martedì, Novembre 30

Alla scoperta dell’arte di Francesco

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Nella stessa Galleria dell’Accademia, ove trionfano il David di Michelangelo e i Prigioni, si è da poco inaugurata una Mostra ‘L’Arte di Francesco, Capolavori d’arte e terre d’Asia dal XIII al XV secolo’ che ci riporta indietro nel tempo, nel Medioevo, sulle orme di San Francesco, che visse dal 1182 al 1226 e che nei suoi brevi anni di vita apparve già ai suoi seguaci contemporanei come «uomo veramente nuovo et di un altro tempo» nonché «nuovo apostolo» e «nuovo Evangelista», come scrisse Beato da Celano, il suo primo biografo autore della Vita Beati Francisci. E la prima cosa che avvertiamo nell’addentrarci nelle sale che ospitano capolavori dell’arte e opere minori ispirate al ‘Poverello’ d’Assisi e in parte sconosciute al grande pubblico, è l’atmosfera del tempo in cui il Santo visse e operò e quanto profondo su il solco da lui tracciato in Occidente come in Oriente. La mostra infatti documenta ai massimi livelli qualitativi la produzione artistica di diretta matrice francescana (pittura, scultura, arti suntuarie) dal Duecento al Quattrocento e, nel contempo, pone in evidenza la straordinaria attività evangelizzatrice dei francescani in Asia, dalla Terra Santa alla Cina, in Mongolia, rievocandola anche con oggetti di eccezionale importanza storica e incomparabile suggestione: tra questi, il corno che la tradizione vuole fosse quello donato al Santo dal Sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil nel 1219 a Damietta (Egitto) in occasione del loro incontro e conservato in Assisi nella Cappella delle reliquie della basilica di San Francesco.
Al di là dell’iconografia francescana, questa mostra ci illumina su molti aspetti storici e umani della straordinaria vicenda di Francesco. Si tratta di opere per lo più commissionate dai frati o da privati cittadini devoti del Santo e dei suoi più diretti seguaci, quali ad esempio, Santa Chiara, San Bonaventura, Sant’Antonio da Padova, San Bernardino.
Pertanto, in questo nostro percorso nelle sale della mostra, troviamo opere di pittura d’importanza fondamentale come quella di Giunta di Capitino, il primo pittore ufficiale dell’Ordine francescano, la cui influenza si estese nella prima metà del Duecento in vaste aree dell’Italia centrale e fino in Emilia. Il grandissimo artista, il primo pittore ‘nazionale’ della storia dell’arte italiana, ricoprì il ruolo d’interprete della spiritualità francescana, ruolo poi assolto da altre due altissime personalità, Cimabue e Giotto. Di particolare interesse si rivela la sezione che ospita alcune fra le più antiche immagini devozionali del santo di Assisi, che tramandano gli episodi più famosi della sua agiografia: oltre alle celebri tavole cuspidate di Pisa (Museo Nazionale di San Matteo) – oggi riferita dai più a Giunta – e di Firenze (altare della Cappella Bardi in Santa Croce) – attribuita a Coppo di Marcovaldo – è presente quella analoga del Museo Civico di Pistoia e il San Francesco con due storie della sua vita e due miracoli post mortem attribuito a Gilio di Pietro (Orte, Museo Diocesano). Tra gli artisti presenti in mostra figurano anche il Maestro di San Francesco e il Maestro dei Crocifissi francescani, due protagonisti di primo piano della pittura su tavola e in affresco nel corso del XIII secolo.
Nel corso della prima metà del Trecento si colloca l’attività di uno dei più grandi pittori dell’epoca, il Maestro di Figline, che quasi certamente fu un membro dell’Ordine francescano, uno dei seguaci più alti e originali della cultura giottesca, largamente attivo non solo su tavola e in affresco ma anche nella decorazione di vetrate dipinte.
Anche in piena epoca rinascimentale la committenza dell’Ordine francescano produrrà effetti di rilevanza straordinaria, avvalendosi dei massimi artisti del tempo, quali Carlo Crivelli, Antoniazzo Romano e Bartolomeo della Gatta. Non meno importante e ricco di capolavori si presenta il versante della scultura di origine francescana, che annovera personalità del calibro di Nicola Pisano, Nino Pisano, Domenico di Niccolò dei Cori e Andrea Della Robbia. Vertici di preziosità assoluta sono raggiunti poi nel campo delle cosiddette arti minori, con alcuni eccezionali vetri dipinti e graffiti e una selezione di manoscritti miniati di eccezionale importanza. Ma, come si è accennato all’inizio, particolare interesse destano i documenti d’archivio e i reperti archeologici, provenienti dal Museo della Custodia di Terra Santa (Gerusalemme) e dal Museo della Basilica dell’Annunciazione di Nazareth, ben oltre il contesto artistico in cui si trovarono ad operare i Francescani.
Quando a settembre abbiamo avuto conferma – spiega Angelo Tartuferi, attuale direttore dell’Accademia e uno dei due coordinatori della Mostra, l’altro è Francesco D’Arelli, Direttore Scientifico della Commissio Sinica – della disponibilità dei reperti provenienti dal Museo della Custodia di Gerusalemme, operazione non agevole ed irta di difficoltà burocratiche, ho avuto la percezione che l’evento cui ci accingevamo da tempo, avrebbe rivestito il carattere davvero spettacolare, nel senso migliore e più nobile, per i visitatori. Da allora ha avuto un’importante accelerazione e mi è capitato di pensare più di una volta ad esso come ad una sorta di tripudio francescano. La vicenda umana e il potente messaggio spirituale del Poverello di Assisi esercitano ai nostri giorni un rinnovato e irresistibile fascino, amplificato certamente dalla figura e dall’opera di papa Francesco, cui l’Ordine dei Frati Minori e la Galleria dell’Accademia hanno voluto dedicare la mostra. Questo quadro affascinante e di particolare complessità organizzativa, nonché per molti aspetti sin qui inedito, è stato costruito mediante un rapporto di condivisione, al tempo stesso franco e apertamente dialettico, con Francesco D’Arelli, cui va il mio sincero ringraziamento.”
Pur riaffermando l’assoluta completa condivisione reciproca della duplice curatela, Tartuferi ritiene corretto precisare la netta divisione operativa dell’ampia materia trattata: mentre D’Arelli si è occupato delle sezioni storico-documentarie della mostra e dei prestiti dalla Custodia di Terrasanta e dall’Oriente, lui ha coordinato l’itinerario delle opere d’arte dal Duecento alla fine del Quattrocento, sviscerando il discorso sui dipinti. Le sue parole trovano riscontro in quelle dell’altro coordinatore, che riconosce a Tartuferi il  “piglio dell’audace intelligenza”. La preparazione della mostra ha acceso dunque discussione tra i curatori e tra quanti – e sono tanti – hanno dato il loro contributo alla riuscita di questo evento che suscita innanzitutto emozione.
Che i reperti inviati dalla Custodia siano un invito alla riflessione, lo sottolinea lo stesso D’Arelli, quando ricorda che “da Gerusalemme si è generato l’impulso cristiano che volse il proprio sguardo all’Oriente, anche estremo. Così – siamo nel Medioevo – l’itinerare terreno si faceva col tempo peregrinatio nell’anima, supremo luogo interiore e la Gerusalemme terrena si tingeva di celeste. E anche Francesco poté percepire i segni della sacralità perenne dei Luoghi Santi, dei cui manufatti i Francescani si fecero custodi sin dalla prima metà del XIII secolo e dal 1342 con l’istituzione canonica della Custodia di Terra Santa. Gerusalemme La Santa, come la chiamavano gli Arabi; dispensatrice di pace, come evoca il suo nome ebraico, perché in essa si ripetano invisibili i Misteri che una volta, solo una volta, si celebrarono visibili.”
E di “quella volta” la mostra offre una “scelta tematica” – come ricordato don Massimo Pazzini, Direttore dello Studium Biblicum Franciscanum – : cioè 30 pezzi che ricordano l’apostolato di Pietro. “In un primo momento si pensava di esporre tutti e cinque i capitelli della basilica crociata di Nazareth, poi, per varie ragioni, ci siamo orientati verso una trentina di pezzi dedicati al ciclo dell’apostolo Pietro, fra i quali, uno dei cinque capitelli istoriati di Nazareth. Pezzi unici, di eccezionale importanza storica e incomparabile suggestione.” Insomma, qui a Firenze, nell’ambito dell’Arte di Francesco, si trova – come ha scritto padre Pierbattista Pizzaballa, Custode della Terra Santa – un “importante nucleo dell’erigendo Terra Sancta Museum, oggetto di una campagna internazionale di raccolta fondi, attraverso il quale oltre a conservare il patrimonio artistico e culturale dei luoghi ove Gesù ha vissuto, intende dare un forte messaggio di pace e fratellanza tra i fedeli e favorire l’incontro tra diverse culture e religioni ( cristiane, musulmane, ebraiche, e il mondo laico)”.
Francesco, si recò in Terra Santa per ritrovare le origini del Gesù tanto amato e preso ad esempio di vita, in un tempo in cui – lo ricorda nel suo bel saggio Andrè Vauchezla parola Christianitas era sinonimo di Occidente” . “Cristo, aveva camminato per le strade della Palestina, come un vagabondo, in mezzo agli ebrei del suo tempo, i cui capi alla fine lo respinsero… per gli uomini, il solo modo di salvarsi era seguire le tracce di Gesù: da qui la scelta di Francesco della povertà e dell’umiltà, intese non come virtù morali ma come rifiuto del potere e di ogni forma di dominio. Principi che saranno posti a base della condotta di vita dei Frati Minori e della Regola.” Era il tempo delle Crociate, quello del viaggio di Francesco. Spedizioni che cominciavano ad essere messe in discussione – lo sottolinea nel suo documentato saggio lo storico Franco Cardini – “sia perché venivano spesso sconfitte e anche perché la crociata veniva meno al principio della carità in quanto gli infedeli venivano uccisi ma non convertiti, anzi la guerra provocava in loro maggior odio”. Francesco invece considerava i musulmani all’interno del piano della salvezza: “Erano obiettivamente rivoluzionarie la preoccupazione per la loro salute spirituale e la considerazione che convertirli era meglio che ucciderli, non perché ciò avrebbe affrettato la vittoria finale della cristianità, ma perché questo avrebbe giovato a loro, e che tale scelta era conforme alla volontà di Dio.” C’è da aggiungere che il suo annuncio del Vangelo andò di pari passo con la dedizione di placare i conflitti. Tutti. Anche quelli dell’uomo con la natura e il Creato. Certo, per secoli il suo esempio ed il suo insegnamento, sono stati obliati. Seguendo il suo esempio, altri intrapresero pellegrinaggi di evangelizzazione in Asia. Un grande affresco staccato dalla chiesa di San Francesco a Udine di cultura tardogotica introduce il visitatore alla straordinaria vicenda umana del Beato Odorico da Pordenone (1286–1331), che intraprese intorno al 1314 un viaggio incredibile, sostenuto dal fervore missionario che lo porterà prima in Asia Minore, per incontrare poi i Mongoli della dinastia Yuan (1279-1368) negli anni 1323-28, e in India. Rientrato in patria dopo un viaggio rocambolesco Odorico riferì al Papa lo stato delle missioni in Oriente in una dettagliata Relatio. La vicenda di Odorico da Pordenone fu una delle ultime dell’epopea francescana in Asia orientale, il cui avvio era stato dato nel 1245 da Giovanni da Pian del Carpine, cui seguirono altre missioni tra cui quella di Giovanni da Montecorvino, consacrato nel 1313 primo vescovo di Khanbaliq (Pechino). Epistolae et relationes, principalmente provenienti dalla Biblioteca Apostolica Vaticana ed esposte nella mostra, riveleno i segni ancora visibili di quelle missioni guidate da francescani di alto rango, in gran numero legati pontifici ‘ad Tartaros’ per rimediare alla separazione delle chiese orientali, per offrire ‘al re e al popolo tartaro’ i benefici spirituali della dottrina cristiana, per frenare le ulteriori aggressioni mongole ai danni delle cristianità e tentare di contenere con un’alleanza l’irruenza mussulmana in Terra Santa. Dei documenti d’archivio e reperti archeologici provenienti dal Museo della Custodia di Terra Santa si è detto, così come un accenno meritano i documenti che trattano delle tradizioni religiose dell’Asia oltre la Terra Santa, e sino alla Cina – fra le comunità cristiane siro-orientali o nestoriane e il buddhismo: in mostra anche un nucleo di Croci nestoriane in bronzo fuso, risalenti al periodo della dinastia Yuan (1272-1368), appartenenti alla prestigiosa raccolta dello University Museum and Art Gallery di Hong Kong, legate alla coeva presenza francescana in Cina. L’esposizione presenta inoltre una delle due formelle conservate nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, segnatamente quella con la Prova del fuoco davanti al sultano.
La Mostra – che, lo sottolinea Alessandra Marino, Soprintendente ad interim del Polo museale fiorentino “apre nuove prospettive sulla nostra storia, facendo emergere piccoli e grandi tesori d’arte” – è accompagnata da un prezioso catalogo (edito da Giunti), contenente saggi di Franco Cardini, Chiara Frugoni, Fortunato Iozzelli, André Vauchez e di Enrica Neri Lusanna e Ada Labriola relativi alle sculture e ai codici miniati.
Quando la mostra si sarà chiusa, questo volume – scrive Tartuferi – resterà non solo come il catalogo cui sarà affidata una testimonianza per gli anni a venire di tale universo, ma quello che assumerà il ruolo di un testo specialistico e criticamente aggiornato su Francesco, il Francescanesimo e la missione evangelizzatrice in Terra Santa e in Cina. E si presenterà, nello stesso tempo, come un volume di storia dell’arte in cui sono trattate opere celeberrime, insieme ad altre semisconosciute o inedite, con rilevanti aggiornamenti critici, derivanti anche da una cospicua campagna di restauri.”
‘L’Arte di Francesco, Capolavori d’arte e terre d’Asia dal XIII al XV secolo’ è stato visitabile anche per Pasqua e Pasquetta, come lo sono stati altri musei statali: l’accordo sulla clausola sociale nei bandi di gara d’appalto, siglato tra il ministro Franceschini e i Sindacati, non solo scongiura lo sciopero ma salvaguarda il posto di lavoro degli oltre 300 dipendenti di Opera. Incerto rimane il destino invece degli attuali Direttori cui si devono iniziative di alto spessore come questa. La mostra resterà aperta fino all’11 ottobre. Peccato non potrà vederla proprio Papa Francesco, che sarà in visita ufficiale a Firenze il 10 novembre.

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