venerdì, Settembre 17

Allah vietato alle minoranze field_506ffb1d3dbe2

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Vi è calma in Malaysia. Ma si tratta solo di calma apparente, gli osservatori di cose malesi sanno bene che il fronte religioso nazionale è tutt’altro che chiarito nei suoi contorni. Certo, non vi sono manifestazioni di protesta o atti vandalici meritevoli di essere menzionati nei pressi delle chiese cattoliche, almeno così è stato nell’ultimo fine settimana trascorso ma è altrettanto vero che le animosità tra le varie componenti religiose in Malaysia sono molto probabilmente tutt’altro che sedate.

In verità, un po’ tutti in Malaysia – e non solo gli osservatori dell’andamento della società civile – sono ormai ardentemente desiderosi di un quadro normativo che chiarisca le vicende relative al diritto di espressione religiosa e di credo, tutte tematiche si trascinano da anni e con incerti destini. La gran parte dei cittadini malesi di estrazione islamica affermano che si tratti di tematiche di acquisizione abbastanza recente nella Penisola Malese, come il divieto per i non-islamici di usare la parola “Allah”, fatto ritenuto recentissimo. Ma che recentissimo è solo in apparenza, a dire il vero, in quanto si tratta di un atto giuridico che retrodata al 2 dicembre 1981. Accadde con la pubblicazione di Al-kitab, la Bibbia stampata in Malaysia in Bahasa e che fu bandita basandosi sul fatto che la Bibbia in lingua malese era “pregiudizievole per gli interessi nazionali e la sicurezza della Federazione” così che fu deciso che la pubblicazione in quella forma e lingua era “bandita sull’intero territorio nazionale della Malaysia”. Negli anni successivi s’è assistito sia a misure applicative blande della legge mentre in altri momenti vi sono state restrizioni aggiuntive. In generale –in ambito governativo – si è concesso alla componente cristiana di avere qualche incertezza andando a verificare però – volta per volta – come i cristiani stessi applicassero certe parole arabe, per evitare di mandare in confusione poi gli stessi islamici mischiando il linguaggio corrente usato sia dagli islamici sia dalla stessa società malese nella sua interezza.

In pochi si è stati correttamente informati in modo esaustivo su questa materia alquanto complessa soprattutto in merito alle conoscenze relative ai principi giuridici applicati in sede federale circa l’uso di parole arabe da parte di non-islamici. Ma fin dal 2007, quando la pubblicazione cattolica The Herald ha portato la materia relativa al bando di usare la parola Allah fino all’Alta Corte di Giustizia, dopo aver ricevuto varie raccomandazioni e lettere contenenti resoconti personali, si sono create delle astiosità e si è aperta definitivamente una frattura una tra islamici e cattolici nella Nazione tutta.

Entrambe le due posizioni si sono irrigidite. Per i cristiani la parola Allah non appare essere una parola di pertinenza esclusiva dei musulmani, compresi quelli del Medio Oriente e ritengono che il punto di vista dell’Islam malese derivi da una interpretazione specifica derivante da una traduzione tutta locale che si può far retrodatare fino al 1514. Per di più, i cristiani che vivono a Sabah e Sarawak hanno sempre usato la parola liberamente, dato che la si trova nelle Bibbie nella trascrizione indonesiana Bahasa che loro usano correntemente. Estremizzando il discorso, si chiedono alcuni scettici malesi, vista la sempre maggiore diffusione di cittadini provenienti da Sabah e Sarawak per motivi di emigrazione e lavoro un po’ in tutta la Penisola Malese, essi debbono fermarsi nell’usare la parola Allah non appena varchino il Mar Cinese Meridionale? Quelli del Governo, sembrano quindi essere dei tentativi di limitare la libertà religiosa, materia quindi da potenziale variazione alla Carta Costituzionale. Per i musulmani che vogliano vedere il loro mondo perfetto in terra, i non-islamici potrebbero usare una parola differente da Allah qual è Tuhan che significa sempre Dio ma che è caduta in disuso perché vetusta ed appartenente ad un contesto antico e desueto. Per certi musulmani, l’uso distorto che si fa della parola Allah tra i non-musulmani, può indurre a confusione e persino alla conversione dall’Islam al Cattolicesimo.

Quello che si chiede ora è una azione dirimente e chiarificatoria in sede governativa, la situazione s’è fatta critica non foss’altro che sul piano della sicurezza, soprattutto a partire dagli attacchi alle chiese iniziati nel 2010. Cosa che, in verità, stenta a provenire dal Governo, anzi, l’ultima volta in cui c’è stato un pronunciamento in tal senso è stato nel marzo del 2011, quando 5.000 copie della Bibbia in stile Al-kitab restarono sotto sequestro nel Porto di Kuching, il che condusse a numerose proteste vibranti da parte dei cristiani di Sabah e Sarawak. E la classe politica malese certo non ha brillato di splendida luce finora avendo, di fatto, lasciato le cose come stanno, ovvero il fatto che i non-islamici possano usare la parola Allah in una parte del Paese ma non in un’altra. Insomma, sul versante governativo finora si sono poste la basi, se così si può dire, per una posizione che s’è fatta persino più volatile e incerta. Il che ha aggiunto confusione a confusione e rischia di diventare benzina gettata sul fuoco degli opposti fondamentalismi.

Nel frattempo, il procedimento ed il precedente giuridico, attraverso le denunce e le lettere di protesta dei lettori, sono finite sui tavoli dei giudici dell’Alta Corte, perché si verifichi la costituzionalità del divieto imposto ai non musulmani di usare la parola Allah. Stante la scarsa capacità di pronunciarsi, in un senso o nell’altro, da parte del Governo centrale. Tra gli osservatori malesi, però, c’è – in mezzo alla evidente stanchezza per il trascinarsi della situazione – chi propone di comporre una Commissione ad acta con caratteristiche di laicità e terzietà  oppure sommare rappresentative giuridiche straniere che possano indicare una via retta e chiara da seguire per porre fine al tema spinoso e spesso funestato da atti di violenza in tutto il Paese. In questo modo, Nazioni che hanno già discusso e risolto questi temi al proprio interno potrebbero offrire alla Malaysia  il proprio patrimonio esperienziale per dirimere la questione nel modo più pacifico ed armonioso possibile. Solo che i tempi stringono e si fanno sempre più tesi e potenzialmente si possono verificare sempre più atti di violenza o conflitti di natura religiosa.

 

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