi ospitanti, con l’Arabia Saudita capofila: nel regno del petrolio Whaabbita, i morti sono stati 44 nella sola estate dello stesso anno. Dal 2008 in avanti si contano oltre 3500 vittime totali, senza contare i casi di violenze e abusi, soprattutto contro le donne, che ammontano a diverse migliaia. I lavoratori nepalesi sono anche quelli che finora hanno pagato di più lo scotto di vittime della febbre dell’edilizia sportiva del Qatar in previsione dei mondiali di calcio del 2022, recentemente denunciata sui maggiori quotidiani occidentali. Dei 450 lavoratori già morti in incidenti nella realizzazione di stadi e Palazzi dello Sport, oltre 300 sarebbero nepalesi.

Se il quadro generale è cupo, le crisi sono spesso l’occasione per imparare dagli errori ed implementare miglioramenti, cosa che il governo di Katmandu sta cercando di fare in occasione del caos iracheno. Il Ministero degli Esteri ha avviato formali collaborazioni coi corpi diplomatici di India, Pakistan e Malesia, al fine che l’evacuazione dei nepalesi possa avvenire tramite le loro Ambasciate, laddove il Nepal non sia rappresentato. Un minuscolo passo in avanti, ma è pur sempre un moto nella giusta direzione

 

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