lunedì, Novembre 29

Alla scoperta della 'responsabilità' field_506ffb1d3dbe2

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Dal 4 al 6 settembre torna, a Sarzana, il ʻFestival della Menteʼ, il primo Festival Europeo dedicato alla Creatività. La direzione scientifica di Gustavo Pietrepoli Charmet e quella artistica di Benedetta Marietti hanno scelto per la XXII edizione il tema della responsabilità, affrontato in vari ambiti, grazie alla presenza di scienziati, filosofi, scrittori, storici, psicanalisti, architetti, fotografi e artisti.
È stata proprio la manifestazione a darci il là per decidere di approfondire questo tema così ampio attraverso lo sguardo di Anna Bonaiuto, che il 4 settembre leggerà per la prima volta in pubblico alcuni brani da ʻL’amica genialeʼ di Elena Ferrante. L’attrice, Coppa Volpi per la Miglior Attrice Non Protagonista per ʻDove siete? Io sono quiʼ, padroneggia molto bene la scrittura della Ferrante, la maneggia dal 1995, quando il romanzo di esordio, ʻL’amore molestoʼ, è stato trasposto in un film diretto da Mario Martone – le valse molti riconoscimenti importanti come Miglior Attrice Protagonista tra cui David di Donatello, Nastro d’Argento, Globo d’Oro.

Che cosa significa, per lei, prendere parte al ʻFestival della Menteʼ? C’è un motivo per il quale ha scelto di portare proprio questo spettacolo?
Io avevo già partecipato ad altre edizioni del Festival della Mente portando nel 2006, con Nadia Fusini, Virginia Woolf, e nel 2009 affrontai con Giuseppe Montesano Baudelaire. Questa volta sono stati loro a chiedermi di portare Elena Ferrante sapendo che io ho già inciso con Emons due audiolibri del ciclo – ʻL’amica genialeʼ, appunto, e ʻStoria del nuovo cognomeʼ e in autunno registrerò il terzo e il quarto (rispettivamente ʻStoria di chi fugge e di chi restaʼ e ʻStoria della bambina perdutaʼ, nda).

 

Il tema di quest’anno della kermesse è la responsabilità. Come vive e cerca di mettere in campo la sua responsabilità in quanto artista?
Se si partisse tutti dalla nostra responsabilità individuale, le cose cambierebbero… Io cerco di farlo con il mio lavoro, ma non voglio assolutamente fare l’intellettuale nel senso stretto della parola. Sono un’artista e voglio testimoniare col mio comportamento, con le scelte di recitare delle cose piuttosto che altre: questa è l’unica possibilità che io ho di esprimermi in tal senso. Ad esempio, l’ultima pièce che ho fatto ha per protagonista Cristina di Belgiojoso, lì ho scelto di parlare di una donna proprio perché ho letto ciò che lei aveva scritto e purtroppo di lei si restituisce soltanto l’immagine di donna capricciosa e femme fatale; in realtà è una persona di una sensibilità e di una passione civile che raramente si sono viste tra le donne dell’Ottocento. È chiaro che gli uomini hanno sempre agito di più nella storia, così come nell’arte, ma ci sono anche sempre state donne strepitose, talvolta sono state anche più grandi degli uomini. In quest’ottica con ʻLa belle joyeuseʼ ho voluto portare un esempio di donna con una forte moralità e dei valori di cui non si parla più. In questo senso ritengo che la Ferrante sia una grande scrittrice, verso cui c’è anche tanta invidia e sento, in giro, molte critiche su ʻL’amica genialeʼ e non riesco a capire come mai non vengano colti la profondità, l’articolazione e la complessità di questo racconto. Quest’autrice mette in campo le contraddizioni del rapporto femminile, dell’amicizia tra due donne, restituisce la complessità dell’essere umano.

 

Sì, forse, quell’invidia che circonda la Ferrante e di cui faceva cenno è dovuta anche alla decisione di rimanere nell’anonimato…
Io trovo anche questo grandioso, perché una scrittrice che non si fa vedere nei talk show, che non parla di sé e di non dire “il mio libro, il mio libro”, ma ha dedicato tutto quel tempo concentrandosi sulla scrittura e il risultato si vede. Sappiamo che l’invidia sorge quando qualcuno ti fa da specchio e non si ha il coraggio di guardarsi dentro e, allora, capovolgi la cosa con quel sentimento. Non è né la prima né l’ultima che sceglie l’anonimato, in Italia è molto molto più raro, se non l’unica, perciò fa notizia, la visibilità è proprio una regola di questa società, in tal senso la televisione sembra essere l’unico modo per conoscere.

 

Se si pensa al passato recente, Paolo Grassi è stato tra quelli che ha davvero incarnato un’idea di responsabilità artistica e intellettuale. Una volta affermò: «Se il teatro vuole continuare ad essere cultura, ogni giorno deve fare qualche cosa per l’ uomo e per la società». Verrebbe da dire che queste parole siano ancora molto attuali e che dovrebbe essere questo il pensiero quotidiano, o almeno uno dei pensieri quotidiani, di chi fa teatro e, più in generale, arte. Grassi viveva il teatro come ‘servizio pubblico’, oggi non è sempre semplice neanche per la Rai rispettare questa missione. Lei cosa ne pensa di queste parole di Grassi e del teatro come servizio pubblico tanto più nel nostro tempo?
Quando si usa l’espressione ‘servizio pubblico’ può sembrare come se si stia parlando di treni o autobus, ma ‘servizio pubblico’ vuol dire che tu stai facendo qualcosa per gli esseri umani e devi parlare degli esseri umani perché abbia senso l’Arte. Grassi ha abituato una città ad andare a teatro, cosa che non succede molto in Italia. Alcuni giorni fa ho portato a Cagli, nelle Marche, una lettura di poesie di Pasolini e l’ho fatto molto volentieri, perché trovare in un piccolo paese persone desiderose di organizzare qualcosa in cui non si parli di sciocchezze, ma rimettendo al centro Pasolini, un intellettuale purtroppo dimenticato, al di là del fatto che quest’anno cada l’anniversario. Ritornando alla questione del tema della responsabilità, ecco io faccio quel poco che posso col mio essere attrice. Sicuramente, l’idea di ‘servizio pubblico’ c’è, in particolare negli attori che fanno teatro, che son quelli che cercano di dare un senso al proprio lavoro che non sia soltanto il successo o il denaro, però poi ci si può scontrare anche con una ‘banalità’. Si creano due estremi: da una parte possiamo avere questi eccessi del target commerciale dove basta una star e i teatri si riempiono; dall’altra, a volte, si prova una certa soggezione di fronte a spettacoli privi di senso e di voglia di arrivare al pubblico e io  -ci tengo a precisarlo- non sono assolutamente contraria alla ricerca e al teatro d’avanguardia, solo che talvolta si scade in riferimenti troppo narcisistici. Ronconi davvero faceva ricerca e avanguardia, l’ultimo spettacolo, ʻLehman Trilogyʼ, è un testamento del teatro fatto con la parola e gli attori con un tavolino, l’importante è avere delle idee, una creatività, voler arrivare al pubblico, si può andare avanti…

 

A proposito di Ronconi c’è un po’ quest’idea secondo cui morti i maestri non si possa più andare oltre, avanti come dice lei…
Invece no, bisogna cercare la propria strada liberamente, ovviamente non dico che sia facile, è faticoso; ma ci sono tanti maestri, anche in Europa.

 

Nella nostra contemporaneità, pensando anche ai tempi in cui è esistito Pier Paolo Pasolini, sembra che soprattutto i giovani si sentano quasi orfani di punti di riferimento, il teatro è ancora un po’ bistrattato…
Non sono stati abituati al teatro. Quando ho iniziato io c’erano moltissimi registi e strade a cui si poteva attingere e scegliere la propria via, adesso c’è una normalizzazione ed è chiaro che neanche i giovani sanno dove sbattere la testa e che il momento narcisistico vince.

 

Quale rapporto può esserci, quindi, tra creatività e responsabilità?
Creatività di per sé non vuol dire nulla, ognuno è convinto di creare, di essere più bravo di tutti, fa parte dell’essere umano. Poi ci sono le persone più modeste che pensano che non si nasce tutti geni e perciò il minimo che si richiede è la responsabilità di ciò che si sta facendo perché se quello che noi facciamo non incide minimamente sulla realtà non ha proprio senso farlo, diventa solo un’azione narcisista.

 

Ricollegandoci alle sue interpretazioni, oltre a Cristina di Belgioioso, lei ha dato il volto anche alla moglie di Andreotti, verrebbe da pensare che, forse, lei, signora Bonaiuto, viva questa responsabilità anche come veicolo di un taglio diverso su queste figure storiche…
Faccio il mio lavoro, prima di tutto, come grande piacere perché è inutile mentire. La responsabilità è anche declinabile nella ricerca del rigore in ciò che si fa e, nello stesso tempo, la libertà, il voler sorprendersi anche di se stessi. Mi rendo perfettamente conto che libertà e semplicità son le cose più difficili del mondo e so che neanche io ci riesco sempre, anzi sono molto autocratica, però almeno si deve tentare quella strada.

 

C’è, secondo lei, oggi, una coscienza della responsabilità artistica?
Qualcuno ce l’ha e qualcuno no. Bisogna essere molto onesti con se stessi e con gli altri e soprattutto liberi di pensiero che è l’aspetto più difficile, deriva dall’aver letto, dall’aver studiato, dal talento, tutto ciò dovrebbe aprire in modo da andare verso il nuovo e non ‘truffare’ il pubblico.

 

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